Sulle orme dell’Esodo, tra Egitto e Giordania

5 Settembre 2026

Don Vito Vacca

Don Vito Vacca
Palestina Palestina

Pellegrine a Petra
Una delle tappe del pellegrinaggio guidato don Vito Vacca è stata Petra, il celebre sito archeologico nel deserto sudoccidentale della Giordania

Cari amici pellegrini, vi ringrazio per la ricchezza delle vostre testimonianze e per la partecipazione intensa e genuina che avete mostrato come veri pellegrini.

Come tutti avete detto, il Signore ci ha concesso un viaggio stupendo, anche dal punto di vista logistico, e un pellegrinaggio colmo di grazie.

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Fin dall’inizio, con voi avevo chiesto al Signore di donarci la sua presenza e a Maria e a Giuseppe di accompagnarci come avevano accompagnato Gesù in Egitto. Lo avevamo chiesto nella chiesa del vecchio Cairo in cui la Santa Famiglia aveva vissuto le acque amare della persecuzione e dell’esilio.

L’incontro con i fratelli del Cairo e il loro vescovo copto ci ha donato un’eucaristia meravigliosa e una cena fraterna. Era la nuova pasqua che portava a compimento la prima: non più l’uscita da una terra ma dalla schiavitù del peccato e della morte.

La resurrezione di Gesù segna la nostra nuova meta. Le piramidi, una delle meraviglie del mondo, ci hanno offerto la possibilità di passare da quella religiosità naturale insita nel cuore di ogni uomo, al Dio della storia, che ascolta il grido del suo popolo come “Colui che c’è”.

Ci ha poi accompagnato Mosè con l’invito a liberarci dalle schiavitù e dai falsi idoli per entrare nella terra che scorre latte e miele, la terra del nuovo Regno. Mosè lo abbiamo seguito in tutte le tappe del deserto.

Il primo giorno lo abbiamo contemplato sul Nilo, bambino nella cesta, ignaro del piano d’amore di Dio per lui e per l’umanità.

Poi lo abbiamo contemplato nel roveto ardente, manifestazione del “Dio che c’è”, e all’opera nelle piaghe e nell’uscita dall’Egitto, nel passaggio del Mar Rosso, a Mara, Elim e il deserto di Sin.

A Refidim lo abbiamo visto con le mani alzate perché imparassimo come affrontare i giganti.

Nei deserti dell’Egitto abbiamo incontrato monasteri memorabili come quelli di sant’Antonio e di san Paolo, e monaci che hanno trasmesso la loro testimonianza di preghiera, di fuga dalla schiavitù del faraone e rifugio nella libertà del cuore e del corpo.

I monaci ortodossi ci hanno persino permesso di celebrare nel loro monastero a piedi scalzi come Mosè presso il roveto. Il monastero di Santa Caterina o della trasfigurazione, uno tra i più antichi e preziosi del mondo per posizione, storia, e per manoscritti e icone.

Lo abbiamo osservato dalle rocce e visitato con trepidazione mentre mostrava il pozzo di Ietro, il roveto di Mosè, la chiesa della trasfigurazione e le icone più antiche e belle del mondo cristiano. Il fuoco del roveto si poserà in Maria e poi sugli apostoli nella pentecoste.

Quanto desiderava Gesù che si accendesse nei nostri cuori! La salita al monte Sinai significa aderire all’alleanza col Dio di Abramo, Isacco, Giacobbe, il Dio di Mosè e di Gesù. Lassù riceviamo le 10 parole portate poi a compimento nel Monte delle beatitudini e in Gesù stesso, che nel suo sangue ha stretto la nuova alleanza.

A Eilat, nelle tre ore di transito in Israele, ci ha accolto la casa-chiesa dei santi Mosè ed Elia affidata ai presbiteri del cammino.

Poi abbiamo seguito il popolo di Israele nei deserti della Giordania, dove Mosè trascorse quarant’anni plasmando la comunità e guidandola nella maturazione della fede. In quel lungo cammino Mosè preparò il popolo alla lotta interiore della fedeltà, insegnando a riconoscere la presenza di Dio che li accompagnava e provvedeva al loro bisogno quotidiano con la manna e l’acqua.

È la nostra vita che matura attraverso le tentazioni e le prove che ci mostrano cosa c’è nel nostro cuore, e se veramente amiamo Dio.

Dopo aver ammirato sbalorditi la “città nascosta” di Petra, un’altra delle meraviglie del mondo, abbiamo sostato presso la fontana di Mosè che porta ancora questo nome.

A Massa e Meriba appare la pazienza del Signore che sopporta la nostra incredulità e le nostre mormorazioni.

Nel villaggio di Smakieh, dove sono stato parroco 5 anni, abbiamo sperimentato l’accoglienza dei fratelli nella fede: messa arabo-italiano e pranzo preparato con amore, canti e balli improvvisati nella fresca atmosfera che mitigava il sole di mezzogiorno.

Più avanti il mago Balaam venuto sull’asino per maledire il popolo di Israele proclama la benedizione e la profezia della stella. Nessuna maledizione può colpirci se Dio è con noi come con Maria, con Mosè, con Giosuè!

Il Monte Nebo ci ricorda gli ultimi istanti di Mosè, il suo testamento, la consegna a Giosuè e la morte dell’uomo più mite della terra. La sua missione si chiude prima dell’ingresso nella Terra Promessa, ma si apre all’ingresso nella Gerusalemme celeste, la meta ultima.

Il cammino porta alla Terra Promessa: questa meta ci chiama ad esser pellegrini, non vagabondi nella nostra vita, a coltivare il desiderio di seguire la Parola.

Il luogo del battesimo di Gesù sul Giordano, con le antiche chiese sorte nei primi secoli e le nuove che oggi vi si costruiscono come segno dell’unità dei cristiani nel medesimo battesimo, ci ha incoraggiati a vivere la nostra adesione a Cristo con maggiore decisione e profondità.

Nel Battesimo diveniamo tutti figli di Dio. Copti ortodossi, Russi, Greci, Armeni o latini, tutti tendiamo ad essere uniti nello Spirito di Gesù morendo al peccato e risorgendo con una vita nuova.

Visitando Gerash e l’acropoli di Amman, la Rabbat Ammon della Bibbia che ricorda il peccato di Davide, abbiamo ammirato l’arte e la tecnica fenomenale dei Romani.

Infine, la sosta al fiume Yabboq ci ha fatto riflettere sulla nostra fragilità e sulle nostre paure, ma ci ha spronato a fare l’alleanza con Dio e ricevere anche noi come Giacobbe, il nome “Israele”, “forti con Dio”.

L’Esodo che abbiamo fatto, fratelli carissimi, è il cammino preparato dal Signore per condurci alla salvezza: possa il suo ricordo rimanere nei nostri cuori come memoriale nei momenti della prova e del combattimento.

Foto di don Vito Vacca

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