Pietro Claver, il santo misericordioso con gli schiavi

San Pietro Claver
Per la rubrica di spazio + spadoni sui Santi della Misericordia, questo venerdì vi presentiamo san Pietro Claver
La Misericordia divina s’intreccia in maniera imperscrutabile con le storie umane, soprattutto con quelle che appaiono anonime, in secondo piano rispetto alle grandi vicende della storia.
Nei grandi avvenimenti che hanno cambiato le nostre conoscenze geografiche, scientifiche, etnologiche e antropologiche, ci piace notare – tra le mille – la storia di un giovane catalano, nato in una modesta famiglia contadina, non lontano da Lerida, nel 1581.
Da neanche un secolo l’Europa aveva scoperto il “Nuovo Mondo”, aveva iniziato a sfruttarne le ricchezze minerarie, aveva scoperto nuove varietà di ortaggi e frutta, le rotte marine che portavano dalla Spagna alle Americhe erano ormai conosciute, battute da galeoni e vascelli di ogni tipo che trasportavano in Europa le ricchezze di quelle terre.
Pietro Claver Corberò cresce nella semplicità del mondo contadino, osservando, pregando, valutando la scelta di una donazione completa al Signore ed ai fratelli nella vita religiosa. Decide per una famiglia religiosa nata non lontano dalle sue terre natie: la Compagnia di Gesù di Ignazio di Loyola, noti come Gesuiti.
Studia a Tarragona e poi a Maiorca. Lì avviene un incontro decisivo: si tratta del portinaio del convento, Alfonso Rodriguez, vedovo che, nella sua semplicità, diventa per molti una fonte di saggezza, un consigliere affidabile e lungimirante. A lui dice semplicemente: “Scopri le grandi cose che il Signore ha in serbo per te… Ci sono tante persone bisognose nelle Americhe che hanno bisogno di te”.
Sono persone alle quali non viene riconosciuto alcun diritto, anzi, non sono considerate nemmeno esseri umani, si dubita se abbiano l’anima, quindi possono essere comprati e venduti come mercanzia: sono gli africani portati in quelle terre come schiavi.
Il consiglio di Alfonso diventa la sua “vocazione”
Nel 1610 parte, s’imbarca su di una nave diretta nelle terre chiamate “Nuova Granada” (la Colombia). Approda in una città che ha preso il suo nome dall’omonima città spagnola: Cartagena de Indias. Fondata nel 1533, era diventata in breve tempo un ricco centro di smistamento di traffici e merci per tanti paesi di quella zona: Colombia, Venezuela, Messico, Ecuador e Perù. Viene fortificata e resiste ai pirati olandesi e persino ad un attacco di 186 navi inglesi.
Purtroppo diventa nota soprattutto perché nel suo porto approdano ogni anno dai 12 ai 14 vascelli, contenenti ciascuno almeno 700 schiavi africani, prelevati dalle coste del Marocco, Guinea ed Angola, ma spesso provenienti dall’entroterra del Congo.
Si cercano, infatti, razze forti, che possano sostituire i più gracili indigeni locali in lavori di fatica di tutti i tipi. Anche se forti, maltrattati e denutriti, uno su tre moriva di stenti nei primi mesi o addirittura durante il lungo e terribile viaggio per mare.
Quei poveretti, infatti, venivano caricati sulle navi con grossi cerchi di ferro ogni sei persone, e catene ai piedi a due a due. Buttati nudi nel fondo della buia stiva della nave, ricevevano una volta al giorno un po’ di acqua e farina di mais. Presto in quell’ammasso di corpi il fetore diventava così acre da sentirsi male.
Pietro Claver vede tutto questo e, silenziosamente, inizia ad agire. Si reca nella grande piazza del mercato degli schiavi con intenti del tutto differenti rispetto agli avidi mercanti o proprietari terrieri acquirenti.
Era tra i pochi a portare in quel luogo spettrale compassione, amore, misericordia.
Anzi. Con il tempo capisce che può fare di più. Offre ricompense a chi lo avvisa per tempo dell’arrivo delle navi e, appena queste buttano l’ancora, sale a bordo, si cala in quelle stive terribili e puzzolenti e tira fuori dalle sue bisacce tutto ciò che può offrire: un po’ di brandy, una bevanda calda, frutta, coperte, medicamenti. Il primo soccorso per persone trattate come animali (o peggio).
Registra i loro nomi e, per comunicare direttamente con loro e metterli a loro agio, impara il kikongo (o qualche altra lingua del ceppo bantù), la lingua parlata dalla maggioranza degli schiavi (angolano). Per comunicare con gli altri, utilizza diciotto traduttori. Offre le prime parole di conforto, una speranza, un po’ di calore umano. Poi segue quei poveretti nei loro miseri alloggiamenti, dove venivano portati in attesa di un compratore.
Si autodefinisce “lo schiavo degli Etiopi, per sempre!” (così chiamavano gli spagnoli tutti gli abitanti dell’Africa) e, in effetti, continua fedelmente le sue silenziose e nascoste opere di misericordia ogni giorno, per quaranta lunghi anni. Dopo i primi soccorsi, passava alle opere di misericordia spirituali, istruendo, ascoltando, annunciando una salvezza diversa. Non li spronava mai alla ribellione o alla violenza. Non sprecava tempo in sterili polemiche con aguzzini e proprietari che li maltrattano. Si dedica a tempo pieno unicamente a loro.
Per questo viene messo da parte dalla popolazione “bianca”. Le donne della buona società non frequentano più la sua chiesa ed egli fatica a trovare i soldi per poter riempire le sue bisacce in favore degli schiavi africani.
I confratelli lo emarginano, lo considerano “esagerato”, qualcuno lo accusa persino di profanare l’Eucarestia, somministrandola a persone… “indegne”.
Anche se papa Paolo III nel 1537 aveva scomunicato ufficialmente i commercianti di schiavi, non erano pochi i cristiani resi ciechi dall’ingordigia, dalla presunta superiorità razziale, induriti dalla mancanza di misericordia.
Pietro trae forza dalla continua preghiera notturna e dall’imitazione del Cristo, “venuto sulla terra per fare del bene a tutti, indistintamente”. Sa bene che due religiosi, difensori dei diritti degli schiavi africani, sono stati scomunicati e rimandati in Europa, ma non sente ragioni e prosegue, fino al 1650, quando viene colpito da una malattia che lo paralizza e lo costringe a letto, praticamente immobile.
Inizia un calvario di quattro anni. Tutti lo abbandonano. Nella misera cella dove trascorre gli ultimi anni di vita è vittima anche del suo infermiere africano che lo maltratta, lo umilia, gli ruba il cibo migliore, gli torce le braccia con brutalità. Ma il santo gesuita non emette nemmeno un lamento.
Si ricorda della sua gioventù contadina, prende esempio dall’asino che non si ribella mai al suo padrone.
Si lascia guidare dalle parole del Salmo 73:
“Quando era amareggiato il mio cuore e i miei reni trafitti dal dolore, io ero insensato e non capivo, stavo davanti a te come una bestia.
Ma io sono sempre con te: tu mi hai preso per la mano destra.
Mi guiderai secondo i tuoi disegni e poi mi accoglierai nella gloria”.
Muore l’8 settembre del 1654.
Di lui dirà papa Leone XIII: “Dopo Cristo, Pietro Claver è l’uomo che più mi ha impressionato nella storia”.
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- Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni
Per la rubrica di spazio + spadoni sui Santi della Misericordia, questo venerdì vi presentiamo san Pietro Claver
La Misericordia divina s’intreccia in maniera imperscrutabile con le storie umane, soprattutto con quelle che appaiono anonime, in secondo piano rispetto alle grandi vicende della storia.
Nei grandi avvenimenti che hanno cambiato le nostre conoscenze geografiche, scientifiche, etnologiche e antropologiche, ci piace notare – tra le mille – la storia di un giovane catalano, nato in una modesta famiglia contadina, non lontano da Lerida, nel 1581.
Da neanche un secolo l’Europa aveva scoperto il “Nuovo Mondo”, aveva iniziato a sfruttarne le ricchezze minerarie, aveva scoperto nuove varietà di ortaggi e frutta, le rotte marine che portavano dalla Spagna alle Americhe erano ormai conosciute, battute da galeoni e vascelli di ogni tipo che trasportavano in Europa le ricchezze di quelle terre.
Pietro Claver Corberò cresce nella semplicità del mondo contadino, osservando, pregando, valutando la scelta di una donazione completa al Signore ed ai fratelli nella vita religiosa. Decide per una famiglia religiosa nata non lontano dalle sue terre natie: la Compagnia di Gesù di Ignazio di Loyola, noti come Gesuiti.
Studia a Tarragona e poi a Maiorca. Lì avviene un incontro decisivo: si tratta del portinaio del convento, Alfonso Rodriguez, vedovo che, nella sua semplicità, diventa per molti una fonte di saggezza, un consigliere affidabile e lungimirante. A lui dice semplicemente: “Scopri le grandi cose che il Signore ha in serbo per te… Ci sono tante persone bisognose nelle Americhe che hanno bisogno di te”.
Sono persone alle quali non viene riconosciuto alcun diritto, anzi, non sono considerate nemmeno esseri umani, si dubita se abbiano l’anima, quindi possono essere comprati e venduti come mercanzia: sono gli africani portati in quelle terre come schiavi.
Il consiglio di Alfonso diventa la sua “vocazione”
Nel 1610 parte, s’imbarca su di una nave diretta nelle terre chiamate “Nuova Granada” (la Colombia). Approda in una città che ha preso il suo nome dall’omonima città spagnola: Cartagena de Indias. Fondata nel 1533, era diventata in breve tempo un ricco centro di smistamento di traffici e merci per tanti paesi di quella zona: Colombia, Venezuela, Messico, Ecuador e Perù. Viene fortificata e resiste ai pirati olandesi e persino ad un attacco di 186 navi inglesi.
Purtroppo diventa nota soprattutto perché nel suo porto approdano ogni anno dai 12 ai 14 vascelli, contenenti ciascuno almeno 700 schiavi africani, prelevati dalle coste del Marocco, Guinea ed Angola, ma spesso provenienti dall’entroterra del Congo.
Si cercano, infatti, razze forti, che possano sostituire i più gracili indigeni locali in lavori di fatica di tutti i tipi. Anche se forti, maltrattati e denutriti, uno su tre moriva di stenti nei primi mesi o addirittura durante il lungo e terribile viaggio per mare.
Quei poveretti, infatti, venivano caricati sulle navi con grossi cerchi di ferro ogni sei persone, e catene ai piedi a due a due. Buttati nudi nel fondo della buia stiva della nave, ricevevano una volta al giorno un po’ di acqua e farina di mais. Presto in quell’ammasso di corpi il fetore diventava così acre da sentirsi male.
Pietro Claver vede tutto questo e, silenziosamente, inizia ad agire. Si reca nella grande piazza del mercato degli schiavi con intenti del tutto differenti rispetto agli avidi mercanti o proprietari terrieri acquirenti.
Era tra i pochi a portare in quel luogo spettrale compassione, amore, misericordia.
Anzi. Con il tempo capisce che può fare di più. Offre ricompense a chi lo avvisa per tempo dell’arrivo delle navi e, appena queste buttano l’ancora, sale a bordo, si cala in quelle stive terribili e puzzolenti e tira fuori dalle sue bisacce tutto ciò che può offrire: un po’ di brandy, una bevanda calda, frutta, coperte, medicamenti. Il primo soccorso per persone trattate come animali (o peggio).
Registra i loro nomi e, per comunicare direttamente con loro e metterli a loro agio, impara il kikongo (o qualche altra lingua del ceppo bantù), la lingua parlata dalla maggioranza degli schiavi (angolano). Per comunicare con gli altri, utilizza diciotto traduttori. Offre le prime parole di conforto, una speranza, un po’ di calore umano. Poi segue quei poveretti nei loro miseri alloggiamenti, dove venivano portati in attesa di un compratore.
Si autodefinisce “lo schiavo degli Etiopi, per sempre!” (così chiamavano gli spagnoli tutti gli abitanti dell’Africa) e, in effetti, continua fedelmente le sue silenziose e nascoste opere di misericordia ogni giorno, per quaranta lunghi anni. Dopo i primi soccorsi, passava alle opere di misericordia spirituali, istruendo, ascoltando, annunciando una salvezza diversa. Non li spronava mai alla ribellione o alla violenza. Non sprecava tempo in sterili polemiche con aguzzini e proprietari che li maltrattano. Si dedica a tempo pieno unicamente a loro.
Per questo viene messo da parte dalla popolazione “bianca”. Le donne della buona società non frequentano più la sua chiesa ed egli fatica a trovare i soldi per poter riempire le sue bisacce in favore degli schiavi africani.
I confratelli lo emarginano, lo considerano “esagerato”, qualcuno lo accusa persino di profanare l’Eucarestia, somministrandola a persone… “indegne”.
Anche se papa Paolo III nel 1537 aveva scomunicato ufficialmente i commercianti di schiavi, non erano pochi i cristiani resi ciechi dall’ingordigia, dalla presunta superiorità razziale, induriti dalla mancanza di misericordia.
Pietro trae forza dalla continua preghiera notturna e dall’imitazione del Cristo, “venuto sulla terra per fare del bene a tutti, indistintamente”. Sa bene che due religiosi, difensori dei diritti degli schiavi africani, sono stati scomunicati e rimandati in Europa, ma non sente ragioni e prosegue, fino al 1650, quando viene colpito da una malattia che lo paralizza e lo costringe a letto, praticamente immobile.
Inizia un calvario di quattro anni. Tutti lo abbandonano. Nella misera cella dove trascorre gli ultimi anni di vita è vittima anche del suo infermiere africano che lo maltratta, lo umilia, gli ruba il cibo migliore, gli torce le braccia con brutalità. Ma il santo gesuita non emette nemmeno un lamento.
Si ricorda della sua gioventù contadina, prende esempio dall’asino che non si ribella mai al suo padrone.
Si lascia guidare dalle parole del Salmo 73:
“Quando era amareggiato il mio cuore e i miei reni trafitti dal dolore, io ero insensato e non capivo, stavo davanti a te come una bestia.
Ma io sono sempre con te: tu mi hai preso per la mano destra.
Mi guiderai secondo i tuoi disegni e poi mi accoglierai nella gloria”.
Muore l’8 settembre del 1654.
Di lui dirà papa Leone XIII: “Dopo Cristo, Pietro Claver è l’uomo che più mi ha impressionato nella storia”.
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