San Vincenzo de’ Paoli | “Per i poveri non elemosina, ma misericordia”

Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni
La rubrica del venerdì di spazio + spadoni sui Santi della Misericordia presenta san Vincenzo de Paoli
Una lettera di san Vincenzo de Paoli a papa Leone X ci illustra nel dettaglio le miserabili condizioni della Francia di inizio 17esimo secolo e, stranamente, per certi versi non è molto lontana da ciò che ancora oggi potremmo rilevare.
La casa reale divisa e piena di intrighi; il popolo frammentato in diverse fazioni; città, province e borgate distrutte e rovinate da guerre civili e odi insanabili. Nelle campagne spesso è impossibile raccogliere ciò che si semina, oppure seminare qualcosa con la speranza di poterlo raccogliere.
La gente comune è esposta ad ogni tipo di sopruso e violenza da parte di bande di ladroni, assassini e dai soldati stessi dell’esercito francese: ruberie, violenze carnali, profanazione di chiese, saccheggi di istituzioni religiose, violenze sulle religiose dei conventi, senza alcuna speranza di giustizia.
A ciò bisogna aggiungere una situazione miserabile anche all’interno della chiesa stessa: preti illetterati e ignoranti, che considerano l’Ordinazione sacerdotale unicamente un modo per non morire di fame oppure raggiungere una posizione nella società, religiosi ubriaconi o disonesti nella gestione dei beni ecclesiastici e delle offerte, dubbia moralità e vescovi interessati unicamente alla spartizione del potere politico.
C’era stato il Concilio di Trento ma le sue sagge decisioni erano rimaste perlopiù lettera morta.
Tutto perduto, dunque? Lo Spirito Santo di Dio non si arrende mai di fronte alla incapacità e inettitudine umana e alla fine trova sempre qualcuno disposto a mettersi in gioco, a collaborare con la potente misericordia divina, a dare inizio ad un cambiamento.
Così era successo a Francesco di Sales (+1622), diventato Vescovo di Ginevra e poi di Annecy, in Savoia: egli aveva iniziato una profonda opera di riforma religiosa spirituale, nel clero e nei fedeli. Era stato il primo, con i suoi scritti e con la direzione spirituale, a far capire che santi non si diventa solo entrando in convento o diventando preti, bensì è possibile in ogni stato di vita in cui ci si trovi.
Nella stessa direzione si muove il cardinale francese Pietro de Bérulle. Nel secolo di Molière, Cartesio e Pascal, la Francia conterà presto (per difetto) almeno 27 santi che porteranno avanti un rinnovamento spirituale senza precedenti.
Non ultimo il nostro Vincent Depaul, di cui possiamo dire che tutto ciò che negli ultimi tre secoli la Chiesa ha saputo costruire di socialmente rilevante trova in san Vincenzo de Paoli il precursore e il maestro.
Il nostro Vincent, figlio di contadini e allevatori di maiali, nasce in un paesino nel sud della Francia (vicino a Dax). Riesce a sfuggire alla miseria della sua probabile condizione futura grazie alla sua notevole intelligenza. Viene notato, viene aiutato negli studi, indirizzato verso collegi religiosi dove ben presto anche lui sente la vocazione sacerdotale. Riesce anche a far carriera, fa amicizie importanti, si reca a Roma dove conosce l’Ambasciatore francese, viene convocato in udienza persino dal re Enrico IV ed entra nella cerchia dei cappellani della regina, a Clichy.
Qui vive il primo episodio che rivela la direzione futura della sua vita.
Riceve una enorme donazione a scopo di carità ed egli, senza esitare, la gira completamente al vicino ospedale dei Fatebenefratelli, lasciando a malati ed invalidi l’intera somma.
In quell’ambiente comprese anzitutto che doveva diventare un bravo prete. Ebbe la fortuna di conoscere san Francesco di Sales in persona, ricevendone preziosi consigli e si mise sotto la direzione spirituale del card. Bérulle e, proprio grazie a quest’ultimo, iniziò uno dei periodi più felici della sua vita, in una parrocchia della periferia di Parigi, al servizio di gente semplice e ricettiva.
Non dura molto. Viene notato, ancora una volta, e viene assegnato ad una potente famiglia di origine italiana come precettore. Filippo Emanuele de Gondi comandava la flotta reale e suo fratello era l’arcivescovo di Parigi. All’interno di un sontuoso castello, si occupa dell’educazione dei figli, ma presto anche della servitù e dell’intera famiglia.
Non riesce però a rinunciare all’ardente anelito del suo cuore: forse per compensare un suo segreto disagio, si dedica anche ad insegnare il catechismo ai poveri contadini delle vaste tenute di quella nobile famiglia. E qui intuisce e pone le basi per due fondamentali iniziative, che caratterizzeranno non solo il suo futuro apostolato, ma anche quello dei suoi successori.
La prima intuizione: per arrivare a tanta povera gente, c’è bisogno di creare una rete di apostoli che siano realmente entusiasti della loro vocazione e maestri autentici secondo il Vangelo di Gesù Cristo. Per questo, mette le basi per la creazione di un gruppo di preti che chiamerà “Congregazione della Missione”, conosciuti come “Lazzaristi” dal nome della prima sede occupata, la chiesa di san Lazzaro.
Si tratta di un gruppo di chierici specializzati nell’apostolato delle zone rurali, zone dove spesso ci sono grandi distanze e le parrocchie sono sguarnite di preti (come oggi in tante zone), oppure dove un solo prete deve occuparsi di una decina di chiese.
Il sistema ideato, allora, è quello delle missioni popolari: non potendo garantire una presenza stabile, un gruppo di Lazzaristi si reca a turno in un paesino sperduto della campagna francese e lì si ferma quindici giorni, predicando, istruendo, confessando e mettendosi a disposizione della popolazione per tutti i bisogni, corporali e spirituali, secondo il programma evangelico delle opere di misericordia.
L’effetto desiderato era quello di risvegliare la vita cristiana, a tutti i livelli, lasciando poi che fossero le persone stesse residenti a portare avanti quel fuoco acceso dai missionari della misericordia o “preti della missione”, come venivano chiamati. Alla morte di Vincenzo, saranno 850 le missioni popolari predicate e il sistema è in vigore ancora oggi.
La seconda intuizione era frutto di un’esperienza concreta, vissuta. Trovandosi di fronte alle necessità di una famiglia contadina, Vincenzo aveva predicato in chiesa esortando la comunità cristiana a prendersi cura personalmente di quei fratelli. Il risultato era stato enorme, i cristiani avevano aderito in modo entusiasta e generoso, ma anche in modo disordinato e disorganizzato, per cui ad un primo periodo in cui la famiglia aveva ricevuto ogni sorta di aiuti, era seguito un periodo di dimenticanza e carenza.
Allora ecco l’idea: creare tanti piccoli gruppi, dal nome evangelico, “Le Carità”, in cui i cristiani avessero un programma preciso: formarsi cristianamente e spiritualmente, entrare concretamente nelle case dei poveri per condividere con loro il peso della vita, non far calare dall’alto l’elemosina come un peso umiliante, bensì far sentire ai più bisognosi la vicinanza dell’amore misericordioso del Signore Gesù, l’aiuto e l’amore dei fratelli, la vicinanza e la condivisione delle fatiche della vita.
Anche questi gruppi sono diventati vita vissuta e sono ancora attivi nelle chiese cristiane sparse per il mondo (la Charitas).
Vincenzo de’ Paoli sfrutta tutte le sue conoscenze per ottenere aiuti per i poveri, case per i bisognosi, ricoveri e ospizi per anziani e malati, rifugio per perseguitati dalle varie guerre che insanguinavano la Francia, condizioni di vita più umane per carcerati e galeotti (gli schiavi delle Galere, ossia imbarcati come rematori sui vascelli).
Per arrivare a tanta gente, riesce in quello che nemmeno san Francesco di Sales era riuscito a creare: una congregazione femminile non di clausura ma impegnata nella vita attiva, nell’apostolato delle parrocchie, negli ospedali, nelle carceri e ovunque la carità cristiana richiedesse, con l’aiuto di una giovane nobildonna vedova, conosciuta come santa Luisa de Marillac.
Sono le “Dame della Carità”, all’inizio nobildonne che mettono i loro averi e il loro tempo al servizio dei più bisognosi.
Presto diventano le “Figlie della Carità”, o “Suore Grigie”, donne di tutte le estrazioni sociali, senza un vero abito religioso, senza convento ma unite dall’amore per Cristo.
Dona a queste sorelle delle chiare linee guida:
- E’ vero che tutti possono fare del bene e non bisogna necessariamente amare Cristo o appartenere alla Chiesa per aiutare il prossimo, ma “Se non vediamo il Signore Gesù in ogni povero e bisognoso, se ci allontaniamo anche di poco dal pensiero che i poveri sono membra stesse di Cristo, infallibilmente diminuiranno in noi la dolcezza e la carità”;
- Non è tutto dare pane agli affamati o coperte a chi ha freddo, “questo lo possono fare anche i ricchi”, dice san Vincenzo.
- “La carità è un fardello pesante, i poveri, tuoi padroni, sono spesso terribilmente suscettibili ed esigenti, ma più saranno sudici, ripugnanti, ingiusti e grossolani e più donerai loro il tuo amore, e per questo amore soltanto, i poveri potranno perdonare il pane che darai a loro”.
Le parole di san Vincenzo alle sue “Figlie della Carità” sembrano dure ed esigenti, ma lo sono solo quanto lo sono quelle del Signore Gesù nel Vangelo che ancora, dopo duemila anni di Cristianesimo, stentiamo a capire, ad accogliere, a vivere.
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La rubrica del venerdì di spazio + spadoni sui Santi della Misericordia presenta san Vincenzo de Paoli
Una lettera di san Vincenzo de Paoli a papa Leone X ci illustra nel dettaglio le miserabili condizioni della Francia di inizio 17esimo secolo e, stranamente, per certi versi non è molto lontana da ciò che ancora oggi potremmo rilevare.
La casa reale divisa e piena di intrighi; il popolo frammentato in diverse fazioni; città, province e borgate distrutte e rovinate da guerre civili e odi insanabili. Nelle campagne spesso è impossibile raccogliere ciò che si semina, oppure seminare qualcosa con la speranza di poterlo raccogliere.
La gente comune è esposta ad ogni tipo di sopruso e violenza da parte di bande di ladroni, assassini e dai soldati stessi dell’esercito francese: ruberie, violenze carnali, profanazione di chiese, saccheggi di istituzioni religiose, violenze sulle religiose dei conventi, senza alcuna speranza di giustizia.
A ciò bisogna aggiungere una situazione miserabile anche all’interno della chiesa stessa: preti illetterati e ignoranti, che considerano l’Ordinazione sacerdotale unicamente un modo per non morire di fame oppure raggiungere una posizione nella società, religiosi ubriaconi o disonesti nella gestione dei beni ecclesiastici e delle offerte, dubbia moralità e vescovi interessati unicamente alla spartizione del potere politico.
C’era stato il Concilio di Trento ma le sue sagge decisioni erano rimaste perlopiù lettera morta.
Tutto perduto, dunque? Lo Spirito Santo di Dio non si arrende mai di fronte alla incapacità e inettitudine umana e alla fine trova sempre qualcuno disposto a mettersi in gioco, a collaborare con la potente misericordia divina, a dare inizio ad un cambiamento.
Così era successo a Francesco di Sales (+1622), diventato Vescovo di Ginevra e poi di Annecy, in Savoia: egli aveva iniziato una profonda opera di riforma religiosa spirituale, nel clero e nei fedeli. Era stato il primo, con i suoi scritti e con la direzione spirituale, a far capire che santi non si diventa solo entrando in convento o diventando preti, bensì è possibile in ogni stato di vita in cui ci si trovi.
Nella stessa direzione si muove il cardinale francese Pietro de Bérulle. Nel secolo di Molière, Cartesio e Pascal, la Francia conterà presto (per difetto) almeno 27 santi che porteranno avanti un rinnovamento spirituale senza precedenti.
Non ultimo il nostro Vincent Depaul, di cui possiamo dire che tutto ciò che negli ultimi tre secoli la Chiesa ha saputo costruire di socialmente rilevante trova in san Vincenzo de Paoli il precursore e il maestro.
Il nostro Vincent, figlio di contadini e allevatori di maiali, nasce in un paesino nel sud della Francia (vicino a Dax). Riesce a sfuggire alla miseria della sua probabile condizione futura grazie alla sua notevole intelligenza. Viene notato, viene aiutato negli studi, indirizzato verso collegi religiosi dove ben presto anche lui sente la vocazione sacerdotale. Riesce anche a far carriera, fa amicizie importanti, si reca a Roma dove conosce l’Ambasciatore francese, viene convocato in udienza persino dal re Enrico IV ed entra nella cerchia dei cappellani della regina, a Clichy.
Qui vive il primo episodio che rivela la direzione futura della sua vita.
Riceve una enorme donazione a scopo di carità ed egli, senza esitare, la gira completamente al vicino ospedale dei Fatebenefratelli, lasciando a malati ed invalidi l’intera somma.
In quell’ambiente comprese anzitutto che doveva diventare un bravo prete. Ebbe la fortuna di conoscere san Francesco di Sales in persona, ricevendone preziosi consigli e si mise sotto la direzione spirituale del card. Bérulle e, proprio grazie a quest’ultimo, iniziò uno dei periodi più felici della sua vita, in una parrocchia della periferia di Parigi, al servizio di gente semplice e ricettiva.
Non dura molto. Viene notato, ancora una volta, e viene assegnato ad una potente famiglia di origine italiana come precettore. Filippo Emanuele de Gondi comandava la flotta reale e suo fratello era l’arcivescovo di Parigi. All’interno di un sontuoso castello, si occupa dell’educazione dei figli, ma presto anche della servitù e dell’intera famiglia.
Non riesce però a rinunciare all’ardente anelito del suo cuore: forse per compensare un suo segreto disagio, si dedica anche ad insegnare il catechismo ai poveri contadini delle vaste tenute di quella nobile famiglia. E qui intuisce e pone le basi per due fondamentali iniziative, che caratterizzeranno non solo il suo futuro apostolato, ma anche quello dei suoi successori.
La prima intuizione: per arrivare a tanta povera gente, c’è bisogno di creare una rete di apostoli che siano realmente entusiasti della loro vocazione e maestri autentici secondo il Vangelo di Gesù Cristo. Per questo, mette le basi per la creazione di un gruppo di preti che chiamerà “Congregazione della Missione”, conosciuti come “Lazzaristi” dal nome della prima sede occupata, la chiesa di san Lazzaro.
Si tratta di un gruppo di chierici specializzati nell’apostolato delle zone rurali, zone dove spesso ci sono grandi distanze e le parrocchie sono sguarnite di preti (come oggi in tante zone), oppure dove un solo prete deve occuparsi di una decina di chiese.
Il sistema ideato, allora, è quello delle missioni popolari: non potendo garantire una presenza stabile, un gruppo di Lazzaristi si reca a turno in un paesino sperduto della campagna francese e lì si ferma quindici giorni, predicando, istruendo, confessando e mettendosi a disposizione della popolazione per tutti i bisogni, corporali e spirituali, secondo il programma evangelico delle opere di misericordia.
L’effetto desiderato era quello di risvegliare la vita cristiana, a tutti i livelli, lasciando poi che fossero le persone stesse residenti a portare avanti quel fuoco acceso dai missionari della misericordia o “preti della missione”, come venivano chiamati. Alla morte di Vincenzo, saranno 850 le missioni popolari predicate e il sistema è in vigore ancora oggi.
La seconda intuizione era frutto di un’esperienza concreta, vissuta. Trovandosi di fronte alle necessità di una famiglia contadina, Vincenzo aveva predicato in chiesa esortando la comunità cristiana a prendersi cura personalmente di quei fratelli. Il risultato era stato enorme, i cristiani avevano aderito in modo entusiasta e generoso, ma anche in modo disordinato e disorganizzato, per cui ad un primo periodo in cui la famiglia aveva ricevuto ogni sorta di aiuti, era seguito un periodo di dimenticanza e carenza.
Allora ecco l’idea: creare tanti piccoli gruppi, dal nome evangelico, “Le Carità”, in cui i cristiani avessero un programma preciso: formarsi cristianamente e spiritualmente, entrare concretamente nelle case dei poveri per condividere con loro il peso della vita, non far calare dall’alto l’elemosina come un peso umiliante, bensì far sentire ai più bisognosi la vicinanza dell’amore misericordioso del Signore Gesù, l’aiuto e l’amore dei fratelli, la vicinanza e la condivisione delle fatiche della vita.
Anche questi gruppi sono diventati vita vissuta e sono ancora attivi nelle chiese cristiane sparse per il mondo (la Charitas).
Vincenzo de’ Paoli sfrutta tutte le sue conoscenze per ottenere aiuti per i poveri, case per i bisognosi, ricoveri e ospizi per anziani e malati, rifugio per perseguitati dalle varie guerre che insanguinavano la Francia, condizioni di vita più umane per carcerati e galeotti (gli schiavi delle Galere, ossia imbarcati come rematori sui vascelli).
Per arrivare a tanta gente, riesce in quello che nemmeno san Francesco di Sales era riuscito a creare: una congregazione femminile non di clausura ma impegnata nella vita attiva, nell’apostolato delle parrocchie, negli ospedali, nelle carceri e ovunque la carità cristiana richiedesse, con l’aiuto di una giovane nobildonna vedova, conosciuta come santa Luisa de Marillac.
Sono le “Dame della Carità”, all’inizio nobildonne che mettono i loro averi e il loro tempo al servizio dei più bisognosi.
Presto diventano le “Figlie della Carità”, o “Suore Grigie”, donne di tutte le estrazioni sociali, senza un vero abito religioso, senza convento ma unite dall’amore per Cristo.
Dona a queste sorelle delle chiare linee guida:
- E’ vero che tutti possono fare del bene e non bisogna necessariamente amare Cristo o appartenere alla Chiesa per aiutare il prossimo, ma “Se non vediamo il Signore Gesù in ogni povero e bisognoso, se ci allontaniamo anche di poco dal pensiero che i poveri sono membra stesse di Cristo, infallibilmente diminuiranno in noi la dolcezza e la carità”;
- Non è tutto dare pane agli affamati o coperte a chi ha freddo, “questo lo possono fare anche i ricchi”, dice san Vincenzo.
- “La carità è un fardello pesante, i poveri, tuoi padroni, sono spesso terribilmente suscettibili ed esigenti, ma più saranno sudici, ripugnanti, ingiusti e grossolani e più donerai loro il tuo amore, e per questo amore soltanto, i poveri potranno perdonare il pane che darai a loro”.
Le parole di san Vincenzo alle sue “Figlie della Carità” sembrano dure ed esigenti, ma lo sono solo quanto lo sono quelle del Signore Gesù nel Vangelo che ancora, dopo duemila anni di Cristianesimo, stentiamo a capire, ad accogliere, a vivere.
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