San Lazzaro Devasahayam. Una conversione difficile

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21 Novembre 2025

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La rubrica di spazio + spadoni sui Santi della Misericordia, oggi, ospita il santo indiano Lazzaro Devasahayam

Cosa sappiamo del subcontinente indiano? Un territorio di più di 4milioni di chilometri quadrati, con poco meno di 2 miliardi di abitanti e una densità di 400 abitanti per km/quadrato.

Sappiamo molto poco anche della sua ricca e sfaccettata storia, fatta di nomi e città con milioni di abitanti di cui, per lo più, noi europei non riusciamo nemmeno a pronunciare il nome. Eppure è una terra che è stata decisiva per le sorti dell’umanità e ha dato vita a tanti movimenti di pensiero, arte, religioni e letteratura che ancora oggi sono radicati in ogni parte del mondo.

Fin dai tempi degli antichi greci conosciamo questo Paese come India, dal fiume Indo, anche se nei testi antichi viene denominata Bharat (come nel più importante poema storico-religioso Mahabharata).

Nell’estremo sud-ovest, si trova uno dei 29 stati in cui è suddiviso questo enorme paese, il Kerala (regione del cocco). Porta questo nome solo dal 1956 ed è il risultato della fusione del Cochin con il regno di Travancore, con capitale Thiruvanathapuram (la città del dio Anantha), conosciuta anche come Trivandrum e detta da Gandhi “la città sempreverde”.
Un parte di questo regno, al momento dell’indipendenza indiana, venne a ricadere nello stato di Tamilnadu.

Qui nasce e vive un ragazzo chiamato Nilam (o Neelakandam), presto chiamato Pillai in quanto appartenente ad una delle caste più prestigiose e dominanti, i Nair. Facciamo subito una parentesi per capire questo sistema della struttura sociale indiana.

Casta significa “nascita”: nascere in una determinata famiglia, segnava il destino della persona fino alla morte. Era impossibile passare da una casta all’altra.
Erano chiamate anche “Varna” (colore), in base al colore attribuito loro. In cima alla scala sociale il colore bianco dei Brahmani (sacerdoti), seguiti dal rosso dei Khsatriya (guerrieri), dal giallo dei Vaisya (agricoltori, commercianti e artigiani) e, infine, al fondo della scala sociale, il colore nero dei Shudra (mezzadri e servi).
Al di fuori di questi gruppi chiusi si trovano solo i “Dalit” (oppressi), chiamati anche “Paria” (intoccabili), a motivi dei mestieri “impuri” per l’Induismo (conciatori di pelle, becchini o mendicanti), oggetto dell’amore speciale di Madre Teresa di Calcutta.

Ma torniamo al nostro Nilam. Alla sua nascita, in Europa viene inventato il motore a vapore, finisce il dominio spagnolo in Italia, San Pietroburgo diventa capitale della grande Russia e a New York viene aperto un nuovo mercato di schiavi per la popolazione africana che ormai raggiunge il 20 per cento del totale.

Nilam è nato in una famiglia di guerrieri al servizio del re, quindi ha un destino segnato al quale non si può ribellare. Impara molte lingue, si destreggia nelle arti marziali, viene educato da tutori che gli insegnano come muoversi in quel mondo di inizio Diciottesimo secolo. E’ intelligente, fa carriera, diventa ufficiale gli vengono assegnati incarichi importanti di governo.
Come tutta la sua famiglia, pratica con diligenza i riti, le preghiere e i pellegrinaggi della religione induista.

Nel 1741 il suo regno entra in guerra con gli olandesi e un capitano francese, al servizio della Compagnia Olandese delle Indie, viene fatto prigioniero. Essendo un valente stratega, gli viene offerto di diventare un ufficiale di Travancore, per rinforzare l’esercito e costruire fortificazioni.
Il giovane Nilam diventa molto amico del generale francese, fervente cattolico. Un giorno, sfogandosi per la perdita di tutti i suoi raccolti e per alcune sue vicende dolorose in famiglia, sente parlare di Giobbe dal capitano, e di molti altri insegnamenti biblici cristiani.
Un seme inizia a germogliare nel suo cuore.

Certo, sapeva dell’esistenza dei “cristiani di san Tommaso”, presenti in India fin dai primi secoli del Cristianesimo, ma non aveva mai approfondito il loro messaggio liberante.
Nel 1542, proprio nella vicina Goa, era approdato il gesuita san Francesco Saverio, e aveva evangelizzato le regioni del Kerala e Tamilnadu.

Nilam sente crescere il desiderio di diventare cristiano, ma la cosa non è facile. Il re di Travancore perseguita i cristiani, cerca di scoraggiare le conversioni dall’induismo al cristianesimo (come succede ancora oggi in 7 dei 28 stati indiani). La conversione di un ministro del re venne considerata un tradimento dalla corte del re.

Il suo impegno a favore di tutti era diventato palese. Devasahayam considerava tutti fratelli allo stesso modo e, seguendo l’insegnamento di Gesù, abbatteva con l’amore la separazione esistente tra le rigide classi indiane e soprattutto verso gli “intoccabili”.

Presto arrivano alcune false accuse da parte della casta dei Brahmani e il re si vide costretto ad arrestarlo. Nel 1749 iniziò il Calvario del futuro santo. Provarono di tutto per fargli cambiare idea, perché tornasse a sacrificare ed onorare le divinità indù, accettando il sistema di divisione sociale delle caste.
Devasahayam non si piegò e, come molti altri cristiani indiani di quel periodo, dovette affrontare più volte torture pubbliche, che servissero da monito, per spaventare gli indiani che intendessero convertirsi al cristianesimo.

Patì la fame e la sete, fu messo per giorni in piedi sotto il sole rovente o la pioggia monsonica devastante. Venne esposto agli insetti, frustato più volte, le ferite cosparse di peperoncino e deriso in pubblico. Egli accettava tutto serenamente e continuava a pregare per tutti, distribuendo con gioia la misericordia divina, come poteva. Questa serena resistenza portò i suoi frutti.

Poco a poco, la prigione in cui era rinchiuso veniva frequentata giornalmente da folle di persone che volevano anche solo una sua parola, una sua benedizione. Il suo esempio era un interrogativo per molti e tanti trovarono la via della fede cristiana per suo merito. Persino i soldati di guardia lo esortavano a fuggire e gli avrebbero aperto la porta, riconoscendolo innocente.
Ma il re non intendeva creare un precedente e avere problemi. Decise di trasferirlo in una località segreta e lontana, dove un giorno venne il fatidico ordine di uccidere Lazzaro e buttare il suo corpo nella foresta, per far scomparire ogni traccia.

Il 14 gennaio 1752, gridando “Gesù salvami”, dopo lunga preghiera, rese l’anima a Dio. I cristiani del luogo, appena lo vennero a sapere, raccolsero i miseri resti che riuscirono a trovare e gli diedero sepoltura nella cattedrale di Kottar (Tamilnadu).

Il 15 maggio 2022 papa Francesco ha presieduto la cerimonia della solenne canonizzazione, in Roma.

Ancora una volta la vita di un singolo cristiano, che ha vissuto la sua testimonianza di amore della misericordia di Dio in un angolo remoto del mondo, sconosciuto ai più, viene proposta alla meditazione di tutta la chiesa cattolica mondiale. Il seme cade nella terra e porta sempre frutto, anche se nessuno vede, anche se – apparentemente – nessuno sembra rendersene conto.

Lazzaro non è sicuramente il primo cristiano santo indiano. E’ solo il primo laico, sposato, padre di famiglia che la Chiesa cattolica ha voluto elevare agli onori degli altari. Sappiamo bene, però, che tanti altri cristiani hanno vissuto come lui la santità quotidiana, la testimonianza nascosta e fedele, ogni giorno, delle opere di misericordia che Gesù ha voluto vivere egli stesso in prima persona.

La sua vita ricorda a tutti che il Vangelo è quella perla preziosa per la quale vale la pena di vendere tutto, quel Regno a cui dedicare tutta la propria vita,
con tutte le forze.

I cristiani di oggi giustamente hanno deciso di lasciar cadere il nome che faceva riferimento alla casta, Pillai, chiamandolo semplicemente Devasahayam: quel nome (Pillai), contrario al Vangelo di Gesù e alla Costituzione indiana, che ufficialmente ha abolito le caste, è segno di una discriminazione contro la quale ancora oggi dobbiamo lottare, una discriminazione subdola verso i più deboli o verso chi consideriamo inferiore a noi che tenta sempre di spuntare nei nostri cuori.

San Lazzaro Devasahayam ci aiuti in questa lotta quotidiana per fare spazio alla misericordia di Dio nelle nostre esistenze.

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La rubrica di spazio + spadoni sui Santi della Misericordia, oggi, ospita il santo indiano Lazzaro Devasahayam

Cosa sappiamo del subcontinente indiano? Un territorio di più di 4milioni di chilometri quadrati, con poco meno di 2 miliardi di abitanti e una densità di 400 abitanti per km/quadrato.

Sappiamo molto poco anche della sua ricca e sfaccettata storia, fatta di nomi e città con milioni di abitanti di cui, per lo più, noi europei non riusciamo nemmeno a pronunciare il nome. Eppure è una terra che è stata decisiva per le sorti dell’umanità e ha dato vita a tanti movimenti di pensiero, arte, religioni e letteratura che ancora oggi sono radicati in ogni parte del mondo.

Fin dai tempi degli antichi greci conosciamo questo Paese come India, dal fiume Indo, anche se nei testi antichi viene denominata Bharat (come nel più importante poema storico-religioso Mahabharata).

Nell’estremo sud-ovest, si trova uno dei 29 stati in cui è suddiviso questo enorme paese, il Kerala (regione del cocco). Porta questo nome solo dal 1956 ed è il risultato della fusione del Cochin con il regno di Travancore, con capitale Thiruvanathapuram (la città del dio Anantha), conosciuta anche come Trivandrum e detta da Gandhi “la città sempreverde”.
Un parte di questo regno, al momento dell’indipendenza indiana, venne a ricadere nello stato di Tamilnadu.

Qui nasce e vive un ragazzo chiamato Nilam (o Neelakandam), presto chiamato Pillai in quanto appartenente ad una delle caste più prestigiose e dominanti, i Nair. Facciamo subito una parentesi per capire questo sistema della struttura sociale indiana.

Casta significa “nascita”: nascere in una determinata famiglia, segnava il destino della persona fino alla morte. Era impossibile passare da una casta all’altra.
Erano chiamate anche “Varna” (colore), in base al colore attribuito loro. In cima alla scala sociale il colore bianco dei Brahmani (sacerdoti), seguiti dal rosso dei Khsatriya (guerrieri), dal giallo dei Vaisya (agricoltori, commercianti e artigiani) e, infine, al fondo della scala sociale, il colore nero dei Shudra (mezzadri e servi).
Al di fuori di questi gruppi chiusi si trovano solo i “Dalit” (oppressi), chiamati anche “Paria” (intoccabili), a motivi dei mestieri “impuri” per l’Induismo (conciatori di pelle, becchini o mendicanti), oggetto dell’amore speciale di Madre Teresa di Calcutta.

Ma torniamo al nostro Nilam. Alla sua nascita, in Europa viene inventato il motore a vapore, finisce il dominio spagnolo in Italia, San Pietroburgo diventa capitale della grande Russia e a New York viene aperto un nuovo mercato di schiavi per la popolazione africana che ormai raggiunge il 20 per cento del totale.

Nilam è nato in una famiglia di guerrieri al servizio del re, quindi ha un destino segnato al quale non si può ribellare. Impara molte lingue, si destreggia nelle arti marziali, viene educato da tutori che gli insegnano come muoversi in quel mondo di inizio Diciottesimo secolo. E’ intelligente, fa carriera, diventa ufficiale gli vengono assegnati incarichi importanti di governo.
Come tutta la sua famiglia, pratica con diligenza i riti, le preghiere e i pellegrinaggi della religione induista.

Nel 1741 il suo regno entra in guerra con gli olandesi e un capitano francese, al servizio della Compagnia Olandese delle Indie, viene fatto prigioniero. Essendo un valente stratega, gli viene offerto di diventare un ufficiale di Travancore, per rinforzare l’esercito e costruire fortificazioni.
Il giovane Nilam diventa molto amico del generale francese, fervente cattolico. Un giorno, sfogandosi per la perdita di tutti i suoi raccolti e per alcune sue vicende dolorose in famiglia, sente parlare di Giobbe dal capitano, e di molti altri insegnamenti biblici cristiani.
Un seme inizia a germogliare nel suo cuore.

Certo, sapeva dell’esistenza dei “cristiani di san Tommaso”, presenti in India fin dai primi secoli del Cristianesimo, ma non aveva mai approfondito il loro messaggio liberante.
Nel 1542, proprio nella vicina Goa, era approdato il gesuita san Francesco Saverio, e aveva evangelizzato le regioni del Kerala e Tamilnadu.

Nilam sente crescere il desiderio di diventare cristiano, ma la cosa non è facile. Il re di Travancore perseguita i cristiani, cerca di scoraggiare le conversioni dall’induismo al cristianesimo (come succede ancora oggi in 7 dei 28 stati indiani). La conversione di un ministro del re venne considerata un tradimento dalla corte del re.

Il suo impegno a favore di tutti era diventato palese. Devasahayam considerava tutti fratelli allo stesso modo e, seguendo l’insegnamento di Gesù, abbatteva con l’amore la separazione esistente tra le rigide classi indiane e soprattutto verso gli “intoccabili”.

Presto arrivano alcune false accuse da parte della casta dei Brahmani e il re si vide costretto ad arrestarlo. Nel 1749 iniziò il Calvario del futuro santo. Provarono di tutto per fargli cambiare idea, perché tornasse a sacrificare ed onorare le divinità indù, accettando il sistema di divisione sociale delle caste.
Devasahayam non si piegò e, come molti altri cristiani indiani di quel periodo, dovette affrontare più volte torture pubbliche, che servissero da monito, per spaventare gli indiani che intendessero convertirsi al cristianesimo.

Patì la fame e la sete, fu messo per giorni in piedi sotto il sole rovente o la pioggia monsonica devastante. Venne esposto agli insetti, frustato più volte, le ferite cosparse di peperoncino e deriso in pubblico. Egli accettava tutto serenamente e continuava a pregare per tutti, distribuendo con gioia la misericordia divina, come poteva. Questa serena resistenza portò i suoi frutti.

Poco a poco, la prigione in cui era rinchiuso veniva frequentata giornalmente da folle di persone che volevano anche solo una sua parola, una sua benedizione. Il suo esempio era un interrogativo per molti e tanti trovarono la via della fede cristiana per suo merito. Persino i soldati di guardia lo esortavano a fuggire e gli avrebbero aperto la porta, riconoscendolo innocente.
Ma il re non intendeva creare un precedente e avere problemi. Decise di trasferirlo in una località segreta e lontana, dove un giorno venne il fatidico ordine di uccidere Lazzaro e buttare il suo corpo nella foresta, per far scomparire ogni traccia.

Il 14 gennaio 1752, gridando “Gesù salvami”, dopo lunga preghiera, rese l’anima a Dio. I cristiani del luogo, appena lo vennero a sapere, raccolsero i miseri resti che riuscirono a trovare e gli diedero sepoltura nella cattedrale di Kottar (Tamilnadu).

Il 15 maggio 2022 papa Francesco ha presieduto la cerimonia della solenne canonizzazione, in Roma.

Ancora una volta la vita di un singolo cristiano, che ha vissuto la sua testimonianza di amore della misericordia di Dio in un angolo remoto del mondo, sconosciuto ai più, viene proposta alla meditazione di tutta la chiesa cattolica mondiale. Il seme cade nella terra e porta sempre frutto, anche se nessuno vede, anche se – apparentemente – nessuno sembra rendersene conto.

Lazzaro non è sicuramente il primo cristiano santo indiano. E’ solo il primo laico, sposato, padre di famiglia che la Chiesa cattolica ha voluto elevare agli onori degli altari. Sappiamo bene, però, che tanti altri cristiani hanno vissuto come lui la santità quotidiana, la testimonianza nascosta e fedele, ogni giorno, delle opere di misericordia che Gesù ha voluto vivere egli stesso in prima persona.

La sua vita ricorda a tutti che il Vangelo è quella perla preziosa per la quale vale la pena di vendere tutto, quel Regno a cui dedicare tutta la propria vita,
con tutte le forze.

I cristiani di oggi giustamente hanno deciso di lasciar cadere il nome che faceva riferimento alla casta, Pillai, chiamandolo semplicemente Devasahayam: quel nome (Pillai), contrario al Vangelo di Gesù e alla Costituzione indiana, che ufficialmente ha abolito le caste, è segno di una discriminazione contro la quale ancora oggi dobbiamo lottare, una discriminazione subdola verso i più deboli o verso chi consideriamo inferiore a noi che tenta sempre di spuntare nei nostri cuori.

San Lazzaro Devasahayam ci aiuti in questa lotta quotidiana per fare spazio alla misericordia di Dio nelle nostre esistenze.

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