Congo Rd | “Crediamo fermamente nella vita quando abbiamo un piccolo spazio per fare del bene”

Donata Frigerio, consacrata dell’Ordo Virginum, condivide un messaggio che arriva dal Kivu, per il quale si è “sentita misericordiata”
La testimonianza di Kavira che, nonostante la guerra nella Repubblica democratica del Congo, continua a piantare cavoli e a fare del bene
(di Donata Frigerio)
Il 13 febbraio 2025, Bukavu è una caotica città congolese sulle rive del lago Kivu: un agglomerato di case molto esteso, dove tanti suoi quartieri poverissimi sono nascosti dalle colline alla vista del centro città.
Era una città ordinata, molti anni fa, poi l’incuria istituzionale e le ripetute guerre l’hanno fatta a pezzi.
Il “kilomètre Temoin”, il chilometro di vera strada, testimonianza del cambiamento, era stato asfaltato ma ora è un groviera: buche, polvere o fango ovunque, a causa della pioggia o del sole equatoriali.
In febbraio il clima è incerto, il 13 è ancora più incerto, denso di timore, silenzioso. “La ville morte”. La città morta, come la chiamano i congolesi. Si incontrano pochissime persone, frettolose; pochi anche i mototaxi, proprietari di ogni strada e viottolo sterrato.
Tutti attendono da qualche giorno l’arrivo delle truppe “ribelli”, in realtà straniere, chiamate M23. L’invasione avverrà il giorno stesso, a seguito di quella di fine gennaio a Goma.
La guerra nel cuore di Goma – con più di un milione di abitanti e di altrettanti profughi interni, rifugiati senza mezzi di sopravvivenza e fuggiti dai villaggi – è stata sanguinosa.
Ora, i mercatini di quartiere sono chiusi e l’aeroporto internazionale, unico dell’intera regione, è distrutto. La gente fatica a trovare cibo.
I ribelli stanno percorrendo gli ultimi km dei 150 che separano Goma da Bukavu, interrotti nella loro marcia da qualche scontro con le truppe regolari e con gruppi di giovani pseudo-partigiani chiamati wazalendo.
Alle 7.30, mi arriva un messaggio vocale da Kavira, lungo. Non sono ottimista: non dopo gli avvenimenti degli ultimi 20 giorni e una guerra che si trascina da 30 anni, con milioni di morti ignorati dai media, milioni di feriti, milioni di profughi e scarsi aiuti internazionali.
Sono 20 giorni che vivo come se mio fratello fosse in rianimazione in pericolo di vita.
In effetti molti amici sono in pericolo di vita, reale. Li sogno spesso, la notte.
Tremante, mi siedo sul letto e ascolto.
Kavira parla con un tono tranquillo e alle mie orecchie il suo racconto suona come un testamento.
“Oltre le immagini della guerra vediamo la vita di Dio che è qui, con noi che crediamo.
Nella nostra shirika [il nucleo delle donne cristiane della strada in cui abita] oggi ci siamo radunate alle 6,15,
come facciamo ogni settimana, ed abbiamo condiviso il Vangelo della domenica.
Abbiamo fatto il partage (la condivisione della Parola) nonostante la paura.
Ieri abbiamo raccolto tra noi il denaro
per comprare la carne da portare ai malati all’ospedale.
E’ il nostro turno questa settimana ed ora abbiamo due secchi di carne,
ne faremo 250 pezzi in due grandi bacinelle. Le cuoceremo e le porteremo ai malati.
Altri porteranno il riso, altri i fagioli, altri le verdure.
Questa è la vita che va avanti.
Crediamo fermamente nella vita
quando abbiamo un piccolo spazio per fare del bene, qui dove siamo.
Ci organizzeremo anche per visitare i soldati feriti, che sono tanti, tanti, tanti; gli ospedali ne sono stracolmi.
A turno, chi ci accoglie in casa sua per la riunione
prepara la tavola per la colazione,
l’agape, il nostro pasto fraterno, la convivialità, la fraternità dei figli di Dio.
Ci siamo ripetute che la donna ha creduto che Gesù
è capace di scacciare il demonio da sua figlia
[si riferisce al Vangelo del 13 febbraio, e mi colpisce il suo parlare al presente, perché Dio è sempre presente in lei],
quindi Gesù scaccerà anche il demonio che occupa questo Paese e farà crescere i suoi figli anche qui, in pace.
Imploriamo il potere di Dio, Lui che è il padrone di tutto, Lui che ci dà la forza di vivere, la fede”.
Penso che Kavira voglia rassicurarmi; so che mi nasconde diversi avvenimenti che altri mi raccontano, di una cronaca di guerra che non auguro a nessuno di vivere, neppure a distanza. La sua voce è sempre bassa, pacata. Mi racconta di una ragazzina del quartiere violentata, a cui poi hanno sparato nelle natiche; grazie a Dio, non hanno colpito le ossa ed ora è ricoverata nell’ospedale della CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa), dove la curano gratuitamente.
Il lago [il lago Kivu] non è più navigabile; non si capisce chi dovrebbe gestire la principale via di comunicazione tra le città di Goma e Bukavu, il canale di trasporto privilegiato per gli scambi commerciali tra le città.
Kavira continua, la sua voce sempre più ferma e decisa:
“Ieri ci siamo incontrate per denunciare (ancora) gli stupri.
Non siamo in trappola in questa guerra e rifiutiamo di essere vittime di atrocità di ogni tipo.
No! Lo grideremo finché potremo!
A casa, dopo la riunione, ho continuato il mio lavoro, ho piantato i cavoli nel mio orto”.
Lei mi spiega, nel suo puro stile congolese, perché va a piantare cavoli in giardino; comincia da lontano, attenta a non perdere i dettagli… Nel 1996, Bukavu era sotto l’occupazione, ancora una volta, dell’M23. Il Governatore regionale in carica in quel periodo, dopo una celebrazione, aveva esortato i cittadini a riprendere le occupazioni, a ricominciare, a continuare, nonostante la guerra, a coltivare. Aveva citato un adagio mashi [lingua ed etnia del posto]: “colui che morirà coltiva, ma colui che scappa non coltiva”. Aveva spiegato il proverbio: moriremo tutti, un giorno, ma finché siamo in vita dobbiamo lavorare, vivere, nutrirci, coltivare. Chi scappa non coltiva, non ha tempo per lavorare, corre spinto dalla paura verso l’ignoto, forse muore prima degli altri.
“Questo è terribilmente vero anche oggi”, sottolinea Kavira. “Quelli che scappano non hanno niente, hanno fame.
Io coltivo i miei cavoli. Tu non preoccuparti per me”.
Dopo qualche ora ricevo un video in cui è inquadrata Kavira che pianta i cavoli.
Settimane dopo, ho ricevuto le foto dei cavoli in crescita.
Fortunatamente, Kavira è ancora viva. Diversi giorni fa, alcuni uomini sconosciuti, scesi da una grande auto, l’hanno cercata a casa; quando a Bukavu e Goma cercano qualcuno, lo prelevano e scompare.
I vicini han detto loro che lei non era in casa, mentre era barricata nella sua stanza. Il gruppo è ripartito. Ad oggi non sono tornati e Kavira non scappa.
Ecco i dettagli di una vita di profonda fede in tempo di guerra, in Congo. A metà del secolo scorso, ci si è accordati per rispettare comunque, in caso di conflitto, i civili ed i bambini. Oggi, la moda è colpire soprattutto loro, con buon silenzio di troppi responsabili. In questo caso duplice silenzio, perché lì, come in tutta l’Africa, la gente muore ma in Italia questo genere di notizia non trova spazio. Nonostante gli almeno 6 milioni di morti dichiarati dall’ONU, anni fa, a cui se ne aggiungono altri ora…
Le dichiarazioni, le manifestazioni contro le guerre in Africa, la cui causa sono le materie prime indispensabili all’occidente, sono rarissime. Questione di risorse e di soldi. E di fronte ai soldi ed al potere l’umanità scompare. Quella dei carnefici e, purtroppo, anche quella delle troppe vittime.
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Donata Frigerio, consacrata dell’Ordo Virginum, condivide un messaggio che arriva dal Kivu, per il quale si è “sentita misericordiata”
La testimonianza di Kavira che, nonostante la guerra nella Repubblica democratica del Congo, continua a piantare cavoli e a fare del bene
(di Donata Frigerio)
Il 13 febbraio 2025, Bukavu è una caotica città congolese sulle rive del lago Kivu: un agglomerato di case molto esteso, dove tanti suoi quartieri poverissimi sono nascosti dalle colline alla vista del centro città.
Era una città ordinata, molti anni fa, poi l’incuria istituzionale e le ripetute guerre l’hanno fatta a pezzi.
Il “kilomètre Temoin”, il chilometro di vera strada, testimonianza del cambiamento, era stato asfaltato ma ora è un groviera: buche, polvere o fango ovunque, a causa della pioggia o del sole equatoriali.
In febbraio il clima è incerto, il 13 è ancora più incerto, denso di timore, silenzioso. “La ville morte”. La città morta, come la chiamano i congolesi. Si incontrano pochissime persone, frettolose; pochi anche i mototaxi, proprietari di ogni strada e viottolo sterrato.
Tutti attendono da qualche giorno l’arrivo delle truppe “ribelli”, in realtà straniere, chiamate M23. L’invasione avverrà il giorno stesso, a seguito di quella di fine gennaio a Goma.
La guerra nel cuore di Goma – con più di un milione di abitanti e di altrettanti profughi interni, rifugiati senza mezzi di sopravvivenza e fuggiti dai villaggi – è stata sanguinosa.
Ora, i mercatini di quartiere sono chiusi e l’aeroporto internazionale, unico dell’intera regione, è distrutto. La gente fatica a trovare cibo.
I ribelli stanno percorrendo gli ultimi km dei 150 che separano Goma da Bukavu, interrotti nella loro marcia da qualche scontro con le truppe regolari e con gruppi di giovani pseudo-partigiani chiamati wazalendo.
Alle 7.30, mi arriva un messaggio vocale da Kavira, lungo. Non sono ottimista: non dopo gli avvenimenti degli ultimi 20 giorni e una guerra che si trascina da 30 anni, con milioni di morti ignorati dai media, milioni di feriti, milioni di profughi e scarsi aiuti internazionali.
Sono 20 giorni che vivo come se mio fratello fosse in rianimazione in pericolo di vita.
In effetti molti amici sono in pericolo di vita, reale. Li sogno spesso, la notte.
Tremante, mi siedo sul letto e ascolto.
Kavira parla con un tono tranquillo e alle mie orecchie il suo racconto suona come un testamento.
“Oltre le immagini della guerra vediamo la vita di Dio che è qui, con noi che crediamo.
Nella nostra shirika [il nucleo delle donne cristiane della strada in cui abita] oggi ci siamo radunate alle 6,15,
come facciamo ogni settimana, ed abbiamo condiviso il Vangelo della domenica.
Abbiamo fatto il partage (la condivisione della Parola) nonostante la paura.
Ieri abbiamo raccolto tra noi il denaro
per comprare la carne da portare ai malati all’ospedale.
E’ il nostro turno questa settimana ed ora abbiamo due secchi di carne,
ne faremo 250 pezzi in due grandi bacinelle. Le cuoceremo e le porteremo ai malati.
Altri porteranno il riso, altri i fagioli, altri le verdure.
Questa è la vita che va avanti.
Crediamo fermamente nella vita
quando abbiamo un piccolo spazio per fare del bene, qui dove siamo.
Ci organizzeremo anche per visitare i soldati feriti, che sono tanti, tanti, tanti; gli ospedali ne sono stracolmi.
A turno, chi ci accoglie in casa sua per la riunione
prepara la tavola per la colazione,
l’agape, il nostro pasto fraterno, la convivialità, la fraternità dei figli di Dio.
Ci siamo ripetute che la donna ha creduto che Gesù
è capace di scacciare il demonio da sua figlia
[si riferisce al Vangelo del 13 febbraio, e mi colpisce il suo parlare al presente, perché Dio è sempre presente in lei],
quindi Gesù scaccerà anche il demonio che occupa questo Paese e farà crescere i suoi figli anche qui, in pace.
Imploriamo il potere di Dio, Lui che è il padrone di tutto, Lui che ci dà la forza di vivere, la fede”.
Penso che Kavira voglia rassicurarmi; so che mi nasconde diversi avvenimenti che altri mi raccontano, di una cronaca di guerra che non auguro a nessuno di vivere, neppure a distanza. La sua voce è sempre bassa, pacata. Mi racconta di una ragazzina del quartiere violentata, a cui poi hanno sparato nelle natiche; grazie a Dio, non hanno colpito le ossa ed ora è ricoverata nell’ospedale della CICR (Comitato Internazionale della Croce Rossa), dove la curano gratuitamente.
Il lago [il lago Kivu] non è più navigabile; non si capisce chi dovrebbe gestire la principale via di comunicazione tra le città di Goma e Bukavu, il canale di trasporto privilegiato per gli scambi commerciali tra le città.
Kavira continua, la sua voce sempre più ferma e decisa:
“Ieri ci siamo incontrate per denunciare (ancora) gli stupri.
Non siamo in trappola in questa guerra e rifiutiamo di essere vittime di atrocità di ogni tipo.
No! Lo grideremo finché potremo!
A casa, dopo la riunione, ho continuato il mio lavoro, ho piantato i cavoli nel mio orto”.
Lei mi spiega, nel suo puro stile congolese, perché va a piantare cavoli in giardino; comincia da lontano, attenta a non perdere i dettagli… Nel 1996, Bukavu era sotto l’occupazione, ancora una volta, dell’M23. Il Governatore regionale in carica in quel periodo, dopo una celebrazione, aveva esortato i cittadini a riprendere le occupazioni, a ricominciare, a continuare, nonostante la guerra, a coltivare. Aveva citato un adagio mashi [lingua ed etnia del posto]: “colui che morirà coltiva, ma colui che scappa non coltiva”. Aveva spiegato il proverbio: moriremo tutti, un giorno, ma finché siamo in vita dobbiamo lavorare, vivere, nutrirci, coltivare. Chi scappa non coltiva, non ha tempo per lavorare, corre spinto dalla paura verso l’ignoto, forse muore prima degli altri.
“Questo è terribilmente vero anche oggi”, sottolinea Kavira. “Quelli che scappano non hanno niente, hanno fame.
Io coltivo i miei cavoli. Tu non preoccuparti per me”.
Dopo qualche ora ricevo un video in cui è inquadrata Kavira che pianta i cavoli.
Settimane dopo, ho ricevuto le foto dei cavoli in crescita.
Fortunatamente, Kavira è ancora viva. Diversi giorni fa, alcuni uomini sconosciuti, scesi da una grande auto, l’hanno cercata a casa; quando a Bukavu e Goma cercano qualcuno, lo prelevano e scompare.
I vicini han detto loro che lei non era in casa, mentre era barricata nella sua stanza. Il gruppo è ripartito. Ad oggi non sono tornati e Kavira non scappa.
Ecco i dettagli di una vita di profonda fede in tempo di guerra, in Congo. A metà del secolo scorso, ci si è accordati per rispettare comunque, in caso di conflitto, i civili ed i bambini. Oggi, la moda è colpire soprattutto loro, con buon silenzio di troppi responsabili. In questo caso duplice silenzio, perché lì, come in tutta l’Africa, la gente muore ma in Italia questo genere di notizia non trova spazio. Nonostante gli almeno 6 milioni di morti dichiarati dall’ONU, anni fa, a cui se ne aggiungono altri ora…
Le dichiarazioni, le manifestazioni contro le guerre in Africa, la cui causa sono le materie prime indispensabili all’occidente, sono rarissime. Questione di risorse e di soldi. E di fronte ai soldi ed al potere l’umanità scompare. Quella dei carnefici e, purtroppo, anche quella delle troppe vittime.
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