Riconoscere le fragilità ci porta a compiere opere di misericordia

Foto di Pixabay (Pexels)
Dal nostro corrispondente in Costa d’Avorio, padre Stefano Camerlengo, una riflessione sulla fragilità
Carissimo/a,
nel tempo della paura, nel tempo del silenzio, l’immagine di Dio rischia di essere deturpata, si trasforma. C’è il rischio di sentirlo come giudice impietoso che non risponde alle nostre domande. È il momento in cui possono emergere tante false immagini, che nascondono il suo vero volto.
Il tempo dell’attesa può diventare però anche un momento propizio, perché è anche quello in cui emerge il desiderio vero, quello che veramente mi sta a cuore.
Il tempo del silenzio è quello in cui avviene una purificazione. Chi si stanca subito è forse anche chi non ha una motivazione forte.
L’altra esperienza forte che tocca profondamente la nostra umanità è quella della fragilità: nostra e degli altri.
Le tante esperienze di sofferenza, le grida dei sofferenti e dei poveri, la rabbia di chi fa fatica a vedere la luce, spingono a farla propria.
Essa è la dimensione costitutiva che interpella e chiede risposte. Uno sguardo umano, infatti, coglie la precarietà e anche la preziosità del volto segnato dal male, del corpo ferito, della storia spezzata.
Chi guarda umanamente la fragilità scopre che questa lo riguarda e se ne sente interpellato,
E’ vero che l’uomo non si riduce alle sue fragilità; tuttavia, il suo essere ne è totalmente coinvolto.
Troppo spesso, le fragilità diventano rotture, fine traumatica di relazioni, angosce, follia… E, allora, per attenuarne gli effetti disumanizzanti, la risposta da dare si situa sul piano della solidarietà, della presenza, dell’attiva compassione, dell’azione di giustizia e di misericordia, sia sul piano interpersonale sia su quello sociale.
La fragilità deve poter trasformarsi in un’occasione di un’umanizzazione dell’uomo e diventa così appello alla responsabilità! Chiama all’azione, invita alla prossimità, ci colpisce, ci riguarda e non può lasciarci indifferenti.
Un altro aspetto della vulnerabilità dei nostri giorni è il sopportare il peso del quotidiano. Il grande rischio di vivere senza consapevolezza e senza coscienza è quello di crearci la catastrofe della nostra esistenza. Mentre crediamo di vivere, in realtà ci stiamo distruggendo!
Per compiere il viaggio della fede, della speranza e della carità, occorre riconoscere e accettare le proprie debolezze. Il viaggio della vita esige che diventiamo responsabili in prima persona del nostro cammino. Il sì pronunciato ogni giorno deve essere rinnovato, altrimenti il corso della vita si inceppa, si arresta: le difficoltà e gli ostacoli possono divenire un fattore di crescita umana e spirituale.
Cosa fare allora nel tempo della paura e del silenzio? Presentando la sua piccola apocalisse, il discorso sulla fine, su quello che ci attende, il Vangelo di Luca sceglie di parlare della preghiera!
Il tempo della paura e dell’attesa può essere riempito infatti solo dalla preghiera. In essa coltiviamo una relazione e anche quella con Dio ha bisogno di gratuità. Quando vogliamo ad una persona, non pretendiamo di fare, guadagnare o ottenere qualcosa, ma semplicemente ci stiamo insieme, godiamo della sua presenza. Ecco, la preghiera è lo “spreco del tempo”, la gratuità della bellezza di stare insieme.
La preghiera è affidare a Dio la battaglia senza smettere di combattere: fare tutto come se dipendesse da me, sapendo che tutto dipende da Dio! Espressione attribuita a Sant’Ignazio di Loyola.
E’ la decisione di restituire continuamente il primato a Dio: è anche questo, infatti, il senso della preghiera monastica. Le ore del giorno sono scandite dal ritorno alla preghiera, come a dire che nonostante la dispersione del giorno, ritorno a Dio perché lui è il centro di tutto, che consente di rimettere ordine.
È vero, noi vogliamo essere ascoltati, è questo che ci preoccupa, su questo siamo concentrati, ma Gesù sposta l’attenzione e alla fine ci fa un’altra domanda: nell’attesa, riusciremo a restare fedeli? Riusciremo a non incattivirci e a credere ancora che Dio non si dimentica di noi?
Chi ama il prossimo documenta di aver accolto in sé la stessa passione di bene che Dio ha verso i suoi figli. Chi si prende cura della fragilità dell’altro ed anche di se stesso, si trova a essere in sintonia con Dio perché ne condivide i sentimenti e i progetti.
Davanti a questi fatti, illuminato dalla spiritualità dell’incarnazione, penso che sia possibile credere senza perdere la speranza perché Dio crede ancora nella nostra povera ma unica umanità.
Immagine
Dal nostro corrispondente in Costa d’Avorio, padre Stefano Camerlengo, una riflessione sulla fragilità
Carissimo/a,
nel tempo della paura, nel tempo del silenzio, l’immagine di Dio rischia di essere deturpata, si trasforma. C’è il rischio di sentirlo come giudice impietoso che non risponde alle nostre domande. È il momento in cui possono emergere tante false immagini, che nascondono il suo vero volto.
Il tempo dell’attesa può diventare però anche un momento propizio, perché è anche quello in cui emerge il desiderio vero, quello che veramente mi sta a cuore.
Il tempo del silenzio è quello in cui avviene una purificazione. Chi si stanca subito è forse anche chi non ha una motivazione forte.
L’altra esperienza forte che tocca profondamente la nostra umanità è quella della fragilità: nostra e degli altri.
Le tante esperienze di sofferenza, le grida dei sofferenti e dei poveri, la rabbia di chi fa fatica a vedere la luce, spingono a farla propria.
Essa è la dimensione costitutiva che interpella e chiede risposte. Uno sguardo umano, infatti, coglie la precarietà e anche la preziosità del volto segnato dal male, del corpo ferito, della storia spezzata.
Chi guarda umanamente la fragilità scopre che questa lo riguarda e se ne sente interpellato,
E’ vero che l’uomo non si riduce alle sue fragilità; tuttavia, il suo essere ne è totalmente coinvolto.
Troppo spesso, le fragilità diventano rotture, fine traumatica di relazioni, angosce, follia… E, allora, per attenuarne gli effetti disumanizzanti, la risposta da dare si situa sul piano della solidarietà, della presenza, dell’attiva compassione, dell’azione di giustizia e di misericordia, sia sul piano interpersonale sia su quello sociale.
La fragilità deve poter trasformarsi in un’occasione di un’umanizzazione dell’uomo e diventa così appello alla responsabilità! Chiama all’azione, invita alla prossimità, ci colpisce, ci riguarda e non può lasciarci indifferenti.
Un altro aspetto della vulnerabilità dei nostri giorni è il sopportare il peso del quotidiano. Il grande rischio di vivere senza consapevolezza e senza coscienza è quello di crearci la catastrofe della nostra esistenza. Mentre crediamo di vivere, in realtà ci stiamo distruggendo!
Per compiere il viaggio della fede, della speranza e della carità, occorre riconoscere e accettare le proprie debolezze. Il viaggio della vita esige che diventiamo responsabili in prima persona del nostro cammino. Il sì pronunciato ogni giorno deve essere rinnovato, altrimenti il corso della vita si inceppa, si arresta: le difficoltà e gli ostacoli possono divenire un fattore di crescita umana e spirituale.
Cosa fare allora nel tempo della paura e del silenzio? Presentando la sua piccola apocalisse, il discorso sulla fine, su quello che ci attende, il Vangelo di Luca sceglie di parlare della preghiera!
Il tempo della paura e dell’attesa può essere riempito infatti solo dalla preghiera. In essa coltiviamo una relazione e anche quella con Dio ha bisogno di gratuità. Quando vogliamo ad una persona, non pretendiamo di fare, guadagnare o ottenere qualcosa, ma semplicemente ci stiamo insieme, godiamo della sua presenza. Ecco, la preghiera è lo “spreco del tempo”, la gratuità della bellezza di stare insieme.
La preghiera è affidare a Dio la battaglia senza smettere di combattere: fare tutto come se dipendesse da me, sapendo che tutto dipende da Dio! Espressione attribuita a Sant’Ignazio di Loyola.
E’ la decisione di restituire continuamente il primato a Dio: è anche questo, infatti, il senso della preghiera monastica. Le ore del giorno sono scandite dal ritorno alla preghiera, come a dire che nonostante la dispersione del giorno, ritorno a Dio perché lui è il centro di tutto, che consente di rimettere ordine.
È vero, noi vogliamo essere ascoltati, è questo che ci preoccupa, su questo siamo concentrati, ma Gesù sposta l’attenzione e alla fine ci fa un’altra domanda: nell’attesa, riusciremo a restare fedeli? Riusciremo a non incattivirci e a credere ancora che Dio non si dimentica di noi?
Chi ama il prossimo documenta di aver accolto in sé la stessa passione di bene che Dio ha verso i suoi figli. Chi si prende cura della fragilità dell’altro ed anche di se stesso, si trova a essere in sintonia con Dio perché ne condivide i sentimenti e i progetti.
Davanti a questi fatti, illuminato dalla spiritualità dell’incarnazione, penso che sia possibile credere senza perdere la speranza perché Dio crede ancora nella nostra povera ma unica umanità.
Immagine

Foto di Pixabay (Pexels)


