Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
Purità legale
Marco dà in questo brano tante spiegazioni perché sta scrivendo per una comunità italiana. Matteo, nel brano parallelo (Mt 15,1-20), non si preoccupa di dare tanti chiarimenti in quanto parla a comunità ebraiche che ben conoscono gli usi, i costumi e la cultura ebraica.
Prima che Gesù vada dai pagani, Marco pone un lungo discorso di Gesù, il più lungo di questa sezione, per far cadere la discriminante, il muro fra gli ebrei ed i pagani.
II problema centrale è proprio quello del versetto 15: quello di cibi puri e di cibi impuri. Su questo si dibatte a lungo nella prima comunità cristiana (At 10,1-11,18): si fa anche un Concilio su questo argomento (At 15,3-21).
La Legge comandava agli israeliti di mangiare soltanto gli animali considerati puri (Lv 11; Dt 14), e la tradizione definisce anche le norme di macellazione e di cottura dei cibi: è la cosiddetta cucina kasher. In base ad esse è vietato cibarsi degli animali che sono considerati “impuri” (taref), come gli animali che non ruminano o sono privi di unghie, i pesci senza pinne o squame (molluschi, mitili, crostacei, anguille), alcuni uccelli o insetti, gli animali che strisciano per terra.
All’inizio tali norme nascono come precauzioni igieniche, per paura di infezioni e inquinamento: la proibizione di mangiare i rapaci è dovuta al fatto che questi spesso si cibano di carogne; molti degli animali proibiti si nutrono di rifiuti, o vivono presso acque paludose.
La questione dei cibi puri e dei cibi impuri era così radicata nella cultura ebraica che provocò dure diatribe tra i primi cristiani provenienti dal paganesimo e i cristiani di origine ebraica, che volevano imporre le loro norme anche ai convertiti non ebrei. Ci volle una particolare rivelazione di Dio a Pietro, a Cesarea, per fargli capire: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano” (At 10-11).
Interiorità e radicalità
I precetti dei farisei sono tutta esteriorità. Per capire il mistero del pane unico che è Gesù Cristo, dobbiamo avere un cuore diverso, un cuore capace di amare.
E di fronte ai discepoli nei versetti successivi Gesù spiega la sua parabola, spiega il suo “mashal” (vv. 14-17).
Marco ci dice che Gesù ci richiede una morale radicale. Ai vv. 21-23 c’è un “elenco di vizi” (cfr Rm 1,29-31; Gal 5,19-21; Col 3,5-8; 2 Tm 3,2-5…), dodici (simbolo della totalità del male), di cui sei al plurale (atti cattivi) e sei al singolare (atteggiamenti interiori).
Gesù ci chiede che il nostro cuore sia totalmente di Dio. Gesù lo ribadisce soprattutto a noi che siamo “endo”, che siamo “in casa” (v. 17: la casa per Marco è simbolo della Chiesa), perché non abbiamo ancora capito, perché siamo sordi e ciechi.
Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.
Vangelo di Domenica 29 Agosto: Marco 7, 1-8.14-15.21-23
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Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
Purità legale
Marco dà in questo brano tante spiegazioni perché sta scrivendo per una comunità italiana. Matteo, nel brano parallelo (Mt 15,1-20), non si preoccupa di dare tanti chiarimenti in quanto parla a comunità ebraiche che ben conoscono gli usi, i costumi e la cultura ebraica.
Prima che Gesù vada dai pagani, Marco pone un lungo discorso di Gesù, il più lungo di questa sezione, per far cadere la discriminante, il muro fra gli ebrei ed i pagani.
II problema centrale è proprio quello del versetto 15: quello di cibi puri e di cibi impuri. Su questo si dibatte a lungo nella prima comunità cristiana (At 10,1-11,18): si fa anche un Concilio su questo argomento (At 15,3-21).
La Legge comandava agli israeliti di mangiare soltanto gli animali considerati puri (Lv 11; Dt 14), e la tradizione definisce anche le norme di macellazione e di cottura dei cibi: è la cosiddetta cucina kasher. In base ad esse è vietato cibarsi degli animali che sono considerati “impuri” (taref), come gli animali che non ruminano o sono privi di unghie, i pesci senza pinne o squame (molluschi, mitili, crostacei, anguille), alcuni uccelli o insetti, gli animali che strisciano per terra.
All’inizio tali norme nascono come precauzioni igieniche, per paura di infezioni e inquinamento: la proibizione di mangiare i rapaci è dovuta al fatto che questi spesso si cibano di carogne; molti degli animali proibiti si nutrono di rifiuti, o vivono presso acque paludose.
La questione dei cibi puri e dei cibi impuri era così radicata nella cultura ebraica che provocò dure diatribe tra i primi cristiani provenienti dal paganesimo e i cristiani di origine ebraica, che volevano imporre le loro norme anche ai convertiti non ebrei. Ci volle una particolare rivelazione di Dio a Pietro, a Cesarea, per fargli capire: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano” (At 10-11).
Interiorità e radicalità
I precetti dei farisei sono tutta esteriorità. Per capire il mistero del pane unico che è Gesù Cristo, dobbiamo avere un cuore diverso, un cuore capace di amare.
E di fronte ai discepoli nei versetti successivi Gesù spiega la sua parabola, spiega il suo “mashal” (vv. 14-17).
Marco ci dice che Gesù ci richiede una morale radicale. Ai vv. 21-23 c’è un “elenco di vizi” (cfr Rm 1,29-31; Gal 5,19-21; Col 3,5-8; 2 Tm 3,2-5…), dodici (simbolo della totalità del male), di cui sei al plurale (atti cattivi) e sei al singolare (atteggiamenti interiori).
Gesù ci chiede che il nostro cuore sia totalmente di Dio. Gesù lo ribadisce soprattutto a noi che siamo “endo”, che siamo “in casa” (v. 17: la casa per Marco è simbolo della Chiesa), perché non abbiamo ancora capito, perché siamo sordi e ciechi.
Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.
Fonte dell’articolo
Spazio Spadoni
Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
Purità legale
Marco dà in questo brano tante spiegazioni perché sta scrivendo per una comunità italiana. Matteo, nel brano parallelo (Mt 15,1-20), non si preoccupa di dare tanti chiarimenti in quanto parla a comunità ebraiche che ben conoscono gli usi, i costumi e la cultura ebraica.
Prima che Gesù vada dai pagani, Marco pone un lungo discorso di Gesù, il più lungo di questa sezione, per far cadere la discriminante, il muro fra gli ebrei ed i pagani.
II problema centrale è proprio quello del versetto 15: quello di cibi puri e di cibi impuri. Su questo si dibatte a lungo nella prima comunità cristiana (At 10,1-11,18): si fa anche un Concilio su questo argomento (At 15,3-21).
La Legge comandava agli israeliti di mangiare soltanto gli animali considerati puri (Lv 11; Dt 14), e la tradizione definisce anche le norme di macellazione e di cottura dei cibi: è la cosiddetta cucina kasher. In base ad esse è vietato cibarsi degli animali che sono considerati “impuri” (taref), come gli animali che non ruminano o sono privi di unghie, i pesci senza pinne o squame (molluschi, mitili, crostacei, anguille), alcuni uccelli o insetti, gli animali che strisciano per terra.
All’inizio tali norme nascono come precauzioni igieniche, per paura di infezioni e inquinamento: la proibizione di mangiare i rapaci è dovuta al fatto che questi spesso si cibano di carogne; molti degli animali proibiti si nutrono di rifiuti, o vivono presso acque paludose.
La questione dei cibi puri e dei cibi impuri era così radicata nella cultura ebraica che provocò dure diatribe tra i primi cristiani provenienti dal paganesimo e i cristiani di origine ebraica, che volevano imporre le loro norme anche ai convertiti non ebrei. Ci volle una particolare rivelazione di Dio a Pietro, a Cesarea, per fargli capire: “Ciò che Dio ha purificato, tu non chiamarlo più profano” (At 10-11).
Interiorità e radicalità
I precetti dei farisei sono tutta esteriorità. Per capire il mistero del pane unico che è Gesù Cristo, dobbiamo avere un cuore diverso, un cuore capace di amare.
E di fronte ai discepoli nei versetti successivi Gesù spiega la sua parabola, spiega il suo “mashal” (vv. 14-17).
Marco ci dice che Gesù ci richiede una morale radicale. Ai vv. 21-23 c’è un “elenco di vizi” (cfr Rm 1,29-31; Gal 5,19-21; Col 3,5-8; 2 Tm 3,2-5…), dodici (simbolo della totalità del male), di cui sei al plurale (atti cattivi) e sei al singolare (atteggiamenti interiori).
Gesù ci chiede che il nostro cuore sia totalmente di Dio. Gesù lo ribadisce soprattutto a noi che siamo “endo”, che siamo “in casa” (v. 17: la casa per Marco è simbolo della Chiesa), perché non abbiamo ancora capito, perché siamo sordi e ciechi.
Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.
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Spazio Spadoni
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