Il perdono che disarma: l’attualità del Beato Isidore Bakanja

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12 Novembre 2025

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Foto di Avel Chuklanov su Unsplash

Il giovane patrono dei laici del Congo che ha messo in atto due opere di misericordia: perdonare le offese e sopportare le persone moleste

Perdonare le offese ricevute e sopportare le persone moleste. Sono due opere di misericordia, ma soprattutto rappresentano due delle difficoltà maggiori di questo tempo in cui l’altro diventa un avversario, e dove ogni ferita tende a trasformarsi in muro

Oggi, infatti, la parola “perdono” sembra spesso fuori posto. E in un mondo segnato spesso dal rancore e dall’insofferenza e attraversato da conflitti, grandi e piccoli, la testimonianza del beato Isidore Bakanja ci scuote con una forza disarmante.

Ne ha parlato papa Leone XIV sabato 8 novembre nella sua catechesi “Sperare è testimoniare”, presentandolo come un autentico testimone di speranza da cui prendere esempio.

Giovane catechista congolese, martirizzato nel 1909 per la sua fede, Isidore non lasciò come eredità discorsi solenni o gesti clamorosi, ma una frase semplice e sconvolgente: «Non provo rancore. Prometto di pregare anche nell’aldilà per chi mi ha ridotto così».

Nato nel 1887 circa, quando l’odierna Repubblica Democratica del Congo era una colonia belga, non aveva potuto studiare per mancanza di scuole nella sua città; conobbe dei missionari cattolici, i monaci trappisti, si convertì al cristianesimo e ricevette il Battesimo a circa 20 anni.

Lavorava come operaio per un padrone europeo senza scrupoli, che aveva in odio il Cristianesimo e i missionari che difendevano gli indigeni contro gli abusi dei colonizzatori, ma lui sopportava maltrattamenti e torture, portando fino alla fine il suo scapolare con l’immagine della Vergine Maria.

Fu fustigato fino ad essere ridotto a carne viva decomposta. Morì sei mesi dopo, il 15 agosto 1909 a 24 anni, perdonando i suoi carnefici. Ai monaci trappisti promise che avrebbe pregato anche nell’aldilà per chi lo aveva ridotto in quelle condizioni.

Isidore Bakanja, proclamato beato nel 1994 da papa Giovanni Paolo II, è oggi patrono dei laici del Congo, ma ancor di più è un esempio fortissimo di una fede che sa andare oltre l’odio e il male ricevuto.

La sua vita e la sua morte ci ricordano qualcosa che abbiamo forse dimenticato: perdonare è possibile, anche quando l’offesa brucia; e sopportare pazientemente l’altro non è rassegnazione, ma forza evangelica.

Perdonare le offese ricevute

Perdonare non significa fingere che il male non sia accaduto. Isidore non ha ignorato le sofferenze subite: i colpi, le umiliazioni, la lenta agonia causata dalle frustate. Ma ha scelto di non lasciarsi definire dal male ricevuto.

Il perdono che offre è liberazione, non debolezza. È scegliere di non rispondere all’odio con odio, per non continuare la catena della violenza.

Sopportare le persone moleste

Questa opera di misericordia, spesso dimenticata, è forse la più quotidiana. Viviamo in relazioni fragili, tensioni nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle comunità. Sopportare – nel senso evangelico – non è subire passivamente, ma portare il peso dell’altro, riconoscendo la sua umanità anche quando ferisce, stanca, disturba. È lo stile di chi sceglie la mitezza come forza.

E io? Chi devo perdonare?

Isidore Bakanja non ci chiede eroismi straordinari, ma di coltivare un cuore che non cede al rancore, che non si lascia possedere dall’offesa.

La sua preghiera diventa per noi domanda: chi devo ancora perdonare? Da chi devo liberare il mio cuore?

Il perdono non è mai semplice. Ma è la via per ritrovare la pace e per testimoniare Gesù.

Come ha detto il Papa, “è questa, cari fratelli e sorelle, la parola della Croce. È una parola vissuta, che rompe la catena del male. È un nuovo tipo di forza, che confonde i superbi e rovescia dai troni i potenti”.

È, inoltre, la scossa che “molte volte le antiche Chiese del Nord del mondo ricevono dalle giovani Chiese”.

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Il giovane patrono dei laici del Congo che ha messo in atto due opere di misericordia: perdonare le offese e sopportare le persone moleste

Perdonare le offese ricevute e sopportare le persone moleste. Sono due opere di misericordia, ma soprattutto rappresentano due delle difficoltà maggiori di questo tempo in cui l’altro diventa un avversario, e dove ogni ferita tende a trasformarsi in muro

Oggi, infatti, la parola “perdono” sembra spesso fuori posto. E in un mondo segnato spesso dal rancore e dall’insofferenza e attraversato da conflitti, grandi e piccoli, la testimonianza del beato Isidore Bakanja ci scuote con una forza disarmante.

Ne ha parlato papa Leone XIV sabato 8 novembre nella sua catechesi “Sperare è testimoniare”, presentandolo come un autentico testimone di speranza da cui prendere esempio.

Giovane catechista congolese, martirizzato nel 1909 per la sua fede, Isidore non lasciò come eredità discorsi solenni o gesti clamorosi, ma una frase semplice e sconvolgente: «Non provo rancore. Prometto di pregare anche nell’aldilà per chi mi ha ridotto così».

Nato nel 1887 circa, quando l’odierna Repubblica Democratica del Congo era una colonia belga, non aveva potuto studiare per mancanza di scuole nella sua città; conobbe dei missionari cattolici, i monaci trappisti, si convertì al cristianesimo e ricevette il Battesimo a circa 20 anni.

Lavorava come operaio per un padrone europeo senza scrupoli, che aveva in odio il Cristianesimo e i missionari che difendevano gli indigeni contro gli abusi dei colonizzatori, ma lui sopportava maltrattamenti e torture, portando fino alla fine il suo scapolare con l’immagine della Vergine Maria.

Fu fustigato fino ad essere ridotto a carne viva decomposta. Morì sei mesi dopo, il 15 agosto 1909 a 24 anni, perdonando i suoi carnefici. Ai monaci trappisti promise che avrebbe pregato anche nell’aldilà per chi lo aveva ridotto in quelle condizioni.

Isidore Bakanja, proclamato beato nel 1994 da papa Giovanni Paolo II, è oggi patrono dei laici del Congo, ma ancor di più è un esempio fortissimo di una fede che sa andare oltre l’odio e il male ricevuto.

La sua vita e la sua morte ci ricordano qualcosa che abbiamo forse dimenticato: perdonare è possibile, anche quando l’offesa brucia; e sopportare pazientemente l’altro non è rassegnazione, ma forza evangelica.

Perdonare le offese ricevute

Perdonare non significa fingere che il male non sia accaduto. Isidore non ha ignorato le sofferenze subite: i colpi, le umiliazioni, la lenta agonia causata dalle frustate. Ma ha scelto di non lasciarsi definire dal male ricevuto.

Il perdono che offre è liberazione, non debolezza. È scegliere di non rispondere all’odio con odio, per non continuare la catena della violenza.

Sopportare le persone moleste

Questa opera di misericordia, spesso dimenticata, è forse la più quotidiana. Viviamo in relazioni fragili, tensioni nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle comunità. Sopportare – nel senso evangelico – non è subire passivamente, ma portare il peso dell’altro, riconoscendo la sua umanità anche quando ferisce, stanca, disturba. È lo stile di chi sceglie la mitezza come forza.

E io? Chi devo perdonare?

Isidore Bakanja non ci chiede eroismi straordinari, ma di coltivare un cuore che non cede al rancore, che non si lascia possedere dall’offesa.

La sua preghiera diventa per noi domanda: chi devo ancora perdonare? Da chi devo liberare il mio cuore?

Il perdono non è mai semplice. Ma è la via per ritrovare la pace e per testimoniare Gesù.

Come ha detto il Papa, “è questa, cari fratelli e sorelle, la parola della Croce. È una parola vissuta, che rompe la catena del male. È un nuovo tipo di forza, che confonde i superbi e rovescia dai troni i potenti”.

È, inoltre, la scossa che “molte volte le antiche Chiese del Nord del mondo ricevono dalle giovani Chiese”.

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Foto di Avel Chuklanov su Unsplash

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