San Leopoldo Bogdan Mandic, missionario misericordioso in un confessionale

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Per la rubrica di spazio + spadoni sui Santi della Misericordia, questo venerdì, conosciamo san Leopoldo Bogdan Mandic
Chi è nato in un paesino, oppure in una cittadina tranquilla, all’interno di una nazione tranquilla, entro confini, cultura e lingua ben definite, difficilmente potrà capire il contesto multietnico da cui proviene il santo di cui vogliamo parlare.
Se escludiamo il turismo “mordi e fuggi” da crociera, chi viaggia con intelligenza e curiosità, chi non è ipocondriaco, viaggiando nei paesi della ex-Jugoslavia avrà potuto rendersi conto della difficoltà di vivere in quel contesto.
Lingue, culture e religioni diverse si sono mescolate nei secoli, dando vita ad una zona del mondo molto interessante e peculiare. In tempi di pace, naturalmente, e la città di Sarajevo ne era un esempio; lì chiese, moschee e sinagoghe convivevano tranquillamente, collaborando insieme per il bene della gente.
Ma si sa, l’essere umano è un po’ complicato, e a volte le differenze diventano un pretesto per rivendicazioni, pretese, quando non prevaricazione sulle altre minoranze etniche.
La costa dalmata colonizzata dalla cattolica Repubblica di Venezia nel passato, tutti i Balcani dominati per secoli dall’impero turco ottomano islamico (fermato solo alle porte di Vienna), le influenze russe sui monasteri ortodossi di Serbia e Montenegro, gli anni della Federazione delle Repubbliche socialiste (Jugoslavia) fino all’attuale ritorno ad una parcellizzazione e divisione che spesso è solo sulla carta.
La Bosnia mussulmana confina ed è mescolata, anche al suo interno, con i cattolici croati e gli ortodossi serbi e proprio lì, negli anni novanta del secolo scorso, abbiamo assistito a eccidi efferati.
L’esplosione di un terribile odio sopito tra persone legate da vincoli matrimoniali o di amicizia o di vicinato è stata una pagina triste e dolorosa del nostro recente passato europeo.
Una ferita non del tutto rimarginata, che tendiamo a dimenticare.
Bogdan Ivan Mandić (Adeodato Giovanni) nasce a Castelnuovo di Cattaro (ora Herzeg Novi, in Montenegro) nell’allora regno di Dalmazia, incorporata nell’Impero Austro-Ungarico.
Penultimo di sedici figli, i suoi antenati cattolici erano dovuti scappare a Poljica, vicino a Spalato (Split, Croazia) dalla Bosnia nel XV secolo.
Nella sua città ci sono i Frati Francescani Cappuccini ed egli comincia a frequentarli, fin da piccolo.
Come spesso accade, l’esempio di quei frati che vivevano in povertà e semplicità, predicavano la pace e la fratellanza in quel contesto turbolento multietnico, le loro concrete opere di misericordia verso tutti lo avevano colpito e affascinato.
A sedici anni chiede di entrare in convento per un periodo di discernimento, per chiarire a se stesso se era quella la vita a cui Dio lo chiamava.
I Cappuccini lo mandano in seminario a Udine. Poi, alla maggiore età, entra in Noviziato a Vicenza e riceve l’abito francescano con il nome di Leopoldo. Successivamente, compie gli studi teologici a Padova e Venezia, e nel 1890 viene ordinato sacerdote.
Dimostra intelligenza e lucidità in quegli anni. Oltre alle materie bibliche e teologiche, impara tutte le lingue slave e anche un po’ di greco moderno, per prepararsi a quella che crede essere la sua futura missione: tornare nelle terre slave e operare per la pace, la riconciliazione, il dialogo tra le varie chiese cristiane e le varie culture presenti. Coltiva nella preghiera intensa il suo ideale missionario ed ecumenico ed infine espone ai suoi superiori le sue intenzioni, mettendosi a disposizione per l’invio in missione.
“L’uomo propone e Dio dispone”, dice il proverbio.
Non sempre, infatti, le nostre aspettative, la nostra visione dell’apostolato e della missione, della Chiesa stessa, coincidono con la visione di Colui che “se ne ride dall’alto sugli intrighi degli uomini” (Salmo 2).
Pensiamo che la nostra azione sia necessaria, indispensabile per la salvezza del mondo, di tanti fratelli e sorelle.
Ma poi dobbiamo scoprire, con il tempo e non senza sofferenza, che il mondo è già stato salvato da Gesù Cristo duemila anni or sono, sulla croce. Chiede sì la nostra collaborazione, ma nella misura in cui collaboriamo ai suoi piani: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie, oracolo del Signore” (Isaia 55).
Davanti al mistero, davanti ad un Dio misterioso e silenzioso, che non sempre condivide con noi i suoi piani, ma ci mette di fronte al fatto compiuto chiedendo solo una adesione di fede amorosa, la nostra fede vacilla.
Per alcuni è il pretesto per l’ateismo: volgo le spalle ad un Dio che non capisco. Altri ricorrono ad altre scorciatoie: se non capisco Dio e non ho pazienza di restare con Lui, cerco una religiosità emotiva, superficiale, miracolistica. Questa contro testimonianza di molti che si dicono credenti, è ciò che più allontana chi si avvicina con interesse alla fede, pur restandone rispettosamente a distanza.
Fra Leopoldo conosce queste dinamiche, sa che il moralismo e le frasi fatte possono allontanare, anziché avvicinare. Vorrebbe quindi mettere la sua intelligenza e sensibilità al servizio dei fratelli nei paesi slavi.
I suoi superiori, però, sono di un altro avviso.
Per andare in missione, una caratteristica richiesta è una salute forte e salda.
Per predicare, in un tempo senza microfoni e amplificazioni, bisogna avere una voce forte e una pronuncia chiara.
Leopoldo non ha né una né l’altra.
Per sette anni rimane nel convento di Venezia, addetto alle confessioni e ad umili mansioni (pulizie, portineria, la questua di porta in porta, ecc.). Poi, finalmente, viene assegnato al convento della storica città di Zara (Hadar). Ma, dopo neanche tre anni, viene mandato a Bassano, poi in Istria e poi a Padova, dove arriva nel 1909.
Fino al 1914 riceve l’incarico di occuparsi dei giovani frati studenti in teologia. Assolve il compito con grande competenza ma … troppa misericordia e benevolenza. Soffrirà molto quando improvvisamente gli verrà tolto l’incarico.
Oltretutto, la vita gli riserva un’altra prova: Leopoldo ha mantenuto la cittadinanza austriaca, dovuta alla sua nascita in quelle terre, dominate dagli austriaci e per questo nel 1917, durante la Prima Guerra Mondiale, viene allontanato come indesiderato. Avrebbe potuto chiedere la cittadinanza italiana, ma voleva lasciare una porta aperta al suo desiderio di tornare nei Balcani come missionario.
Ma questo era destinato a restare per sempre un suo desiderio intimo.
Dopo il confino nel sud Italia, nel 1919 torna a Padova. Non si muoverà più, fino alla morte. Anzi, in realtà nel 1923 c’era stato un tentativo di assecondare le sue ansie missionarie e fu mandato a Rjieka (Fiume) in Istria. Ma il Vescovo di Padova lo fa richiamare immediatamente. Ancora una volta fra Leopoldo è chiamato a sottomettersi docilmente alla incomprensibile e dolorosa volontà di Dio, manifestata attraverso i superiori, che si scontra con i suoi legittimi desideri spirituali e missionari.
Riprende il suo posto in confessionale, e non lo lascerà più.
Accorre a lui gente di tutti i tipi: giovani e vecchi, docenti e studenti, gente istruita e analfabeti. Per tutti ha una parola profonda e illuminante, e per questo viene ricercato da molti come guida spirituale. Per tutti ha un orecchio paziente e l’ascolto, si sa, è l’inizio di ogni guarigione interiore.
Una piccola cella, il confessionale, diventa il suo campo di missione.
Lì, deve donare tutte le sue energie, mettendole al servizio di tutti, in un ministero oggi tanto più trascurato quanto utile.
Possiamo fare tante cose utili e belle nell’ambito della vita sociale, ma è nel silenzio, nella verità di noi stessi, nel confronto con la voce di Dio che possiamo crescere maggiormente.
E la voce di Dio non è solo quella della coscienza, bensì è veicolata da un’altra persona, per la strana logica dell’Incarnazione, per cui è solo con parole umane che ritrovo la Parola di Dio, è nelle parole di un’altra persona che posso scoprire le tracce di ciò che Dio sta dicendo al mio cuore. Certo, era un tempo quando di confessori ce n’erano, tanti.
Sempre a disposizione, a tutte le ore del giorno. E fra Leopoldo non si risparmiava, non diceva mai di no a chi veniva a cercarlo, in qualsiasi momento.
Dal 1940 inizia l’ultima parte della sua vita.
Inizia ad ammalarsi, non sa e non gli viene detto di avere un tumore all’esofago.
Nel 1942 viene ricoverato in ospedale, ma è troppo tardi. Torna in convento, continua a pregare, celebrare la santa Messa, confessare, senza sosta.
Il 30 luglio sviene in chiesa, viene portato nella sua camera e, poco dopo, termina il suo percorso terreno.
Tutta Padova passa dal convento per l’ultimo saluto.
Quel piccolo e fragile frate cappuccino, con il suo sogno di essere missionario di amore e pace nei Balcani, confessore e guida spirituale di molti nel rapporto ravvicinato del confessionale, dai cristiani viene rimpianto, invocato, pregato fin da subito.
Nel 1983 san papa Giovanni Paolo II proclama a tutta la Chiesa la sua santità, riflesso della misericordia divina sulla nostra terra.
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Per la rubrica di spazio + spadoni sui Santi della Misericordia, questo venerdì, conosciamo san Leopoldo Bogdan Mandic
Chi è nato in un paesino, oppure in una cittadina tranquilla, all’interno di una nazione tranquilla, entro confini, cultura e lingua ben definite, difficilmente potrà capire il contesto multietnico da cui proviene il santo di cui vogliamo parlare.
Se escludiamo il turismo “mordi e fuggi” da crociera, chi viaggia con intelligenza e curiosità, chi non è ipocondriaco, viaggiando nei paesi della ex-Jugoslavia avrà potuto rendersi conto della difficoltà di vivere in quel contesto.
Lingue, culture e religioni diverse si sono mescolate nei secoli, dando vita ad una zona del mondo molto interessante e peculiare. In tempi di pace, naturalmente, e la città di Sarajevo ne era un esempio; lì chiese, moschee e sinagoghe convivevano tranquillamente, collaborando insieme per il bene della gente.
Ma si sa, l’essere umano è un po’ complicato, e a volte le differenze diventano un pretesto per rivendicazioni, pretese, quando non prevaricazione sulle altre minoranze etniche.
La costa dalmata colonizzata dalla cattolica Repubblica di Venezia nel passato, tutti i Balcani dominati per secoli dall’impero turco ottomano islamico (fermato solo alle porte di Vienna), le influenze russe sui monasteri ortodossi di Serbia e Montenegro, gli anni della Federazione delle Repubbliche socialiste (Jugoslavia) fino all’attuale ritorno ad una parcellizzazione e divisione che spesso è solo sulla carta.
La Bosnia mussulmana confina ed è mescolata, anche al suo interno, con i cattolici croati e gli ortodossi serbi e proprio lì, negli anni novanta del secolo scorso, abbiamo assistito a eccidi efferati.
L’esplosione di un terribile odio sopito tra persone legate da vincoli matrimoniali o di amicizia o di vicinato è stata una pagina triste e dolorosa del nostro recente passato europeo.
Una ferita non del tutto rimarginata, che tendiamo a dimenticare.
Bogdan Ivan Mandić (Adeodato Giovanni) nasce a Castelnuovo di Cattaro (ora Herzeg Novi, in Montenegro) nell’allora regno di Dalmazia, incorporata nell’Impero Austro-Ungarico.
Penultimo di sedici figli, i suoi antenati cattolici erano dovuti scappare a Poljica, vicino a Spalato (Split, Croazia) dalla Bosnia nel XV secolo.
Nella sua città ci sono i Frati Francescani Cappuccini ed egli comincia a frequentarli, fin da piccolo.
Come spesso accade, l’esempio di quei frati che vivevano in povertà e semplicità, predicavano la pace e la fratellanza in quel contesto turbolento multietnico, le loro concrete opere di misericordia verso tutti lo avevano colpito e affascinato.
A sedici anni chiede di entrare in convento per un periodo di discernimento, per chiarire a se stesso se era quella la vita a cui Dio lo chiamava.
I Cappuccini lo mandano in seminario a Udine. Poi, alla maggiore età, entra in Noviziato a Vicenza e riceve l’abito francescano con il nome di Leopoldo. Successivamente, compie gli studi teologici a Padova e Venezia, e nel 1890 viene ordinato sacerdote.
Dimostra intelligenza e lucidità in quegli anni. Oltre alle materie bibliche e teologiche, impara tutte le lingue slave e anche un po’ di greco moderno, per prepararsi a quella che crede essere la sua futura missione: tornare nelle terre slave e operare per la pace, la riconciliazione, il dialogo tra le varie chiese cristiane e le varie culture presenti. Coltiva nella preghiera intensa il suo ideale missionario ed ecumenico ed infine espone ai suoi superiori le sue intenzioni, mettendosi a disposizione per l’invio in missione.
“L’uomo propone e Dio dispone”, dice il proverbio.
Non sempre, infatti, le nostre aspettative, la nostra visione dell’apostolato e della missione, della Chiesa stessa, coincidono con la visione di Colui che “se ne ride dall’alto sugli intrighi degli uomini” (Salmo 2).
Pensiamo che la nostra azione sia necessaria, indispensabile per la salvezza del mondo, di tanti fratelli e sorelle.
Ma poi dobbiamo scoprire, con il tempo e non senza sofferenza, che il mondo è già stato salvato da Gesù Cristo duemila anni or sono, sulla croce. Chiede sì la nostra collaborazione, ma nella misura in cui collaboriamo ai suoi piani: “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le mie vie non sono le vostre vie, oracolo del Signore” (Isaia 55).
Davanti al mistero, davanti ad un Dio misterioso e silenzioso, che non sempre condivide con noi i suoi piani, ma ci mette di fronte al fatto compiuto chiedendo solo una adesione di fede amorosa, la nostra fede vacilla.
Per alcuni è il pretesto per l’ateismo: volgo le spalle ad un Dio che non capisco. Altri ricorrono ad altre scorciatoie: se non capisco Dio e non ho pazienza di restare con Lui, cerco una religiosità emotiva, superficiale, miracolistica. Questa contro testimonianza di molti che si dicono credenti, è ciò che più allontana chi si avvicina con interesse alla fede, pur restandone rispettosamente a distanza.
Fra Leopoldo conosce queste dinamiche, sa che il moralismo e le frasi fatte possono allontanare, anziché avvicinare. Vorrebbe quindi mettere la sua intelligenza e sensibilità al servizio dei fratelli nei paesi slavi.
I suoi superiori, però, sono di un altro avviso.
Per andare in missione, una caratteristica richiesta è una salute forte e salda.
Per predicare, in un tempo senza microfoni e amplificazioni, bisogna avere una voce forte e una pronuncia chiara.
Leopoldo non ha né una né l’altra.
Per sette anni rimane nel convento di Venezia, addetto alle confessioni e ad umili mansioni (pulizie, portineria, la questua di porta in porta, ecc.). Poi, finalmente, viene assegnato al convento della storica città di Zara (Hadar). Ma, dopo neanche tre anni, viene mandato a Bassano, poi in Istria e poi a Padova, dove arriva nel 1909.
Fino al 1914 riceve l’incarico di occuparsi dei giovani frati studenti in teologia. Assolve il compito con grande competenza ma … troppa misericordia e benevolenza. Soffrirà molto quando improvvisamente gli verrà tolto l’incarico.
Oltretutto, la vita gli riserva un’altra prova: Leopoldo ha mantenuto la cittadinanza austriaca, dovuta alla sua nascita in quelle terre, dominate dagli austriaci e per questo nel 1917, durante la Prima Guerra Mondiale, viene allontanato come indesiderato. Avrebbe potuto chiedere la cittadinanza italiana, ma voleva lasciare una porta aperta al suo desiderio di tornare nei Balcani come missionario.
Ma questo era destinato a restare per sempre un suo desiderio intimo.
Dopo il confino nel sud Italia, nel 1919 torna a Padova. Non si muoverà più, fino alla morte. Anzi, in realtà nel 1923 c’era stato un tentativo di assecondare le sue ansie missionarie e fu mandato a Rjieka (Fiume) in Istria. Ma il Vescovo di Padova lo fa richiamare immediatamente. Ancora una volta fra Leopoldo è chiamato a sottomettersi docilmente alla incomprensibile e dolorosa volontà di Dio, manifestata attraverso i superiori, che si scontra con i suoi legittimi desideri spirituali e missionari.
Riprende il suo posto in confessionale, e non lo lascerà più.
Accorre a lui gente di tutti i tipi: giovani e vecchi, docenti e studenti, gente istruita e analfabeti. Per tutti ha una parola profonda e illuminante, e per questo viene ricercato da molti come guida spirituale. Per tutti ha un orecchio paziente e l’ascolto, si sa, è l’inizio di ogni guarigione interiore.
Una piccola cella, il confessionale, diventa il suo campo di missione.
Lì, deve donare tutte le sue energie, mettendole al servizio di tutti, in un ministero oggi tanto più trascurato quanto utile.
Possiamo fare tante cose utili e belle nell’ambito della vita sociale, ma è nel silenzio, nella verità di noi stessi, nel confronto con la voce di Dio che possiamo crescere maggiormente.
E la voce di Dio non è solo quella della coscienza, bensì è veicolata da un’altra persona, per la strana logica dell’Incarnazione, per cui è solo con parole umane che ritrovo la Parola di Dio, è nelle parole di un’altra persona che posso scoprire le tracce di ciò che Dio sta dicendo al mio cuore. Certo, era un tempo quando di confessori ce n’erano, tanti.
Sempre a disposizione, a tutte le ore del giorno. E fra Leopoldo non si risparmiava, non diceva mai di no a chi veniva a cercarlo, in qualsiasi momento.
Dal 1940 inizia l’ultima parte della sua vita.
Inizia ad ammalarsi, non sa e non gli viene detto di avere un tumore all’esofago.
Nel 1942 viene ricoverato in ospedale, ma è troppo tardi. Torna in convento, continua a pregare, celebrare la santa Messa, confessare, senza sosta.
Il 30 luglio sviene in chiesa, viene portato nella sua camera e, poco dopo, termina il suo percorso terreno.
Tutta Padova passa dal convento per l’ultimo saluto.
Quel piccolo e fragile frate cappuccino, con il suo sogno di essere missionario di amore e pace nei Balcani, confessore e guida spirituale di molti nel rapporto ravvicinato del confessionale, dai cristiani viene rimpianto, invocato, pregato fin da subito.
Nel 1983 san papa Giovanni Paolo II proclama a tutta la Chiesa la sua santità, riflesso della misericordia divina sulla nostra terra.
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