Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
GESÙ, L’ANNO DI GRAZIA
Nell’Antico Testamento (Lv 25,8-41), il Signore propone il Giubileo come forma suprema di tutela dei diseredati e dei miseri. In una società dove le inesorabili vicende della vita portano alcuni ad arricchirsi ed altri a impoverirsi, quando non addirittura a fallire, Dio esorta Israele a vivere periodicamente un anno, detto “giubilare”, come momento di completa ridistribuzione dei beni e di ricomposizione di una società di uguali. Ogni cinquant’anni Dio propone il completo azzeramento della proprietà privata e una nuova ripartizione tra fratelli.
Nel Nuovo Testamento c’è un brano che richiama esplicitamente il Giubileo prescritto nel Levitico: è quello in cui Gesù, nella sinagoga di Nazaret, applica a sé l’oracolo di Isaia (Is 61,1-2), annunciando di essere stato consacrato per “predicare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4,16-21). L’anno “dektòs” (Lc 4,19.24; At 10,35), cioè “accetto”, “gradito” o, come traducono le nostre Bibbie, “di grazia”, è infatti l’anno giubilare, l’anno che realizza il sogno di Dio di un mondo di uomini liberi, uguali, veramente fratelli (Lc 4,18-19). Gesù annuncia quindi di essere stato “mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio”: per gli ebrei questo “vangelo” era per antonomasia la notizia della fine della schiavitù.
Facendo esegesi di questa proclamazione così importante, con cui Gesù connota la sua missione, si nota che il egli in realtà modifica il testo di Isaia (Is 61,1-2): omette il “fasciare le piaghe dei cuori spezzati” (Is 61,1), forse per non dare adito ad eccessive spiritualizzazioni, ed aggiunge “per rimettere in libertà (“àphesis”) gli oppressi”, versetto preso invece da un altro passo di Isaia (Is 58,6), proprio per sottolineare la massima concretezza del suo intervento di liberazione. Inoltre trascura di parlare del “giorno di vendetta per il nostro Dio” (Is 61,2), il giorno della condanna delle nazioni pagane, dando così una dimensione universalistica alla sua proclamazione giubilare. L’intento di Gesù è chiaro: dichiarare la liberazione (“àphesis”) da ogni sperequazione sociale, da ogni sofferenza, da ogni angheria, proclamare finalmente “beati” i poveri, gli affamati, gli afflitti (Lc 6,20-21), di tutte le nazioni della terra.
Ma nel Nuovo Testamento il termine “àphesis” acquisterà un’interpretazione eminentemente religiosa: in quindici dei diciassette passi in cui compare individua il “perdono” dei peccati (Mc 1,4; Mt 26,28; Lc 1,77…). Questo significa, nell’annuncio complessivo neotestamentario, che solo riconciliati con Dio si diventa capaci di costruire un mondo di giustizia e libertà; solo liberati dal peccato, riempiti dall’amore di Dio, si può “consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1,4); ma anche che non esiste perdono dei peccati se la conversione non trasforma in operatori di giustizia verso gli emarginati.
Attenzione quindi al movimento di questa rivelazione: si esige la conversione, la riconciliazione, ma non per un intimistico senso di essere salvati, ma per affrancare già fin d’ora tutti gli oppressi della terra; e la nostra giustizia umana è l’indispensabile base per rendere operante in noi la divina giustificazione; certi però che la Salvezza divina non si esaurisce nello spazio di questo mondo, ma che trascende le liberazioni umane nella divinizzazione dell’uomo in Dio (Rm 8,17). A Nazaret, Gesù, dopo aver letto il succitato brano di Isaia, fa un annuncio fondamentale: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura” (Lc 4,21): le caratteristiche dell’anno giubilare si compiono ormai nel Cristo! In Gesù Cristo si compie ormai “l’anno di grazia” giubilare, si realizzano la fratellanza e l’uguaglianza tra gli uomini sognate da sempre da Dio.
IL MESSIA DEI POVERI
Fin dall’inizio della sua vita pubblica, Gesù proclama quindi di essere venuto per la liberazione dei poveri e degli oppressi. E quando Giovanni il Battista gli manda a chiedere se sia lui il Messia, Gesù dice: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella” (Lc 7,18-22). La risposta di Gesù ai messi del Battista si articola in sei segni: l’unico non miracoloso sta per ultimo, ma è il più importante, perché li riassume tutti: “Ai poveri è annunziata la buona novella” (Lc 7,22). Gesù viene per tutti i bisognosi, per quelli privi di salute, di vita, di beni… E la sua vita fu tutta un aiutare concretamente chi era nella sofferenza: “Passò beneficando e risanando tutti” (At 10,38).
Ma Gesù non solo guarisce concretamente i tribolati che incontra: egli è venuto per “evangelizzarli”, cioè per far loro conoscere che essi sono amati in maniera particolare da Dio, e che Dio porrà fine alle loro sofferenze, per il tramite dell’incarnazione, morte e resurrezione del Figlio.
Buona Misericordia a tutti!
Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.
Vangelo di Domenica 23 Gennaio Luca 1, 1-4; 4, 14-21
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Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
GESÙ, L’ANNO DI GRAZIA
Nell’Antico Testamento (Lv 25,8-41), il Signore propone il Giubileo come forma suprema di tutela dei diseredati e dei miseri. In una società dove le inesorabili vicende della vita portano alcuni ad arricchirsi ed altri a impoverirsi, quando non addirittura a fallire, Dio esorta Israele a vivere periodicamente un anno, detto “giubilare”, come momento di completa ridistribuzione dei beni e di ricomposizione di una società di uguali. Ogni cinquant’anni Dio propone il completo azzeramento della proprietà privata e una nuova ripartizione tra fratelli.
Nel Nuovo Testamento c’è un brano che richiama esplicitamente il Giubileo prescritto nel Levitico: è quello in cui Gesù, nella sinagoga di Nazaret, applica a sé l’oracolo di Isaia (Is 61,1-2), annunciando di essere stato consacrato per “predicare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4,16-21). L’anno “dektòs” (Lc 4,19.24; At 10,35), cioè “accetto”, “gradito” o, come traducono le nostre Bibbie, “di grazia”, è infatti l’anno giubilare, l’anno che realizza il sogno di Dio di un mondo di uomini liberi, uguali, veramente fratelli (Lc 4,18-19). Gesù annuncia quindi di essere stato “mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio”: per gli ebrei questo “vangelo” era per antonomasia la notizia della fine della schiavitù.
Facendo esegesi di questa proclamazione così importante, con cui Gesù connota la sua missione, si nota che il egli in realtà modifica il testo di Isaia (Is 61,1-2): omette il “fasciare le piaghe dei cuori spezzati” (Is 61,1), forse per non dare adito ad eccessive spiritualizzazioni, ed aggiunge “per rimettere in libertà (“àphesis”) gli oppressi”, versetto preso invece da un altro passo di Isaia (Is 58,6), proprio per sottolineare la massima concretezza del suo intervento di liberazione. Inoltre trascura di parlare del “giorno di vendetta per il nostro Dio” (Is 61,2), il giorno della condanna delle nazioni pagane, dando così una dimensione universalistica alla sua proclamazione giubilare. L’intento di Gesù è chiaro: dichiarare la liberazione (“àphesis”) da ogni sperequazione sociale, da ogni sofferenza, da ogni angheria, proclamare finalmente “beati” i poveri, gli affamati, gli afflitti (Lc 6,20-21), di tutte le nazioni della terra.
Ma nel Nuovo Testamento il termine “àphesis” acquisterà un’interpretazione eminentemente religiosa: in quindici dei diciassette passi in cui compare individua il “perdono” dei peccati (Mc 1,4; Mt 26,28; Lc 1,77…). Questo significa, nell’annuncio complessivo neotestamentario, che solo riconciliati con Dio si diventa capaci di costruire un mondo di giustizia e libertà; solo liberati dal peccato, riempiti dall’amore di Dio, si può “consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1,4); ma anche che non esiste perdono dei peccati se la conversione non trasforma in operatori di giustizia verso gli emarginati.
Attenzione quindi al movimento di questa rivelazione: si esige la conversione, la riconciliazione, ma non per un intimistico senso di essere salvati, ma per affrancare già fin d’ora tutti gli oppressi della terra; e la nostra giustizia umana è l’indispensabile base per rendere operante in noi la divina giustificazione; certi però che la Salvezza divina non si esaurisce nello spazio di questo mondo, ma che trascende le liberazioni umane nella divinizzazione dell’uomo in Dio (Rm 8,17). A Nazaret, Gesù, dopo aver letto il succitato brano di Isaia, fa un annuncio fondamentale: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura” (Lc 4,21): le caratteristiche dell’anno giubilare si compiono ormai nel Cristo! In Gesù Cristo si compie ormai “l’anno di grazia” giubilare, si realizzano la fratellanza e l’uguaglianza tra gli uomini sognate da sempre da Dio.
IL MESSIA DEI POVERI
Fin dall’inizio della sua vita pubblica, Gesù proclama quindi di essere venuto per la liberazione dei poveri e degli oppressi. E quando Giovanni il Battista gli manda a chiedere se sia lui il Messia, Gesù dice: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella” (Lc 7,18-22). La risposta di Gesù ai messi del Battista si articola in sei segni: l’unico non miracoloso sta per ultimo, ma è il più importante, perché li riassume tutti: “Ai poveri è annunziata la buona novella” (Lc 7,22). Gesù viene per tutti i bisognosi, per quelli privi di salute, di vita, di beni… E la sua vita fu tutta un aiutare concretamente chi era nella sofferenza: “Passò beneficando e risanando tutti” (At 10,38).
Ma Gesù non solo guarisce concretamente i tribolati che incontra: egli è venuto per “evangelizzarli”, cioè per far loro conoscere che essi sono amati in maniera particolare da Dio, e che Dio porrà fine alle loro sofferenze, per il tramite dell’incarnazione, morte e resurrezione del Figlio.
Buona Misericordia a tutti!
Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.
Fonte dell’articolo
Spazio Spadoni
Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
GESÙ, L’ANNO DI GRAZIA
Nell’Antico Testamento (Lv 25,8-41), il Signore propone il Giubileo come forma suprema di tutela dei diseredati e dei miseri. In una società dove le inesorabili vicende della vita portano alcuni ad arricchirsi ed altri a impoverirsi, quando non addirittura a fallire, Dio esorta Israele a vivere periodicamente un anno, detto “giubilare”, come momento di completa ridistribuzione dei beni e di ricomposizione di una società di uguali. Ogni cinquant’anni Dio propone il completo azzeramento della proprietà privata e una nuova ripartizione tra fratelli.
Nel Nuovo Testamento c’è un brano che richiama esplicitamente il Giubileo prescritto nel Levitico: è quello in cui Gesù, nella sinagoga di Nazaret, applica a sé l’oracolo di Isaia (Is 61,1-2), annunciando di essere stato consacrato per “predicare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4,16-21). L’anno “dektòs” (Lc 4,19.24; At 10,35), cioè “accetto”, “gradito” o, come traducono le nostre Bibbie, “di grazia”, è infatti l’anno giubilare, l’anno che realizza il sogno di Dio di un mondo di uomini liberi, uguali, veramente fratelli (Lc 4,18-19). Gesù annuncia quindi di essere stato “mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio”: per gli ebrei questo “vangelo” era per antonomasia la notizia della fine della schiavitù.
Facendo esegesi di questa proclamazione così importante, con cui Gesù connota la sua missione, si nota che il egli in realtà modifica il testo di Isaia (Is 61,1-2): omette il “fasciare le piaghe dei cuori spezzati” (Is 61,1), forse per non dare adito ad eccessive spiritualizzazioni, ed aggiunge “per rimettere in libertà (“àphesis”) gli oppressi”, versetto preso invece da un altro passo di Isaia (Is 58,6), proprio per sottolineare la massima concretezza del suo intervento di liberazione. Inoltre trascura di parlare del “giorno di vendetta per il nostro Dio” (Is 61,2), il giorno della condanna delle nazioni pagane, dando così una dimensione universalistica alla sua proclamazione giubilare. L’intento di Gesù è chiaro: dichiarare la liberazione (“àphesis”) da ogni sperequazione sociale, da ogni sofferenza, da ogni angheria, proclamare finalmente “beati” i poveri, gli affamati, gli afflitti (Lc 6,20-21), di tutte le nazioni della terra.
Ma nel Nuovo Testamento il termine “àphesis” acquisterà un’interpretazione eminentemente religiosa: in quindici dei diciassette passi in cui compare individua il “perdono” dei peccati (Mc 1,4; Mt 26,28; Lc 1,77…). Questo significa, nell’annuncio complessivo neotestamentario, che solo riconciliati con Dio si diventa capaci di costruire un mondo di giustizia e libertà; solo liberati dal peccato, riempiti dall’amore di Dio, si può “consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1,4); ma anche che non esiste perdono dei peccati se la conversione non trasforma in operatori di giustizia verso gli emarginati.
Attenzione quindi al movimento di questa rivelazione: si esige la conversione, la riconciliazione, ma non per un intimistico senso di essere salvati, ma per affrancare già fin d’ora tutti gli oppressi della terra; e la nostra giustizia umana è l’indispensabile base per rendere operante in noi la divina giustificazione; certi però che la Salvezza divina non si esaurisce nello spazio di questo mondo, ma che trascende le liberazioni umane nella divinizzazione dell’uomo in Dio (Rm 8,17). A Nazaret, Gesù, dopo aver letto il succitato brano di Isaia, fa un annuncio fondamentale: “Oggi si è adempiuta questa Scrittura” (Lc 4,21): le caratteristiche dell’anno giubilare si compiono ormai nel Cristo! In Gesù Cristo si compie ormai “l’anno di grazia” giubilare, si realizzano la fratellanza e l’uguaglianza tra gli uomini sognate da sempre da Dio.
IL MESSIA DEI POVERI
Fin dall’inizio della sua vita pubblica, Gesù proclama quindi di essere venuto per la liberazione dei poveri e degli oppressi. E quando Giovanni il Battista gli manda a chiedere se sia lui il Messia, Gesù dice: “Andate e riferite a Giovanni ciò che avete visto e udito: i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano, i lebbrosi vengono sanati, i sordi odono, i morti risuscitano, ai poveri è annunziata la buona novella” (Lc 7,18-22). La risposta di Gesù ai messi del Battista si articola in sei segni: l’unico non miracoloso sta per ultimo, ma è il più importante, perché li riassume tutti: “Ai poveri è annunziata la buona novella” (Lc 7,22). Gesù viene per tutti i bisognosi, per quelli privi di salute, di vita, di beni… E la sua vita fu tutta un aiutare concretamente chi era nella sofferenza: “Passò beneficando e risanando tutti” (At 10,38).
Ma Gesù non solo guarisce concretamente i tribolati che incontra: egli è venuto per “evangelizzarli”, cioè per far loro conoscere che essi sono amati in maniera particolare da Dio, e che Dio porrà fine alle loro sofferenze, per il tramite dell’incarnazione, morte e resurrezione del Figlio.
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Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.
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Spazio Spadoni
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