«Gesù uscì e vide un pubblicano di nome Levi, seduto al banco delle imposte. Gli disse: “Seguimi!”. Ed egli, lasciando tutto, si alzò e lo seguì. Poi Levi gli preparò un grande banchetto nella sua casa» (Lc 5,27-29).
In questo articolo, vi propongo di seguire Gesù nel Vangelo di Luca, proprio quando si siede a tavola. Il Maestro ama farlo: spesso insegna e guarisce mentre mangia e beve. Perché Gesù si comporta così? Perché permette ai suoi avversari di definirlo «mangione e beone»? Perché chiama a seguirlo delle «persone cattive»? Perché chiama me, e anche te?
In Luca 5,27-39, nella casa di Levi (conosciuto anche come Matteo), durante un banchetto, Gesù precisa il senso della sua missione. Nel dialogo, che diventa quasi una disputa con i farisei e gli scribi, Gesù afferma che sono i malati ad avere bisogno del medico e che egli è venuto a chiamare i peccatori alla conversione; poi sostiene la necessità della convivialità attraverso l’immagine dello sposo.
La chiamata di Levi e la novità della sequela
Con la chiamata di Levi, Luca introduce sulla scena un nuovo personaggio e, attraverso l’intreccio della rivelazione, emergono due aspetti della persona di Gesù: egli possiede l’autorità divina di guarire e di perdonare i peccati. Levi è la prima persona nel Vangelo della quale si sottolinea che Gesù la osserva e della quale viene specificata la professione di pubblicano ancora prima di pronunciarne il nome. Si trova seduto al banco delle imposte, relegato al suo lavoro di esattore, mentre Gesù è in movimento. Gesù gli chiede di seguirlo e Levi lascia tutto: non soltanto il banco delle imposte, il suo lavoro, ma, in modo più radicale, la vita che aveva condotto fino a quel momento. Si alza (ἀναστάς – anastas nel testo greco originale) dal banco delle imposte non solo in senso fisico, ma anche figurato, come una resurrezione.
Il medico dei peccatori e lo scandalo dell’accoglienza
I farisei e i loro scribi entrano in scena come invitati o spettatori occasionali: scandalizzati, mormorano contro Gesù, che, essendo un uomo giusto, sta insieme a pubblicani e peccatori. Si lamentano con i discepoli di Gesù, mentre il Maestro risponde loro direttamente, da protagonista del racconto: non sono i sani, ma i malati ad avere bisogno del medico (Lc 5,31), perché egli stesso è il medico del suo popolo. Aggiunge di non essere venuto per i giusti, ma per i peccatori: ciò che desidera è la metanoia (μετάνοια), cioè la conversione (Lc 5,32).
Ritroviamo qui uno schema tipicamente lucano, composto da tre elementi: la gente mormora, una dichiarazione generale conclude il testo e c’è qualcosa o qualcuno che era perduto e viene ritrovato (cfr. Lc 5,28.30.32; la parabola dei due figli in Lc 15,2.20.32; l’incontro con Zaccheo in Lc 19,5.7.10). Gesù è amico dei pubblicani e dei peccatori perché il suo stile è quello dell’incontro con tutti.
La festa nuziale e il vino nuovo
C’è un doppio contrasto tra il digiuno e il mangiare, tra il piangere e il bere (Lc 5,33): la partecipazione di Gesù e dei suoi discepoli ai banchetti mostra una libertà completamente non ascetica, che prende il posto dell’osservanza della legge, perché il gesto caratteristico e simbolico del messaggio di Gesù è proprio la tavola, il banchetto festoso.
L’immagine dello sposo mostra come, in occasione delle feste nuziali, ci fosse il dovere di interrompere il digiuno (Lc 5,34). La presenza di Gesù, lo sposo, impedisce di osservarlo, fino a quando egli sarà tolto. Questo sembra già alludere alla morte di Gesù sulla croce e comincia a delineare il suo cammino verso Gerusalemme.
L’uso delle parabole è un mezzo di persuasione indiretta attraverso il quale Gesù cerca di entrare in dialogo con i farisei e i loro scribi in modo metaforico. Il narratore le lascia aperte, senza una situazione conclusiva, come stimolo sia per loro sia per il lettore, per ciascuno di noi.
La prima parabola (Lc 5,36) parla di un pezzo di stoffa nuova che viene strappato per essere applicato a un vestito vecchio. Il vestito è segno della corporeità e indica l’uomo, mentre la toppa rappresenta ciò che viene messo sopra qualcosa. Non si strappa un pezzo da un vestito nuovo, altrimenti si rovina anche quello nuovo: il Vangelo appartiene a un ordine diverso e non può essere semplicemente combinato con ciò che è vecchio.
L’immagine del vino nuovo (Lc 5,37-38) rafforza il significato della precedente metafora del vestito, mettendo nuovamente in evidenza il simbolismo del banchetto: è un vino nuovo, fresco, giovane, che può essere gustato subito, ma soltanto da uomini nuovi.
Le parabole provocano gli ascoltatori di Gesù e, allo stesso tempo, i lettori di Luca. Ci conducono a una scelta di vita, come è accaduto a Levi, invitando loro e tutti noi all’incontro tra coloro che si considerano giusti e coloro che vengono emarginati come peccatori, con l’obiettivo di costruire una società nuova.
La legge del vino mostra quanto sia difficile tutto questo: il vino vecchio è migliore. Questa terza e ultima parabola (Lc 5,39) sembra così spiegare la riluttanza di molti a comprendere e seguire Gesù.
Da Milano a Warangal: la mia vocazione missionaria
Amo molto questo brano. Mi ricorda la mia stessa chiamata, nel 1999, in India. Allora avevo 21 anni ed ero uno studente di Architettura a Milano, la mia città, quando decisi di partecipare a un’esperienza missionaria del PIME. Insieme a tre ragazze, fui destinato a Warangal, nell’India meridionale, nella missione di padre Augusto Colombo.
Era la notte del 15 agosto, festa dell’Assunzione. Non riuscivo a dormire. All’improvviso mi venne in mente una domanda strana:
«Può essere tua questa vita che stai vivendo qui?».
Rimasi stupito. Non mi ero mai posto una domanda simile. Avevo una fidanzata e desideravo diventare architetto. In quel preciso momento capii che tutto stava cambiando nella mia vita.
Iniziai un anno di discernimento, accompagnato da un gesuita e da un sacerdote del PIME, e al termine di quell’anno entrai nel Seminario del PIME a Roma.
Ci volle un po’ di tempo per comprendere che quella strana domanda era davvero Dio che mi chiamava a seguirlo come sacerdote missionario.
Dopo 16 anni di sacerdozio, sono ancora felice di seguirlo, ovunque egli mi chiami!
Foto di padre Piero Masolo

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