“L’alfabeto della Misericordia” | F come FRATERNITA’

Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni
Una lettera dell’alfabeto per poi pensare a una parola che ci rimandi alle opere di misericordia. Fraternità inizia con la -F
Don Vito Vacca, nostro corrispondente dal Lazio, ha prestato servizio come fidei donum della diocesi di Roma in Palestina, Giordania e Qatar. Per la rubrica “L’alfabeto della Misericordia” ha scelto la parola “fraternità”
La parola fraternità ha a che fare con l’amore. Essere fratelli significa avere lo stesso Padre. Ma mentre i fratelli si bisticciano, si feriscono, arrivano perfino a odiarsi e vendicarsi, la fraternità — o fratellanza — è ciò che può riportare alla pace e all’amore anche i fratelli carnali.
Se ogni giorno diciamo “Padre nostro” e stiamo disprezzando un fratello, stiamo dicendo una menzogna. Quando pronuncio “Padre nostro”, affermo che abbiamo lo stesso Padre celeste, lo stesso Creatore, e che desidero essere fratello di ogni uomo.
Non c’è persona che non sia mio fratello. Nessuna scusa può giustificare il contrario. Nemmeno le parole di Caino: “Sono forse io il custode di mio fratello?”, che oggi suonerebbero come: “quello lì non lo conosco! Che c’entro io con lui? Non ho niente a che spartire con lui”.
Fraternità è il legame profondo che unisce gli esseri umani al di là delle differenze, che anzi sono un ulteriore motivo di amore. È il sentimento che ci spinge a riconoscere l’altro come parte di noi, a condividere gioie e dolori, a costruire insieme una società più giusta e solidale.
Papa Francesco scrisse: “La fraternità è ciò che permette di riconoscere e rispettare l’altro come fratello, non come nemico o concorrente”. Dio ama lui come ama me: imparare da Dio: come Dio ama i suoi figli? Pensiamo al figliol prodigo! Che sentimento proviamo verso i tanti “figliol prodigo”?
Spesso diciamo: “Io non odio nessuno.” Ma non è solo l’odio a ferire. Anche l’indifferenza è una forma di non amore. Anche la negligenza è una ferita alla fraternità. Quando trascuriamo chi ci è vicino — il coniuge, il collega, il povero alla porta — stiamo dicendo, in fondo, che non ci importa niente di loro. Se parlassi di odio, gelosia e vendetta, molti potrebbero dire subito: “non è il mio caso! Non odio nessuno io!”.
No, sto parlando di una eventuale semplice indifferenza o di negligenza: nessuna negligenza può essere giustificata, perché negligenza significa non amore, e il non amore è già il contrario di Dio. Se amo una persona infatti ce la metto tutta per farle sentire il mio affetto e le mie cure. Una mamma non può trascurare nessuno dei suoi figli.
Il fatto che i fratelli siano tanti non può essere un alibi: ci sono quelli che mi sono vicini, quelli che incontro e ci sono quelli dei quali mi faccio prossimo.
Forse oggi ho incontrato uno solo di questi fratelli: in quell’uno sono presenti tutti gli altri! Devo solo capire che egli è il modo concreto di incontrare Cristo oggi: il regalo che oggi Cristo mi fa! È il vedere in ogni persona un dono, un’occasione per incontrare Cristo. Forse oggi in tuo marito o in tua moglie hai visto un tuo fratello da servire: è il regalo che oggi ti fa felice!
Così lo zelo per il regno di Dio è indice del mio amore al Signore. Un cristiano senza zelo è un cristiano che non ama Dio e si occupa solo del proprio successo o del proprio benessere. E allora, oggi, chiediamoci: Chi è il fratello che Dio mi ha messo accanto? Forse è proprio la persona che mi è più vicina. Forse è qualcuno che ho trascurato. Forse è un povero che mi tende la mano. In ognuno di loro c’è Cristo che mi visita. E io, come rispondo?
La negligenza è una forma di colpa che si manifesta quando una persona omette di prestare la dovuta attenzione o cura nello svolgimento di un’attività o nell’adempimento di un dovere. Non si tratta di un comportamento volontariamente dannoso (quello sarebbe il dolo), ma di una mancanza di diligenza che può comunque causare danni rilevanti. Indica una mancanza di impegno, attenzione o interesse nello svolgere compiti affidati, o nei confronti di chi sta attorno a me.
In ambito civile, la negligenza può comportare l’obbligo di risarcire il danno causato a terzi: un medico che dimentica di somministrare una cura essenziale, un datore di lavoro che non adotta misure di sicurezza adeguate, un automobilista che non controlla lo stato del veicolo prima di mettersi in viaggio.
Per prendere sul serio nella nostra vita il coniuge, il collega, il vicino di casa o un povero che bussa alla nostra porta, cavalco le ali della fantasia: immagina di essere arrivato alla casa del Padre. La porta si apre, e davanti a te si stende una mensa luminosa, preparata con cura per il banchetto eterno. Ti siedi, il cuore colmo di gratitudine. Ma ecco: uno a uno, prendono posto accanto a te il tuo coniuge, il collega che ti ha irritato, il vicino che hai ignorato, il povero che hai lasciato fuori dalla porta. Li guardi negli occhi. E in quegli occhi rivedi ogni gesto che hai compiuto — o omesso — nei loro confronti.
Che gioia ricordare i momenti in cui li hai serviti, ascoltati, amati! Ogni sorriso donato, ogni carezza silenziosa, ogni parola gentile diventa luce che illumina la tavola.
Ma che vergogna — parlo per assurdo — se ti tornassero alla mente le volte in cui hai fatto finta di non vederli, li hai rifiutati, li hai giudicati. Che imbarazzo sedere accanto a chi hai escluso, mentre il Padre li accoglie con lo stesso amore con cui accoglie te. Meno male – mi dico – che nessuno entra in Paradiso senza essere purificato da ogni egoismo.
Ma oggi, qui sulla terra, possiamo già iniziare a vivere quel banchetto. Possiamo già scegliere di amare, servire, accogliere. Ogni fratello che incontriamo è un invito. Ogni gesto d’amore è un posto riservato alla mensa del Regno. E quando arriverà il giorno, potremo dire: “Ti ricordi? Quel giorno ti ho visto, ti ho servito, ti ho amato. E ora siamo qui, insieme, per sempre.”
Se anche tu vuoi scrivere la “tua” parola della misericordia, scegli una lettera e invia a: editor@spaziospadoni.org (Loredana Brigante)
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Una lettera dell’alfabeto per poi pensare a una parola che ci rimandi alle opere di misericordia. Fraternità inizia con la -F
Don Vito Vacca, nostro corrispondente dal Lazio, ha prestato servizio come fidei donum della diocesi di Roma in Palestina, Giordania e Qatar. Per la rubrica “L’alfabeto della Misericordia” ha scelto la parola “fraternità”
La parola fraternità ha a che fare con l’amore. Essere fratelli significa avere lo stesso Padre. Ma mentre i fratelli si bisticciano, si feriscono, arrivano perfino a odiarsi e vendicarsi, la fraternità — o fratellanza — è ciò che può riportare alla pace e all’amore anche i fratelli carnali.
Se ogni giorno diciamo “Padre nostro” e stiamo disprezzando un fratello, stiamo dicendo una menzogna. Quando pronuncio “Padre nostro”, affermo che abbiamo lo stesso Padre celeste, lo stesso Creatore, e che desidero essere fratello di ogni uomo.
Non c’è persona che non sia mio fratello. Nessuna scusa può giustificare il contrario. Nemmeno le parole di Caino: “Sono forse io il custode di mio fratello?”, che oggi suonerebbero come: “quello lì non lo conosco! Che c’entro io con lui? Non ho niente a che spartire con lui”.
Fraternità è il legame profondo che unisce gli esseri umani al di là delle differenze, che anzi sono un ulteriore motivo di amore. È il sentimento che ci spinge a riconoscere l’altro come parte di noi, a condividere gioie e dolori, a costruire insieme una società più giusta e solidale.
Papa Francesco scrisse: “La fraternità è ciò che permette di riconoscere e rispettare l’altro come fratello, non come nemico o concorrente”. Dio ama lui come ama me: imparare da Dio: come Dio ama i suoi figli? Pensiamo al figliol prodigo! Che sentimento proviamo verso i tanti “figliol prodigo”?
Spesso diciamo: “Io non odio nessuno.” Ma non è solo l’odio a ferire. Anche l’indifferenza è una forma di non amore. Anche la negligenza è una ferita alla fraternità. Quando trascuriamo chi ci è vicino — il coniuge, il collega, il povero alla porta — stiamo dicendo, in fondo, che non ci importa niente di loro. Se parlassi di odio, gelosia e vendetta, molti potrebbero dire subito: “non è il mio caso! Non odio nessuno io!”.
No, sto parlando di una eventuale semplice indifferenza o di negligenza: nessuna negligenza può essere giustificata, perché negligenza significa non amore, e il non amore è già il contrario di Dio. Se amo una persona infatti ce la metto tutta per farle sentire il mio affetto e le mie cure. Una mamma non può trascurare nessuno dei suoi figli.
Il fatto che i fratelli siano tanti non può essere un alibi: ci sono quelli che mi sono vicini, quelli che incontro e ci sono quelli dei quali mi faccio prossimo.
Forse oggi ho incontrato uno solo di questi fratelli: in quell’uno sono presenti tutti gli altri! Devo solo capire che egli è il modo concreto di incontrare Cristo oggi: il regalo che oggi Cristo mi fa! È il vedere in ogni persona un dono, un’occasione per incontrare Cristo. Forse oggi in tuo marito o in tua moglie hai visto un tuo fratello da servire: è il regalo che oggi ti fa felice!
Così lo zelo per il regno di Dio è indice del mio amore al Signore. Un cristiano senza zelo è un cristiano che non ama Dio e si occupa solo del proprio successo o del proprio benessere. E allora, oggi, chiediamoci: Chi è il fratello che Dio mi ha messo accanto? Forse è proprio la persona che mi è più vicina. Forse è qualcuno che ho trascurato. Forse è un povero che mi tende la mano. In ognuno di loro c’è Cristo che mi visita. E io, come rispondo?
La negligenza è una forma di colpa che si manifesta quando una persona omette di prestare la dovuta attenzione o cura nello svolgimento di un’attività o nell’adempimento di un dovere. Non si tratta di un comportamento volontariamente dannoso (quello sarebbe il dolo), ma di una mancanza di diligenza che può comunque causare danni rilevanti. Indica una mancanza di impegno, attenzione o interesse nello svolgere compiti affidati, o nei confronti di chi sta attorno a me.
In ambito civile, la negligenza può comportare l’obbligo di risarcire il danno causato a terzi: un medico che dimentica di somministrare una cura essenziale, un datore di lavoro che non adotta misure di sicurezza adeguate, un automobilista che non controlla lo stato del veicolo prima di mettersi in viaggio.
Per prendere sul serio nella nostra vita il coniuge, il collega, il vicino di casa o un povero che bussa alla nostra porta, cavalco le ali della fantasia: immagina di essere arrivato alla casa del Padre. La porta si apre, e davanti a te si stende una mensa luminosa, preparata con cura per il banchetto eterno. Ti siedi, il cuore colmo di gratitudine. Ma ecco: uno a uno, prendono posto accanto a te il tuo coniuge, il collega che ti ha irritato, il vicino che hai ignorato, il povero che hai lasciato fuori dalla porta. Li guardi negli occhi. E in quegli occhi rivedi ogni gesto che hai compiuto — o omesso — nei loro confronti.
Che gioia ricordare i momenti in cui li hai serviti, ascoltati, amati! Ogni sorriso donato, ogni carezza silenziosa, ogni parola gentile diventa luce che illumina la tavola.
Ma che vergogna — parlo per assurdo — se ti tornassero alla mente le volte in cui hai fatto finta di non vederli, li hai rifiutati, li hai giudicati. Che imbarazzo sedere accanto a chi hai escluso, mentre il Padre li accoglie con lo stesso amore con cui accoglie te. Meno male – mi dico – che nessuno entra in Paradiso senza essere purificato da ogni egoismo.
Ma oggi, qui sulla terra, possiamo già iniziare a vivere quel banchetto. Possiamo già scegliere di amare, servire, accogliere. Ogni fratello che incontriamo è un invito. Ogni gesto d’amore è un posto riservato alla mensa del Regno. E quando arriverà il giorno, potremo dire: “Ti ricordi? Quel giorno ti ho visto, ti ho servito, ti ho amato. E ora siamo qui, insieme, per sempre.”
Se anche tu vuoi scrivere la “tua” parola della misericordia, scegli una lettera e invia a: editor@spaziospadoni.org (Loredana Brigante)
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