Da L’Aquila, fra Piero Sirianni, frate minore cappuccino, condivide con Mission una testimonianza sull’opera di misericordia “visitare i carcerati”
A conclusione della propria narrazione evangelica, Matteo rivela il desiderio del Signore Gesù, l’economia della universale redenzione, che si incarna nel servizio donato allo stesso Messia; Egli – in virtù di una opzione preferenziale – abita nei «poveri in spirito» (Mt 5,3; cfr. Lc 6,20) e in ciascuna persona umana che vive il bisogno e la croce: affamati, assetati, stranieri, nudi, carcerati.
«Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36): proclama il Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. Il Nazareno ripete, ulteriormente: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).
Anche san Francesco d’Assisi – negli anni della sua giovinezza “pre-convertita” – ha conosciuto la dura esperienza del carcere: durante la guerra tra Perugia e Assisi, egli venne fatto prigioniero e rimase un anno nelle carceri perugine (cfr. Leggenda dei tre Compagni II,4, Fonti Francescane 1398; Memoriale nel desiderio dell’anima I,4, Fonti Francescane 584); anch’egli – dunque – ha assaggiato l’amarezza, la tristezza, il dolore del ritrovarsi dietro le sbarre.
Sentimenti, però, accompagnati dalla consolazione della grazia e dalla incessante ricerca del volto del Signore. La croce e la restrizione hanno visitato Francesco e sono stati la spinta propulsiva del proprio itinerario di conversione umano-divina.
I frati Francescani nella città di L’Aquila – Minori e Minori Cappuccini – sono una presenza, un segno presso le carceri del luogo: Casa Circondariale e Istituto Penitenziario per Minorenni “San Francesco d’Assisi”.
Rappresentano quella «prossimità samaritana» tanto cara all’Arcivescovo emerito di L’Aquila, il Cardinale Giuseppe Petrocchi. Essi, nella amministrazione dei sacramenti e nell’esercizio della carità, edificano il Regno divino; recano conforto; costituiscono la cerniera tra la Chiesa locale, la comunità civile e i luoghi di detenzione; indicano la speranza nella Risurrezione e in una vita nuova nella grazia; testimoniano il valore della fraternità, anche con il diverso-da-sé; seminano il bene. Ricordano a chi osserva da lontano che certi luoghi sono abitati primieramente da una umanità che anela a redimersi, sempre oltre la violenza e le quotidiane incomprensioni.
Tutti possiamo accogliere lezioni dalla vita; l’opera di misericordia corporale “visitare i carcerati” ce lo ricorda e ci invita a spenderci per gli altri, a donare tempo ed energie per aiutare i più poveri e fragili, a essere ponti nella società per una sempre possibile rinascita dalle ceneri degli errori commessi.
Siamo spronati anche a credere che “Non esistono ragazzi cattivi” (Claudio BURGIO 202314) e che «accompagnare questi ragazzi nel periodo più delicato della loro esistenza è certamente un kairós, un “momento favorevole”» (p. 24).
Immagini
- Foto di fra Piero Sirianni
Ero in carcere. Ecco, sto alla porta e busso
il:
– di:
Foto di fra Piero Sirianni
Da L’Aquila, fra Piero Sirianni, frate minore cappuccino, condivide con Mission una testimonianza sull’opera di misericordia “visitare i carcerati”
A conclusione della propria narrazione evangelica, Matteo rivela il desiderio del Signore Gesù, l’economia della universale redenzione, che si incarna nel servizio donato allo stesso Messia; Egli – in virtù di una opzione preferenziale – abita nei «poveri in spirito» (Mt 5,3; cfr. Lc 6,20) e in ciascuna persona umana che vive il bisogno e la croce: affamati, assetati, stranieri, nudi, carcerati.
«Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36): proclama il Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. Il Nazareno ripete, ulteriormente: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).
Anche san Francesco d’Assisi – negli anni della sua giovinezza “pre-convertita” – ha conosciuto la dura esperienza del carcere: durante la guerra tra Perugia e Assisi, egli venne fatto prigioniero e rimase un anno nelle carceri perugine (cfr. Leggenda dei tre Compagni II,4, Fonti Francescane 1398; Memoriale nel desiderio dell’anima I,4, Fonti Francescane 584); anch’egli – dunque – ha assaggiato l’amarezza, la tristezza, il dolore del ritrovarsi dietro le sbarre.
Sentimenti, però, accompagnati dalla consolazione della grazia e dalla incessante ricerca del volto del Signore. La croce e la restrizione hanno visitato Francesco e sono stati la spinta propulsiva del proprio itinerario di conversione umano-divina.
Rappresentano quella «prossimità samaritana» tanto cara all’Arcivescovo emerito di L’Aquila, il Cardinale Giuseppe Petrocchi. Essi, nella amministrazione dei sacramenti e nell’esercizio della carità, edificano il Regno divino; recano conforto; costituiscono la cerniera tra la Chiesa locale, la comunità civile e i luoghi di detenzione; indicano la speranza nella Risurrezione e in una vita nuova nella grazia; testimoniano il valore della fraternità, anche con il diverso-da-sé; seminano il bene. Ricordano a chi osserva da lontano che certi luoghi sono abitati primieramente da una umanità che anela a redimersi, sempre oltre la violenza e le quotidiane incomprensioni.
Tutti possiamo accogliere lezioni dalla vita; l’opera di misericordia corporale “visitare i carcerati” ce lo ricorda e ci invita a spenderci per gli altri, a donare tempo ed energie per aiutare i più poveri e fragili, a essere ponti nella società per una sempre possibile rinascita dalle ceneri degli errori commessi.
Siamo spronati anche a credere che “Non esistono ragazzi cattivi” (Claudio BURGIO 202314) e che «accompagnare questi ragazzi nel periodo più delicato della loro esistenza è certamente un kairós, un “momento favorevole”» (p. 24).
Immagini
Da L’Aquila, fra Piero Sirianni, frate minore cappuccino, condivide con Mission una testimonianza sull’opera di misericordia “visitare i carcerati”
A conclusione della propria narrazione evangelica, Matteo rivela il desiderio del Signore Gesù, l’economia della universale redenzione, che si incarna nel servizio donato allo stesso Messia; Egli – in virtù di una opzione preferenziale – abita nei «poveri in spirito» (Mt 5,3; cfr. Lc 6,20) e in ciascuna persona umana che vive il bisogno e la croce: affamati, assetati, stranieri, nudi, carcerati.
«Ero in carcere e siete venuti a trovarmi» (Mt 25,36): proclama il Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. Il Nazareno ripete, ulteriormente: «Ecco: sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Ap 3,20).
Anche san Francesco d’Assisi – negli anni della sua giovinezza “pre-convertita” – ha conosciuto la dura esperienza del carcere: durante la guerra tra Perugia e Assisi, egli venne fatto prigioniero e rimase un anno nelle carceri perugine (cfr. Leggenda dei tre Compagni II,4, Fonti Francescane 1398; Memoriale nel desiderio dell’anima I,4, Fonti Francescane 584); anch’egli – dunque – ha assaggiato l’amarezza, la tristezza, il dolore del ritrovarsi dietro le sbarre.
Sentimenti, però, accompagnati dalla consolazione della grazia e dalla incessante ricerca del volto del Signore. La croce e la restrizione hanno visitato Francesco e sono stati la spinta propulsiva del proprio itinerario di conversione umano-divina.
Rappresentano quella «prossimità samaritana» tanto cara all’Arcivescovo emerito di L’Aquila, il Cardinale Giuseppe Petrocchi. Essi, nella amministrazione dei sacramenti e nell’esercizio della carità, edificano il Regno divino; recano conforto; costituiscono la cerniera tra la Chiesa locale, la comunità civile e i luoghi di detenzione; indicano la speranza nella Risurrezione e in una vita nuova nella grazia; testimoniano il valore della fraternità, anche con il diverso-da-sé; seminano il bene. Ricordano a chi osserva da lontano che certi luoghi sono abitati primieramente da una umanità che anela a redimersi, sempre oltre la violenza e le quotidiane incomprensioni.
Tutti possiamo accogliere lezioni dalla vita; l’opera di misericordia corporale “visitare i carcerati” ce lo ricorda e ci invita a spenderci per gli altri, a donare tempo ed energie per aiutare i più poveri e fragili, a essere ponti nella società per una sempre possibile rinascita dalle ceneri degli errori commessi.
Siamo spronati anche a credere che “Non esistono ragazzi cattivi” (Claudio BURGIO 202314) e che «accompagnare questi ragazzi nel periodo più delicato della loro esistenza è certamente un kairós, un “momento favorevole”» (p. 24).
Immagini
Foto di fra Piero Sirianni
TAG
CONDIVIDI