Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
Nell’Antico Testamento è ricorrente l’immagine della vigna o della vite per designare Israele in quanto popolo di Dio, sua proprietà (Is 5,1-7; 27,2-6; Ger 2,21; Sl 80,9…): e tale metafora è ripresa anche dai Vangeli Sinottici (Mt 20,1-16; 21,33-43; Lc 13,6-9). Il Vangelo annuncia che un nuovo popolo, la Chiesa, è chiamato a “portare frutti a suo tempo” (Mt 21,41), fondandosi sul Cristo, “la pietra che i costruttori hanno scartato e che è diventata testata d’angolo” (Mt 21,42).
Ma guai ad insuperbirci nei confronti di Israele: infatti “la salvezza viene dai Giudei” (Gv 4,22)! La Chiesa è infatti radicata in Israele. Innanzitutto perché non tutto Israele ha rifiutato Cristo, ma solo una sua parte: Maria, gli Apostoli, la prima Chiesa infatti, come Gesù, appartenevano al popolo ebreo. Inoltre Paolo, nella lettera ai Romani, in un capitolo, l’undicesimo, che abbiamo troppo spesso trascurato con conseguenze drammatiche nelle relazioni cristiano-ebraiche, ci rivela quale sia il “mistero di Israele” (Rm 11,25) e il suo destino, e quale atteggiamento i cristiani debbano avere verso il popolo eletto.
Paolo ha prima affermato: “Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli” (Rm 9,2-5). “Il dolore di Paolo per Israele è anche il dolore di tutto il mondo cristiano, il quale con vergogna deve riconoscere di aver contribuito con il suo comportamento verso il popolo giudaico a indurirne l’incredulità” (P. Althaus).
Ma poi Paolo annuncia che, quando tutte le genti avranno accettato di far parte della Chiesa, allora anche tutto Israele si convertirà (Rm 11,2.11.25-29). E la conversione di Israele coinciderà con la resurrezione finale (Rm 11,12.15). Se la riprovazione d’Israele è stata la salvezza dei popoli pagani, la loro accettazione da parte di Dio sarà la fine dei tempi, la riconciliazione ultima universale, la salvezza messianica escatologica.
L’atteggiamento della Chiesa verso Israele deve quindi essere innanzitutto di venerazione. Paolo si rivolge ai cristiani che non sono di origine ebraica e li ammonisce a non vantarsi nei confronti dei giudei: la Chiesa proveniente dal paganesimo non ha soppiantato Israele, ma è Israele che ha accolto i pagani in sé e ha concesso loro di partecipare alla sua Promessa. Gli etnico-cristiani sono l’olivastro innestato sull’olivo buono che è Israele: è Israele che regge anche la Chiesa formata da ex-pagani (Rm 11,17-18).
Ci ammonisce il Concilio Ecumenico Vaticano II: “Gli ebrei, a motivo dei Padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento… La Chiesa inoltre, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei…, deplora gli odii, le persecuzioni e tutte le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque” (Nostra aetate, n. 4).
Buona Misericordia a tutti!
Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.
Vangelo di Domenica 4 Ottobre: Matteo 21, 33-43
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Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
Nell’Antico Testamento è ricorrente l’immagine della vigna o della vite per designare Israele in quanto popolo di Dio, sua proprietà (Is 5,1-7; 27,2-6; Ger 2,21; Sl 80,9…): e tale metafora è ripresa anche dai Vangeli Sinottici (Mt 20,1-16; 21,33-43; Lc 13,6-9). Il Vangelo annuncia che un nuovo popolo, la Chiesa, è chiamato a “portare frutti a suo tempo” (Mt 21,41), fondandosi sul Cristo, “la pietra che i costruttori hanno scartato e che è diventata testata d’angolo” (Mt 21,42).
Ma guai ad insuperbirci nei confronti di Israele: infatti “la salvezza viene dai Giudei” (Gv 4,22)! La Chiesa è infatti radicata in Israele. Innanzitutto perché non tutto Israele ha rifiutato Cristo, ma solo una sua parte: Maria, gli Apostoli, la prima Chiesa infatti, come Gesù, appartenevano al popolo ebreo. Inoltre Paolo, nella lettera ai Romani, in un capitolo, l’undicesimo, che abbiamo troppo spesso trascurato con conseguenze drammatiche nelle relazioni cristiano-ebraiche, ci rivela quale sia il “mistero di Israele” (Rm 11,25) e il suo destino, e quale atteggiamento i cristiani debbano avere verso il popolo eletto.
Paolo ha prima affermato: “Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli” (Rm 9,2-5). “Il dolore di Paolo per Israele è anche il dolore di tutto il mondo cristiano, il quale con vergogna deve riconoscere di aver contribuito con il suo comportamento verso il popolo giudaico a indurirne l’incredulità” (P. Althaus).
Ma poi Paolo annuncia che, quando tutte le genti avranno accettato di far parte della Chiesa, allora anche tutto Israele si convertirà (Rm 11,2.11.25-29). E la conversione di Israele coinciderà con la resurrezione finale (Rm 11,12.15). Se la riprovazione d’Israele è stata la salvezza dei popoli pagani, la loro accettazione da parte di Dio sarà la fine dei tempi, la riconciliazione ultima universale, la salvezza messianica escatologica.
L’atteggiamento della Chiesa verso Israele deve quindi essere innanzitutto di venerazione. Paolo si rivolge ai cristiani che non sono di origine ebraica e li ammonisce a non vantarsi nei confronti dei giudei: la Chiesa proveniente dal paganesimo non ha soppiantato Israele, ma è Israele che ha accolto i pagani in sé e ha concesso loro di partecipare alla sua Promessa. Gli etnico-cristiani sono l’olivastro innestato sull’olivo buono che è Israele: è Israele che regge anche la Chiesa formata da ex-pagani (Rm 11,17-18).
Ci ammonisce il Concilio Ecumenico Vaticano II: “Gli ebrei, a motivo dei Padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento… La Chiesa inoltre, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei…, deplora gli odii, le persecuzioni e tutte le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque” (Nostra aetate, n. 4).
Buona Misericordia a tutti!
Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.
Fonte dell’articolo
Spazio Spadoni
Cari Consorelle e Confratelli delle Misericordie, sono Carlo Miglietta, medico, biblista, laico, marito, papà e nonno (www.buonabibbiaatutti.it). Anche oggi condivido con voi un breve pensiero di meditazione sul Vangelo, con particolare riferimento al tema della misericordia.
Nell’Antico Testamento è ricorrente l’immagine della vigna o della vite per designare Israele in quanto popolo di Dio, sua proprietà (Is 5,1-7; 27,2-6; Ger 2,21; Sl 80,9…): e tale metafora è ripresa anche dai Vangeli Sinottici (Mt 20,1-16; 21,33-43; Lc 13,6-9). Il Vangelo annuncia che un nuovo popolo, la Chiesa, è chiamato a “portare frutti a suo tempo” (Mt 21,41), fondandosi sul Cristo, “la pietra che i costruttori hanno scartato e che è diventata testata d’angolo” (Mt 21,42).
Ma guai ad insuperbirci nei confronti di Israele: infatti “la salvezza viene dai Giudei” (Gv 4,22)! La Chiesa è infatti radicata in Israele. Innanzitutto perché non tutto Israele ha rifiutato Cristo, ma solo una sua parte: Maria, gli Apostoli, la prima Chiesa infatti, come Gesù, appartenevano al popolo ebreo. Inoltre Paolo, nella lettera ai Romani, in un capitolo, l’undicesimo, che abbiamo troppo spesso trascurato con conseguenze drammatiche nelle relazioni cristiano-ebraiche, ci rivela quale sia il “mistero di Israele” (Rm 11,25) e il suo destino, e quale atteggiamento i cristiani debbano avere verso il popolo eletto.
Paolo ha prima affermato: “Ho nel cuore un grande dolore e una sofferenza continua. Vorrei infatti essere io stesso anàtema, separato da Cristo a vantaggio dei miei fratelli, miei consanguinei secondo la carne. Essi sono Israeliti e possiedono l’adozione a figli, la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la carne, egli che è sopra ogni cosa, Dio benedetto nei secoli” (Rm 9,2-5). “Il dolore di Paolo per Israele è anche il dolore di tutto il mondo cristiano, il quale con vergogna deve riconoscere di aver contribuito con il suo comportamento verso il popolo giudaico a indurirne l’incredulità” (P. Althaus).
Ma poi Paolo annuncia che, quando tutte le genti avranno accettato di far parte della Chiesa, allora anche tutto Israele si convertirà (Rm 11,2.11.25-29). E la conversione di Israele coinciderà con la resurrezione finale (Rm 11,12.15). Se la riprovazione d’Israele è stata la salvezza dei popoli pagani, la loro accettazione da parte di Dio sarà la fine dei tempi, la riconciliazione ultima universale, la salvezza messianica escatologica.
L’atteggiamento della Chiesa verso Israele deve quindi essere innanzitutto di venerazione. Paolo si rivolge ai cristiani che non sono di origine ebraica e li ammonisce a non vantarsi nei confronti dei giudei: la Chiesa proveniente dal paganesimo non ha soppiantato Israele, ma è Israele che ha accolto i pagani in sé e ha concesso loro di partecipare alla sua Promessa. Gli etnico-cristiani sono l’olivastro innestato sull’olivo buono che è Israele: è Israele che regge anche la Chiesa formata da ex-pagani (Rm 11,17-18).
Ci ammonisce il Concilio Ecumenico Vaticano II: “Gli ebrei, a motivo dei Padri, rimangono ancora carissimi a Dio, i cui doni e la cui vocazione sono senza pentimento… La Chiesa inoltre, memore del patrimonio che essa ha in comune con gli Ebrei…, deplora gli odii, le persecuzioni e tutte le manifestazioni di antisemitismo dirette contro gli Ebrei in ogni tempo e da chiunque” (Nostra aetate, n. 4).
Buona Misericordia a tutti!
Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.
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Spazio Spadoni
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Vangelo di domenica 19 ottobre: XXIX domenica anno C: Luca 18, 1-8
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Vangelo di domenica 28 settembre: XXVI domenica anno C: Luca 16, 19-31
Vangelo di domenica 21 settembre: XXV domenica anno C: Luca 16, 1-13
Vangelo di domenica 14 settembre: Esaltazione della Santa Croce: Giovanni 3, 13-17
Vangelo di domenica 7 settembre: XXIII domenica anno C: Luca 14, 25-33
Vangelo di domenica 31 agosto: XXII domenica anno C: Luca 14, 1. 7-14
Vangelo di domenica 24 agosto: XXI domenica anno C: Luca 13, 22-30
Vangelo di domenica 17 agosto: XX domenica anno C: Luca 12,49-53