Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
Questo episodio della vita di Gesù va capito molto bene, analizzando anche i brani paralleli degli altri Vangeli (Mt 17,1-9; Lc 9,28-36). Dobbiamo innanzitutto individuare il momento liturgico che Israele celebrava in quella circostanza. Era la festa di Sukkot, la festa delle Capanne, in cui gli ebrei sono ancora oggi invitati per una settimana a vivere nelle tende, nelle capanne, per ricordare il momento meraviglioso del fidanzamento d’Israele con Dio, il tempo dell’Esodo, in cui il popolo era nomade del deserto. In questa festa, i pii ebrei dovevano salire a Gerusalemme. Qui Gesù con i suoi salgono sul monte che è il luogo della teofania, della presenza di Dio. Gerusalemme era il luogo della Presenza di Dio nel tempio, il monte è il luogo che ricorda il Sinai, dove Dio si è rivelato.
Durante la festa, si usa vivere in capanne, in tende. Qui Pietro dice a Gesù: “Facciamo tre tende, una per te, una per Mosé, una per Elia”.
Durante i primi sei giorni della festa viene eletto il Qohelet, il libro che dice: “Vanità delle vanità: tutto è vanità!” (Qo 1,2). Ora Gesù nel versetti precedenti (Mc 8,34-38) ci ha parlato proprio di questi temi: rinnegare se stessi, perdere la nostra vita. Nulla vale se non lui, se non il Regno.
Il settimo giorno della festa ci si veste di bianco, e nel tempio ognuno ha una luce, simbolo della Torah, della Legge di Dio. Qui Gesù è vestito di bianco, così bianco che più non si può, ed è splendente.
Nella festa delle Capanne gli ebrei celebrano la cosiddetta “letizia della Torah”, la letizia della Legge. È una celebrazione liturgica in cui si leggono i capitoli 33 e 34 del Deuteronomio. In essi si legge, tra l’altro: “In Israele non ci fu più un profeta come Mosé: il Signore si era manifestato a lui faccia a faccia” (Dt 34,10). Come abbiamo visto, Mosè parla faccia a faccia a Dio e a Gesù Cristo Signore.
Durante la festa delle Capanne viene nominato lo chatan Torah, “lo sposo della Torah”, il priore della festa. Costui è incaricato di leggere la Torah a tutti. Gesù tante volte dirà di sé di essere lo sposo messianico atteso (Mt 9,15; 25,1-13; Gv 3,29; 2 Cor 11,2; Ap 19,7-8; 21,2), e per questo Gesù taccerà di adulterio, in senso ovviamente metaforico, il popolo che lo rifiuta (Mc 8,38; Mt 12,39; 16,4).
La festa terminava in sinagoga con una preghiera per l’avvento del Messia. Qui è Dio stesso che dice: “Questi è il mio figlio prediletto: ascoltatelo!”, che proclama Gesù come Messia.
Visti i parallelismi tra la festa di Sukkot e la Trasfigurazione, dobbiamo fare alcune osservazioni:
1. Che cosa è probabilmente successo? Che Gesù si è preso una giornata di ritiro con i suoi amici più cari, se ne è andato monte e si è messo a leggere la Bibbia, cioè Mosé ed Elia. Per dire “La Scrittura”, gli ebrei dicevano “Mosé ed Elia”, oppure “Mosé e i profeti”. Gesù legge la Bibbia – questo significa parlare con Mosé ed Elia -, ed in questa riflessione sulla Scrittura Gesù prende coscienza di essere il Messia e, per miracolo divino, questa consapevolezza viene capita anche dai tre ai discepoli che sono con lui. Non vogliamo negare a Dio la possibilità di trasfigurarsi, di diventare bianco, splendente, con tutti i raggi intorno, ma è molto più vicino a noi pensare che quando riusciamo a trovare mezza giornata per ritirarci su un monte per leggere la Scrittura, in quei momenti anche noi parliamo con Mosé e con Elia, in quelle occasioni Dio si rivela a noi e ci trasfigura, ci dice che siamo suoi figli, ci fa capire la nostra missione, ci dà coraggio per portare avanti la nostra vita. Nulla vieta di pensare e credere che sia avvenuto un fatto strepitoso, ma dobbiamo leggere la Bibbia al di là del genere letterario e recuperare il senso plastico di questo brano, la rivelazione concreta che in esso ci viene data.
2. Nel contesto liturgico, celebrando la Festa delle Capanne, i discepoli capiscono che Gesù è il Messia annunciato da tutta la Scrittura, che Gesù è lo chatan Torah, lo sposo, l’ermeneuta, colui che spiega tutta la Torah; evidentemente sono arrivati gli ultimi tempi, la preghiera per il Messia si è realizzata, il Messia è qui tra loro e instaura il Regno. E poiché è giunto il Regno, la creazione diventa bella: “Dio vide che tutto era buono”, nel creare l’universo (Gen 1,4.10.12.18.21.25.31). È qui i discepoli che cosa dicono? “È bello per non restare qui, il mondo è tutto bello. Tu, Signore, in questo momento sei venuto e porti veramente a compimento il piano creazionale di Dio. Sei la Genesi, sei il nostro Paradiso”. Allora quello che era il caposaldo della fede ebraica, lo “Shemà, Israel”, l’“Ascolta, Israele” (Dt 6,3-4; 9,1; 20,3; 27,9), che veniva proclamato tutti i giorni in sinagoga, ora diventa l’obbedienza alla parola di Gesù: il Padre dice: “Questi è il mio figlio prediletto: ascoltatelo!”.
Buona Misericordia a tutti!
Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.
Vangelo di Domenica 25 febbraio: Marco 9, 2-10
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Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
Questo episodio della vita di Gesù va capito molto bene, analizzando anche i brani paralleli degli altri Vangeli (Mt 17,1-9; Lc 9,28-36). Dobbiamo innanzitutto individuare il momento liturgico che Israele celebrava in quella circostanza. Era la festa di Sukkot, la festa delle Capanne, in cui gli ebrei sono ancora oggi invitati per una settimana a vivere nelle tende, nelle capanne, per ricordare il momento meraviglioso del fidanzamento d’Israele con Dio, il tempo dell’Esodo, in cui il popolo era nomade del deserto. In questa festa, i pii ebrei dovevano salire a Gerusalemme. Qui Gesù con i suoi salgono sul monte che è il luogo della teofania, della presenza di Dio. Gerusalemme era il luogo della Presenza di Dio nel tempio, il monte è il luogo che ricorda il Sinai, dove Dio si è rivelato.
Durante la festa, si usa vivere in capanne, in tende. Qui Pietro dice a Gesù: “Facciamo tre tende, una per te, una per Mosé, una per Elia”.
Durante i primi sei giorni della festa viene eletto il Qohelet, il libro che dice: “Vanità delle vanità: tutto è vanità!” (Qo 1,2). Ora Gesù nel versetti precedenti (Mc 8,34-38) ci ha parlato proprio di questi temi: rinnegare se stessi, perdere la nostra vita. Nulla vale se non lui, se non il Regno.
Il settimo giorno della festa ci si veste di bianco, e nel tempio ognuno ha una luce, simbolo della Torah, della Legge di Dio. Qui Gesù è vestito di bianco, così bianco che più non si può, ed è splendente.
Nella festa delle Capanne gli ebrei celebrano la cosiddetta “letizia della Torah”, la letizia della Legge. È una celebrazione liturgica in cui si leggono i capitoli 33 e 34 del Deuteronomio. In essi si legge, tra l’altro: “In Israele non ci fu più un profeta come Mosé: il Signore si era manifestato a lui faccia a faccia” (Dt 34,10). Come abbiamo visto, Mosè parla faccia a faccia a Dio e a Gesù Cristo Signore.
Durante la festa delle Capanne viene nominato lo chatan Torah, “lo sposo della Torah”, il priore della festa. Costui è incaricato di leggere la Torah a tutti. Gesù tante volte dirà di sé di essere lo sposo messianico atteso (Mt 9,15; 25,1-13; Gv 3,29; 2 Cor 11,2; Ap 19,7-8; 21,2), e per questo Gesù taccerà di adulterio, in senso ovviamente metaforico, il popolo che lo rifiuta (Mc 8,38; Mt 12,39; 16,4).
La festa terminava in sinagoga con una preghiera per l’avvento del Messia. Qui è Dio stesso che dice: “Questi è il mio figlio prediletto: ascoltatelo!”, che proclama Gesù come Messia.
Visti i parallelismi tra la festa di Sukkot e la Trasfigurazione, dobbiamo fare alcune osservazioni:
1. Che cosa è probabilmente successo? Che Gesù si è preso una giornata di ritiro con i suoi amici più cari, se ne è andato monte e si è messo a leggere la Bibbia, cioè Mosé ed Elia. Per dire “La Scrittura”, gli ebrei dicevano “Mosé ed Elia”, oppure “Mosé e i profeti”. Gesù legge la Bibbia – questo significa parlare con Mosé ed Elia -, ed in questa riflessione sulla Scrittura Gesù prende coscienza di essere il Messia e, per miracolo divino, questa consapevolezza viene capita anche dai tre ai discepoli che sono con lui. Non vogliamo negare a Dio la possibilità di trasfigurarsi, di diventare bianco, splendente, con tutti i raggi intorno, ma è molto più vicino a noi pensare che quando riusciamo a trovare mezza giornata per ritirarci su un monte per leggere la Scrittura, in quei momenti anche noi parliamo con Mosé e con Elia, in quelle occasioni Dio si rivela a noi e ci trasfigura, ci dice che siamo suoi figli, ci fa capire la nostra missione, ci dà coraggio per portare avanti la nostra vita. Nulla vieta di pensare e credere che sia avvenuto un fatto strepitoso, ma dobbiamo leggere la Bibbia al di là del genere letterario e recuperare il senso plastico di questo brano, la rivelazione concreta che in esso ci viene data.
2. Nel contesto liturgico, celebrando la Festa delle Capanne, i discepoli capiscono che Gesù è il Messia annunciato da tutta la Scrittura, che Gesù è lo chatan Torah, lo sposo, l’ermeneuta, colui che spiega tutta la Torah; evidentemente sono arrivati gli ultimi tempi, la preghiera per il Messia si è realizzata, il Messia è qui tra loro e instaura il Regno. E poiché è giunto il Regno, la creazione diventa bella: “Dio vide che tutto era buono”, nel creare l’universo (Gen 1,4.10.12.18.21.25.31). È qui i discepoli che cosa dicono? “È bello per non restare qui, il mondo è tutto bello. Tu, Signore, in questo momento sei venuto e porti veramente a compimento il piano creazionale di Dio. Sei la Genesi, sei il nostro Paradiso”. Allora quello che era il caposaldo della fede ebraica, lo “Shemà, Israel”, l’“Ascolta, Israele” (Dt 6,3-4; 9,1; 20,3; 27,9), che veniva proclamato tutti i giorni in sinagoga, ora diventa l’obbedienza alla parola di Gesù: il Padre dice: “Questi è il mio figlio prediletto: ascoltatelo!”.
Buona Misericordia a tutti!
Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.
Fonte dell’articolo
Spazio Spadoni
Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
Questo episodio della vita di Gesù va capito molto bene, analizzando anche i brani paralleli degli altri Vangeli (Mt 17,1-9; Lc 9,28-36). Dobbiamo innanzitutto individuare il momento liturgico che Israele celebrava in quella circostanza. Era la festa di Sukkot, la festa delle Capanne, in cui gli ebrei sono ancora oggi invitati per una settimana a vivere nelle tende, nelle capanne, per ricordare il momento meraviglioso del fidanzamento d’Israele con Dio, il tempo dell’Esodo, in cui il popolo era nomade del deserto. In questa festa, i pii ebrei dovevano salire a Gerusalemme. Qui Gesù con i suoi salgono sul monte che è il luogo della teofania, della presenza di Dio. Gerusalemme era il luogo della Presenza di Dio nel tempio, il monte è il luogo che ricorda il Sinai, dove Dio si è rivelato.
Durante la festa, si usa vivere in capanne, in tende. Qui Pietro dice a Gesù: “Facciamo tre tende, una per te, una per Mosé, una per Elia”.
Durante i primi sei giorni della festa viene eletto il Qohelet, il libro che dice: “Vanità delle vanità: tutto è vanità!” (Qo 1,2). Ora Gesù nel versetti precedenti (Mc 8,34-38) ci ha parlato proprio di questi temi: rinnegare se stessi, perdere la nostra vita. Nulla vale se non lui, se non il Regno.
Il settimo giorno della festa ci si veste di bianco, e nel tempio ognuno ha una luce, simbolo della Torah, della Legge di Dio. Qui Gesù è vestito di bianco, così bianco che più non si può, ed è splendente.
Nella festa delle Capanne gli ebrei celebrano la cosiddetta “letizia della Torah”, la letizia della Legge. È una celebrazione liturgica in cui si leggono i capitoli 33 e 34 del Deuteronomio. In essi si legge, tra l’altro: “In Israele non ci fu più un profeta come Mosé: il Signore si era manifestato a lui faccia a faccia” (Dt 34,10). Come abbiamo visto, Mosè parla faccia a faccia a Dio e a Gesù Cristo Signore.
Durante la festa delle Capanne viene nominato lo chatan Torah, “lo sposo della Torah”, il priore della festa. Costui è incaricato di leggere la Torah a tutti. Gesù tante volte dirà di sé di essere lo sposo messianico atteso (Mt 9,15; 25,1-13; Gv 3,29; 2 Cor 11,2; Ap 19,7-8; 21,2), e per questo Gesù taccerà di adulterio, in senso ovviamente metaforico, il popolo che lo rifiuta (Mc 8,38; Mt 12,39; 16,4).
La festa terminava in sinagoga con una preghiera per l’avvento del Messia. Qui è Dio stesso che dice: “Questi è il mio figlio prediletto: ascoltatelo!”, che proclama Gesù come Messia.
Visti i parallelismi tra la festa di Sukkot e la Trasfigurazione, dobbiamo fare alcune osservazioni:
1. Che cosa è probabilmente successo? Che Gesù si è preso una giornata di ritiro con i suoi amici più cari, se ne è andato monte e si è messo a leggere la Bibbia, cioè Mosé ed Elia. Per dire “La Scrittura”, gli ebrei dicevano “Mosé ed Elia”, oppure “Mosé e i profeti”. Gesù legge la Bibbia – questo significa parlare con Mosé ed Elia -, ed in questa riflessione sulla Scrittura Gesù prende coscienza di essere il Messia e, per miracolo divino, questa consapevolezza viene capita anche dai tre ai discepoli che sono con lui. Non vogliamo negare a Dio la possibilità di trasfigurarsi, di diventare bianco, splendente, con tutti i raggi intorno, ma è molto più vicino a noi pensare che quando riusciamo a trovare mezza giornata per ritirarci su un monte per leggere la Scrittura, in quei momenti anche noi parliamo con Mosé e con Elia, in quelle occasioni Dio si rivela a noi e ci trasfigura, ci dice che siamo suoi figli, ci fa capire la nostra missione, ci dà coraggio per portare avanti la nostra vita. Nulla vieta di pensare e credere che sia avvenuto un fatto strepitoso, ma dobbiamo leggere la Bibbia al di là del genere letterario e recuperare il senso plastico di questo brano, la rivelazione concreta che in esso ci viene data.
2. Nel contesto liturgico, celebrando la Festa delle Capanne, i discepoli capiscono che Gesù è il Messia annunciato da tutta la Scrittura, che Gesù è lo chatan Torah, lo sposo, l’ermeneuta, colui che spiega tutta la Torah; evidentemente sono arrivati gli ultimi tempi, la preghiera per il Messia si è realizzata, il Messia è qui tra loro e instaura il Regno. E poiché è giunto il Regno, la creazione diventa bella: “Dio vide che tutto era buono”, nel creare l’universo (Gen 1,4.10.12.18.21.25.31). È qui i discepoli che cosa dicono? “È bello per non restare qui, il mondo è tutto bello. Tu, Signore, in questo momento sei venuto e porti veramente a compimento il piano creazionale di Dio. Sei la Genesi, sei il nostro Paradiso”. Allora quello che era il caposaldo della fede ebraica, lo “Shemà, Israel”, l’“Ascolta, Israele” (Dt 6,3-4; 9,1; 20,3; 27,9), che veniva proclamato tutti i giorni in sinagoga, ora diventa l’obbedienza alla parola di Gesù: il Padre dice: “Questi è il mio figlio prediletto: ascoltatelo!”.
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Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.
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Spazio Spadoni
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