Giuseppe Moscati, il santo misericordioso che leggeva nei cuori

Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni
Per la rubrica di spazio + spadoni sui Santi della Misericordia, questo venerdì, presentiamo san Giuseppe Moscati
Raccontiamo le vite dei santi non certo perché sia possibile imitarli. Anzi, non dobbiamo proprio farlo. Approfondiamo il contesto storico-geografico in cui si sono aperti alla santità per capire che la sua Misericordia è all’opera, sempre.
Dio agisce dovunque e in ogni tempo con l’energia dello spirito della sua Sapienza, che “Sebbene unica, può tutto; pur rimanendo in sé stessa, tutto rinnova e attraverso i secoli, passando nelle anime sante, prepara amici di Dio e profeti. (Sapienza 7,27).
Le vite dei santi ci aiutano a riscoprire ciò che viene sì predicato, ma che non ci convince fino in fondo.
Proprio io, con la mia vita mediocre e peccatrice, posso aprirmi alla santità di Dio? Dio è onnipotente, certo, ma … io sono un osso duro: ce la farà anche con me?
Ecco, queste pagine dovrebbero aiutarci ad arrivare alla stessa conclusione di Ignazio che, costretto a letto per mesi per una ferita alla gamba, leggendo le vite dei santi arriva a concludere: “E’ successo a loro, perché non a me?”.
Aprire i nostri cuori e offrire le nostre esistenze a Dio affinché ci plasmi con la sua santità, quotidianamente, giorno dopo giorno, lentamente ma inesorabilmente.
La vita di Giuseppe Moscati ci appare da tanti punti di vista … normale, ordinaria.
Nasce a Benevento nel 1880, segue il padre ad Ancona e, all’età di 4 anni, approda a quella che sarà la sua città adottiva: Napoli.
Qui studia, prende la laurea in Medicina nel 1903, quando suo padre è morto da qualche anno. Anche suo fratello, tenente di Artiglieria, ad appena 32 anni, muore dopo una lunga malattia in seguito ad una caduta da cavallo.
Una salda fede cristiana lo aiuta in tutte queste vicissitudini, non diverse da quelle di tante nostre famiglie.
Dio accompagna Giuseppe in ogni momento della sua vita, ma sommessamente, discretamente, senza manifestazioni eclatanti esteriori.
Egli diventa ordinario di Anatomia Patologica e poi primario nell’Ospedale di santa Maria del Popolo (detto degli Incurabili). Durante la prima guerra Mondiale dirige gli Ospedali Riuniti di Napoli e nel 1911 ottiene la libera docenza in Chimica fisiologica.
Per il resto della vita, dovette quindi coniugare l’attività di assistenza ai malati (dentro e fuori gli ospedali) con quella di professore, con lezioni, interrogazioni per gli esami, guida di tesi, preparazione di pubblicazioni scientifiche, ecc.
A causa delle sue originali capacità di ricerca, diventa conosciuto in Italia e all’estero per le sue pubblicazioni scientifiche.
Per le sue straordinarie capacità diagnostiche, viene ricercato in Italia e all’estero per i suoi consulti.
Una persona, quindi, che già di suo aveva capacità umane e professionali al di sopra del comune?
Un medico che comunque era già emerso e spiccava per la sua carica di umanità unita ad una grande competenza?
La frequentazione quotidiana con la Parola di Dio, la preghiera e i sacramenti della Chiesa Cattolica gli danno alcune caratteristiche che non possono semplicemente essere ricondotte alle sue capacità umane e professionali.
La capacità, ad esempio, di leggere nei cuori. La sua profonda fede acuisce ed approfondisce le sue già importanti capacità di diagnosi. Dava l’impressione di “indovinare”, di “vedere” le malattie del corpo, di percepirle da segni impercettibili che stupivano i colleghi.
Egli ne era anche turbato, tanto che un giorno raccontò cosa gli era successo in clinica a sua sorella. Si tratta di un dono dello Spirito Santo, che la chiesa cristiana conosce fin dai suoi primi tempi come “cardiognosi”, ossia conoscenza in profondità dei cuori delle persone.
Ciò lo portava a sostenere una posizione che, oggi, non è più una novità ed è sostenuta da più parti, ma, ai suoi tempi, era decisamente combattuta. L’idea, cioè, che la persona umana non è solo corpo, che il degente non è solo un paziente, bensì è unione di corpo, anima e spirito.
Negli ultimi anni, molti medici sono diventati sempre più perplessi sulle possibilità di curare una persona come se fosse solo “una malattia” o un organo malfunzionante.
L’unificazione operata dalla carità fece percepire a Moscati il binomio malattia guarigione come relativo a tutto l’essere umano.
Divenne anticipatore e protagonista di quella umanizzazione della medicina avvertita oggi come condizione necessaria per una rinnovata attenzione ed assistenza a chi soffre.
E questo senza ricorrere (come fanno oggi alcune ASL) a esoteriche terapie orientali, ma semplicemente attingendo al profondo patrimonio della spiritualità cristiana.
La cura dell’unità psico-fisica della persona doveva spingersi fino alle ultime profondità spirituali, fino all’ultima sofferenza dell’anima, fino all’ultima esigenza di spiritualità, con un deciso orientamento ultraterreno.
Per questo Moscati aveva il coraggio di fare cose che oggi non sarebbero sicuramente ammesse nei nostri ospedali. Parlava ai suoi pazienti della salute dell’anima e li esortava, se veramente volevano guarire, a seguire le sue prescrizioni medico-scientifiche ma allo stesso tempo a ricorrere ai sacerdoti, ai sacramenti, alla guarigione dell’anima. Mantenendo il giusto equilibrio tra scienza e fede, senza scivolare nelle derive che fanno di un medico un santone o un guaritore.
Dal momento che non nascondeva questo suo atteggiamento di “collaborazione” con Gesù e la Chiesa Cattolica nella sua professione di medico, era osteggiato e disprezzato nel suo ambiente, saturo di positivismo scientifico e di odio massonico.
L’Università di Napoli a quel tempo era un vero e proprio tempio massonico e moltissimi aderenti alle logge non nascondevano la loro aperta avversione alla fede cristiana e quindi anche a Giuseppe Moscati.
Egli non ci faceva troppo caso. Sopportava con amore.
In un tempo in cui le vocazioni si dividevano in forma piuttosto netta tra convento e matrimonio, Giuseppe Moscati decide di rimanere nel mondo, senza alcun tipo di appartenenza religiosa, fosse pure un Movimento o il Terz’Ordine di qualche Istituto religioso.
Laico, medico, totalmente consegnato alla sua professione e al suo amore assoluto per Gesù Cristo, modello di ogni persona umana, di ogni cristiano, di ogni medico che abbia a cuore la sua vocazione.
Moscati sosteneva tranquillamente:
“In ospedale la missione di tutti, medici, infermieri, suore e ammalati, è quella di collaborare con la misericordia di Dio”.
Diceva ai suoi medici: “Dobbiamo saper guardare non solamente alla salute del corpo del malato, ma anche a qualsiasi bisogno, suo e della sua famiglia, perché noi medici oltre ai corpi, abbiamo di fronte delle anime immortali che dobbiamo amare come noi stessi, secondo il precetto evangelico”.
Il famoso filosofo Benedetto Croce, il tenore celeberrimo Enrico Caruso, il beato Bartolomeo Longo di Pompei, il professor Antonio Cardarelli, chiamato “Maestro dei maestri” e il ministro e professore Leonardo Bianchi sono solo alcuni di quelli che hanno potuto conoscere di persona Giuseppe Moscati e testimoniare le sue qualità umane e spirituali.
Secondo Moscati bisogna compiere “opere ed opere” di carità per potersi permettere di essere integri nell’annuncio di Cristo, e bisogna essere integri nell’annuncio di Cristo perché le opere di carità non anneghino in una vaga filantropia di cui si serve anzitutto con furbizia proprio chi vuole rassodare sé stesso e il mondo nel rifiuto di Cristo.
Poco prima di morire scriveva: “Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo”, ed egli cercava proprio di fare questo: trasformare il mondo con l’amore, renderlo sempre più riflesso della presenza luminosa del Cristo e della sua santa Chiesa.
Moscati morì all’improvviso, dopo una visita ad un ammalato, senza aver dato il minimo segnale di avvertimento, a 46 anni.
Il giovedì santo del 1927 vide un immenso corteo funebre per le vie di Napoli, fatto di personalità, di medici, di insegnanti e di gente semplice. Nell’androne di casa Moscati, sul registro dei defunti, una mano tracciò queste righe:
“Noi lo piangiamo perché il mondo ha perso un santo, Napoli un esemplare di ogni virtù e i malati poveri hanno perso tutto”.
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Per la rubrica di spazio + spadoni sui Santi della Misericordia, questo venerdì, presentiamo san Giuseppe Moscati
Raccontiamo le vite dei santi non certo perché sia possibile imitarli. Anzi, non dobbiamo proprio farlo. Approfondiamo il contesto storico-geografico in cui si sono aperti alla santità per capire che la sua Misericordia è all’opera, sempre.
Dio agisce dovunque e in ogni tempo con l’energia dello spirito della sua Sapienza, che “Sebbene unica, può tutto; pur rimanendo in sé stessa, tutto rinnova e attraverso i secoli, passando nelle anime sante, prepara amici di Dio e profeti. (Sapienza 7,27).
Le vite dei santi ci aiutano a riscoprire ciò che viene sì predicato, ma che non ci convince fino in fondo.
Proprio io, con la mia vita mediocre e peccatrice, posso aprirmi alla santità di Dio? Dio è onnipotente, certo, ma … io sono un osso duro: ce la farà anche con me?
Ecco, queste pagine dovrebbero aiutarci ad arrivare alla stessa conclusione di Ignazio che, costretto a letto per mesi per una ferita alla gamba, leggendo le vite dei santi arriva a concludere: “E’ successo a loro, perché non a me?”.
Aprire i nostri cuori e offrire le nostre esistenze a Dio affinché ci plasmi con la sua santità, quotidianamente, giorno dopo giorno, lentamente ma inesorabilmente.
La vita di Giuseppe Moscati ci appare da tanti punti di vista … normale, ordinaria.
Nasce a Benevento nel 1880, segue il padre ad Ancona e, all’età di 4 anni, approda a quella che sarà la sua città adottiva: Napoli.
Qui studia, prende la laurea in Medicina nel 1903, quando suo padre è morto da qualche anno. Anche suo fratello, tenente di Artiglieria, ad appena 32 anni, muore dopo una lunga malattia in seguito ad una caduta da cavallo.
Una salda fede cristiana lo aiuta in tutte queste vicissitudini, non diverse da quelle di tante nostre famiglie.
Dio accompagna Giuseppe in ogni momento della sua vita, ma sommessamente, discretamente, senza manifestazioni eclatanti esteriori.
Egli diventa ordinario di Anatomia Patologica e poi primario nell’Ospedale di santa Maria del Popolo (detto degli Incurabili). Durante la prima guerra Mondiale dirige gli Ospedali Riuniti di Napoli e nel 1911 ottiene la libera docenza in Chimica fisiologica.
Per il resto della vita, dovette quindi coniugare l’attività di assistenza ai malati (dentro e fuori gli ospedali) con quella di professore, con lezioni, interrogazioni per gli esami, guida di tesi, preparazione di pubblicazioni scientifiche, ecc.
A causa delle sue originali capacità di ricerca, diventa conosciuto in Italia e all’estero per le sue pubblicazioni scientifiche.
Per le sue straordinarie capacità diagnostiche, viene ricercato in Italia e all’estero per i suoi consulti.
Una persona, quindi, che già di suo aveva capacità umane e professionali al di sopra del comune?
Un medico che comunque era già emerso e spiccava per la sua carica di umanità unita ad una grande competenza?
La frequentazione quotidiana con la Parola di Dio, la preghiera e i sacramenti della Chiesa Cattolica gli danno alcune caratteristiche che non possono semplicemente essere ricondotte alle sue capacità umane e professionali.
La capacità, ad esempio, di leggere nei cuori. La sua profonda fede acuisce ed approfondisce le sue già importanti capacità di diagnosi. Dava l’impressione di “indovinare”, di “vedere” le malattie del corpo, di percepirle da segni impercettibili che stupivano i colleghi.
Egli ne era anche turbato, tanto che un giorno raccontò cosa gli era successo in clinica a sua sorella. Si tratta di un dono dello Spirito Santo, che la chiesa cristiana conosce fin dai suoi primi tempi come “cardiognosi”, ossia conoscenza in profondità dei cuori delle persone.
Ciò lo portava a sostenere una posizione che, oggi, non è più una novità ed è sostenuta da più parti, ma, ai suoi tempi, era decisamente combattuta. L’idea, cioè, che la persona umana non è solo corpo, che il degente non è solo un paziente, bensì è unione di corpo, anima e spirito.
Negli ultimi anni, molti medici sono diventati sempre più perplessi sulle possibilità di curare una persona come se fosse solo “una malattia” o un organo malfunzionante.
L’unificazione operata dalla carità fece percepire a Moscati il binomio malattia guarigione come relativo a tutto l’essere umano.
Divenne anticipatore e protagonista di quella umanizzazione della medicina avvertita oggi come condizione necessaria per una rinnovata attenzione ed assistenza a chi soffre.
E questo senza ricorrere (come fanno oggi alcune ASL) a esoteriche terapie orientali, ma semplicemente attingendo al profondo patrimonio della spiritualità cristiana.
La cura dell’unità psico-fisica della persona doveva spingersi fino alle ultime profondità spirituali, fino all’ultima sofferenza dell’anima, fino all’ultima esigenza di spiritualità, con un deciso orientamento ultraterreno.
Per questo Moscati aveva il coraggio di fare cose che oggi non sarebbero sicuramente ammesse nei nostri ospedali. Parlava ai suoi pazienti della salute dell’anima e li esortava, se veramente volevano guarire, a seguire le sue prescrizioni medico-scientifiche ma allo stesso tempo a ricorrere ai sacerdoti, ai sacramenti, alla guarigione dell’anima. Mantenendo il giusto equilibrio tra scienza e fede, senza scivolare nelle derive che fanno di un medico un santone o un guaritore.
Dal momento che non nascondeva questo suo atteggiamento di “collaborazione” con Gesù e la Chiesa Cattolica nella sua professione di medico, era osteggiato e disprezzato nel suo ambiente, saturo di positivismo scientifico e di odio massonico.
L’Università di Napoli a quel tempo era un vero e proprio tempio massonico e moltissimi aderenti alle logge non nascondevano la loro aperta avversione alla fede cristiana e quindi anche a Giuseppe Moscati.
Egli non ci faceva troppo caso. Sopportava con amore.
In un tempo in cui le vocazioni si dividevano in forma piuttosto netta tra convento e matrimonio, Giuseppe Moscati decide di rimanere nel mondo, senza alcun tipo di appartenenza religiosa, fosse pure un Movimento o il Terz’Ordine di qualche Istituto religioso.
Laico, medico, totalmente consegnato alla sua professione e al suo amore assoluto per Gesù Cristo, modello di ogni persona umana, di ogni cristiano, di ogni medico che abbia a cuore la sua vocazione.
Moscati sosteneva tranquillamente:
“In ospedale la missione di tutti, medici, infermieri, suore e ammalati, è quella di collaborare con la misericordia di Dio”.
Diceva ai suoi medici: “Dobbiamo saper guardare non solamente alla salute del corpo del malato, ma anche a qualsiasi bisogno, suo e della sua famiglia, perché noi medici oltre ai corpi, abbiamo di fronte delle anime immortali che dobbiamo amare come noi stessi, secondo il precetto evangelico”.
Il famoso filosofo Benedetto Croce, il tenore celeberrimo Enrico Caruso, il beato Bartolomeo Longo di Pompei, il professor Antonio Cardarelli, chiamato “Maestro dei maestri” e il ministro e professore Leonardo Bianchi sono solo alcuni di quelli che hanno potuto conoscere di persona Giuseppe Moscati e testimoniare le sue qualità umane e spirituali.
Secondo Moscati bisogna compiere “opere ed opere” di carità per potersi permettere di essere integri nell’annuncio di Cristo, e bisogna essere integri nell’annuncio di Cristo perché le opere di carità non anneghino in una vaga filantropia di cui si serve anzitutto con furbizia proprio chi vuole rassodare sé stesso e il mondo nel rifiuto di Cristo.
Poco prima di morire scriveva: “Non la scienza, ma la carità ha trasformato il mondo”, ed egli cercava proprio di fare questo: trasformare il mondo con l’amore, renderlo sempre più riflesso della presenza luminosa del Cristo e della sua santa Chiesa.
Moscati morì all’improvviso, dopo una visita ad un ammalato, senza aver dato il minimo segnale di avvertimento, a 46 anni.
Il giovedì santo del 1927 vide un immenso corteo funebre per le vie di Napoli, fatto di personalità, di medici, di insegnanti e di gente semplice. Nell’androne di casa Moscati, sul registro dei defunti, una mano tracciò queste righe:
“Noi lo piangiamo perché il mondo ha perso un santo, Napoli un esemplare di ogni virtù e i malati poveri hanno perso tutto”.
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