Burundi, diocesi di Gitega | La rivoluzione delle donne che parte dalle opere di misericordia

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6 Marzo 2026

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Donne-Burundi_opere-misericordia
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Foto di Lucia Margherini

In prossimità della Festa internazionale della Donna, le vedove della diocesi di Gitega si preparano alla grande celebrazione liturgica del 7 marzo in Cattedrale, durante la quale  riceveranno il foulard, elemento distintivo dell’appartenenza a OPERA M

Tutto è cominciato con un dono… Opere di misericordia e reciprocità

Centinaia di donne, vedove, della Diocesi di Gitega (Burundi) stanno percorrendo un cammino davvero speciale, che sta “rivoluzionando” e rivoluzionerà la loro vita, la loro quotidianità. La sensibilità e lo spirito di carità evangelica che animano uomini e donne di fede, che operano nelle Chiese della Diocesi, sotto la guida paterna ed al tempo stesso autorevole di S.E. Mons. Bonaventure Nahimana, Arcivescovo Metropolita di Gitega, hanno consentito di intercettare le sofferenze che discendono dalla condizione di marginalità e di isolamento delle vedove, che vivono nelle periferie e nei villaggi di quella terra.

Come abbiamo potuto già rilevare, l’incontro e la repentina e proficua collaborazione tra l’Arcivescovo e Luigi Spadoni hanno permesso di elaborare attraverso spazio + spadoni e più specificatamente con OPERA M, un progetto debitamente calibrato sui bisogni delle “vedove”.

Anche in questo caso, OPERA M, come del resto anche gli altri ben 50 progetti che la Fondazione ha realizzato in tante parti del mondo, nell’arco dei 5 anni dalla sua costituzione, ha fatto “dono” di supporti, di risorse, di strumenti tali da innescare ed avviare processi, nei quali i destinatari diventassero a tutti gli effetti i veri protagonisti, gli artefici, del progetto medesimo.

Dalla cultura della sussidiarietà, della solidarietà, a quella del dono e della misericordia

Questi due termini, sussidiarietà e solidarietà, sono ampiamente utilizzati, sia nelle dinamiche di cooperazione economica e sociale, sia all’interno della stessa Donne-vedove-progetto-Burundi-OPERA M_ spaziospadoniDottrina sociale della Chiesa cattolica, anche se non mancano profonde implicazioni di carattere teologico, che riflettono una precisa visione cristiana dell’essere umano, della sua dignità personale e del bene comune.

Il principio di sussidiarietà non è un concetto nuovo né puramente filosofico. Le sue radici affondano nelle Sacre Scritture e nella tradizione cristiana antica, sebbene il termine stesso non compaia esplicitamente nella Bibbia, anche se numerosi sono gli insegnamenti biblici che trattano della responsabilità individuale, della solidarietà e dell’organizzazione della vita comunitaria.

Tale principio si basa sulla dignità della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26-27) e proprio in questo senso promuove una concezione cristiana della libertà, che non è né individualista né egoista, ma orientata al bene comune e alla costruzione di una società più giusta e fraterna.

La sussidiarietà è strettamente connessa al concetto di solidarietà, secondo il quale siamo chiamati a prenderci cura gli uni degli altri, in particolare dei più deboli. Anche questo principio rimanda alla tradizione biblica, dove l’azione di Dio è spesso descritta in termini di compassione e impegno verso l’umanità ed il libro dell’Esodo, con la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù del Faraone in Egitto al servizio di Dio, è un esempio emblematico di solidarietà divina. Nel Nuovo Testamento non mancano riferimenti ad azioni concrete di solidarietà, che culminano con la testimonianza esemplare dell’Incarnazione di Gesù Cristo, “atto supremo di solidarietà” di Colui che condividerà pienamente la condizione umana, ad eccezione del peccato.

Continuando il nostro percorso, ci troviamo di fronte all’ultimo gradino di questa ipotetica scala che ci introduce al punto più alto del messaggio cristiano: il dono.

Le donne-vedove della Diocesi di Citega, destinatarie e protagoniste del Progetto OPERA M, hanno già ricevuto in dono le capre e la certificazione sanitaria; e adesso, come testimoniano le foto che abbiamo ricevuto, un grosso sacco di semi per coltivare, che mostrano poggiato con disinvoltura e maestria sulla loro testa, sotto l’amorevole e benevola guida di Bernadette e di Padre Boniface.

Nel sacco si sarebbero potuti mettere frutti, prodotti della terra, da consumare nell’immediato; invece, il sacco è pieno di semi!
La scelta non è casuale, come facilmente si può comprendere, perché la presenza del seme presuppone che la proprietaria disporrà del “bene” nei modi e nei tempi che riterrà più opportuni; sarà lei ad accudirli, nelle diverse fasi della coltivazione, fino alla gestione dei prodotti ottenuti ed alla cura di conservare nuovi semi.

Il seme costituisce un bene di primaria importanza nell’ambito di un’economia agricola, soprattutto di sussistenza, ma al di là del valore economico-sociale, esso contiene in sé un grandissimo valore, quello di poterlo condividere con chi sta loro vicino e che mostra i segni della sofferenza.

In questo caso ogni vedova sarà in grado di guardare con occhi diversi il volto di colui/colei che si trova nel bisogno, sia nel corpo sia nello spirito e di agire di conseguenza, alla luce di quella Misericordia, che essendo parte integrante della loro vita, è in grado di generare nuovi legami, nuovi percorsi virtuosi, coniugando l’azione concreta alla preghiera, unico strumento che consente di aprirsi alla trascendenza, di Fare Spazio a Dio.

Come testimoniano le numerose parabole, Gesù, che narra a coloro che lo seguono e che lo ascoltano, affinché cambino il loro modo di pensare e quindi diDonne-Burundi_OPERA M-3 vivere, si pone allo stesso livello della gente comune, del suo popolo, guarda i loro volti, li osserva per innestare in essi il seme della fraternità e della compassione. Il seme è ciò che resta dal raccolto precedente, è il frutto di una pianta che, raccolto, secca e sembra morto.

Ma se il seme cade nella terra intrisa di acqua, esso marcisce, si disfa e scompare; in realtà genera vita, diventa germoglio, poi pianta, e infine frutti. Il piccolo seme secco ed inerte è una piccola realtà, ma allo stesso modo del Regno di Dio, ha in sé una potenza misteriosa, silenziosa, irresistibile ed efficace, che si dilata senza alcun intervento umano.

Benché il seme di senape sia il più piccolo dei semi, sarà in grado di diventare il più grande degli arbusti; allo stesso modo la Parola di Dio che ci è stata donata può sembrare piccola cosa, rivestita com’è di parola umana, fragile e debole, messa in bocca a uomini e donne poveri, non intellettuali, non saggi secondo il mondo (cf. 1Cor 1,26), eppure quando essa è seminata e predicata, proprio perché è Parola di Dio contenuta in parole umane, è feconda e può crescere come un albero capace di accogliere tante creature.

Le capre, l’accreditamento sanitario, i semi stanno connotando il percorso di queste donne finalizzato al recupero della loro dignità, della loro autonomia, della rinnovata consapevolezza di poter occupare un preciso ruolo all’interno della comunità di appartenenza, ma non solo. Il percorso individuale e collettivo intrapreso da ciascuna di loro, si inserisce in un processo ancora più ampio, che si estende e si ramifica, al di là della dimensione materiale, in quella spirituale, attraverso le Opere di Misericordia.

Le vedove e l’intera comunità ecclesiale della Diocesi di Gitega si stanno infatti apprestando ad ultimare la preparazione per la grande celebrazione liturgica, che si terrà sabato 7 marzo nella Cattedrale, (nel quadro anche della Festa internazionale della Donna dell’8 marzo), durante la quale le vedove riceveranno il foulard, elemento distintivo dell’appartenenza a OPERA M.

La consegna del foulard si inserisce all’interno di quella cultura del dono, che permea tutta la storia del Cristianesimo; il dono, come sappiamo, si lega intimamente alla prassi di azioni gratuite e generose che non obbediscano alla legge del tornaconto personale, alla logica dello scambio interessato, ma attestano la libertà di ogni donatore, la dignità di ogni destinatario del dono, la fraternità responsabile che è generata dalla prossimità con gli altri, dall’incontro del proprio volto con il volto dell’altro. Dall’elemosina e dalla beneficenza alla gratuità del dono nella prossimità!

Con il foulard, le donne-vedove non solo diventeranno protagoniste di opere di misericordia all’interno di spazio + spadoni , ma il loro operato di “misericordiate” (chi è in attesa della misericordia) e “misericordiose” (chi condivide la misericordia) consentirà allo stesso movimento di aprirsi a nuovi scenari, a nuove opere, sospinte sempre dallo Spirito del Padre Nostro, Dio di Misericordia.

Immagini

In prossimità della Festa internazionale della Donna, le vedove della diocesi di Gitega si preparano alla grande celebrazione liturgica del 7 marzo in Cattedrale, durante la quale  riceveranno il foulard, elemento distintivo dell’appartenenza a OPERA M

Tutto è cominciato con un dono… Opere di misericordia e reciprocità

Centinaia di donne, vedove, della Diocesi di Gitega (Burundi) stanno percorrendo un cammino davvero speciale, che sta “rivoluzionando” e rivoluzionerà la loro vita, la loro quotidianità. La sensibilità e lo spirito di carità evangelica che animano uomini e donne di fede, che operano nelle Chiese della Diocesi, sotto la guida paterna ed al tempo stesso autorevole di S.E. Mons. Bonaventure Nahimana, Arcivescovo Metropolita di Gitega, hanno consentito di intercettare le sofferenze che discendono dalla condizione di marginalità e di isolamento delle vedove, che vivono nelle periferie e nei villaggi di quella terra.

Come abbiamo potuto già rilevare, l’incontro e la repentina e proficua collaborazione tra l’Arcivescovo e Luigi Spadoni hanno permesso di elaborare attraverso spazio + spadoni e più specificatamente con OPERA M, un progetto debitamente calibrato sui bisogni delle “vedove”.

Anche in questo caso, OPERA M, come del resto anche gli altri ben 50 progetti che la Fondazione ha realizzato in tante parti del mondo, nell’arco dei 5 anni dalla sua costituzione, ha fatto “dono” di supporti, di risorse, di strumenti tali da innescare ed avviare processi, nei quali i destinatari diventassero a tutti gli effetti i veri protagonisti, gli artefici, del progetto medesimo.

Dalla cultura della sussidiarietà, della solidarietà, a quella del dono e della misericordia

Questi due termini, sussidiarietà e solidarietà, sono ampiamente utilizzati, sia nelle dinamiche di cooperazione economica e sociale, sia all’interno della stessa Donne-vedove-progetto-Burundi-OPERA M_ spaziospadoniDottrina sociale della Chiesa cattolica, anche se non mancano profonde implicazioni di carattere teologico, che riflettono una precisa visione cristiana dell’essere umano, della sua dignità personale e del bene comune.

Il principio di sussidiarietà non è un concetto nuovo né puramente filosofico. Le sue radici affondano nelle Sacre Scritture e nella tradizione cristiana antica, sebbene il termine stesso non compaia esplicitamente nella Bibbia, anche se numerosi sono gli insegnamenti biblici che trattano della responsabilità individuale, della solidarietà e dell’organizzazione della vita comunitaria.

Tale principio si basa sulla dignità della persona umana, creata a immagine e somiglianza di Dio (Gen 1,26-27) e proprio in questo senso promuove una concezione cristiana della libertà, che non è né individualista né egoista, ma orientata al bene comune e alla costruzione di una società più giusta e fraterna.

La sussidiarietà è strettamente connessa al concetto di solidarietà, secondo il quale siamo chiamati a prenderci cura gli uni degli altri, in particolare dei più deboli. Anche questo principio rimanda alla tradizione biblica, dove l’azione di Dio è spesso descritta in termini di compassione e impegno verso l’umanità ed il libro dell’Esodo, con la liberazione del popolo ebraico dalla schiavitù del Faraone in Egitto al servizio di Dio, è un esempio emblematico di solidarietà divina. Nel Nuovo Testamento non mancano riferimenti ad azioni concrete di solidarietà, che culminano con la testimonianza esemplare dell’Incarnazione di Gesù Cristo, “atto supremo di solidarietà” di Colui che condividerà pienamente la condizione umana, ad eccezione del peccato.

Continuando il nostro percorso, ci troviamo di fronte all’ultimo gradino di questa ipotetica scala che ci introduce al punto più alto del messaggio cristiano: il dono.

Le donne-vedove della Diocesi di Citega, destinatarie e protagoniste del Progetto OPERA M, hanno già ricevuto in dono le capre e la certificazione sanitaria; e adesso, come testimoniano le foto che abbiamo ricevuto, un grosso sacco di semi per coltivare, che mostrano poggiato con disinvoltura e maestria sulla loro testa, sotto l’amorevole e benevola guida di Bernadette e di Padre Boniface.

Nel sacco si sarebbero potuti mettere frutti, prodotti della terra, da consumare nell’immediato; invece, il sacco è pieno di semi!
La scelta non è casuale, come facilmente si può comprendere, perché la presenza del seme presuppone che la proprietaria disporrà del “bene” nei modi e nei tempi che riterrà più opportuni; sarà lei ad accudirli, nelle diverse fasi della coltivazione, fino alla gestione dei prodotti ottenuti ed alla cura di conservare nuovi semi.

Il seme costituisce un bene di primaria importanza nell’ambito di un’economia agricola, soprattutto di sussistenza, ma al di là del valore economico-sociale, esso contiene in sé un grandissimo valore, quello di poterlo condividere con chi sta loro vicino e che mostra i segni della sofferenza.

In questo caso ogni vedova sarà in grado di guardare con occhi diversi il volto di colui/colei che si trova nel bisogno, sia nel corpo sia nello spirito e di agire di conseguenza, alla luce di quella Misericordia, che essendo parte integrante della loro vita, è in grado di generare nuovi legami, nuovi percorsi virtuosi, coniugando l’azione concreta alla preghiera, unico strumento che consente di aprirsi alla trascendenza, di Fare Spazio a Dio.

Come testimoniano le numerose parabole, Gesù, che narra a coloro che lo seguono e che lo ascoltano, affinché cambino il loro modo di pensare e quindi diDonne-Burundi_OPERA M-3 vivere, si pone allo stesso livello della gente comune, del suo popolo, guarda i loro volti, li osserva per innestare in essi il seme della fraternità e della compassione. Il seme è ciò che resta dal raccolto precedente, è il frutto di una pianta che, raccolto, secca e sembra morto.

Ma se il seme cade nella terra intrisa di acqua, esso marcisce, si disfa e scompare; in realtà genera vita, diventa germoglio, poi pianta, e infine frutti. Il piccolo seme secco ed inerte è una piccola realtà, ma allo stesso modo del Regno di Dio, ha in sé una potenza misteriosa, silenziosa, irresistibile ed efficace, che si dilata senza alcun intervento umano.

Benché il seme di senape sia il più piccolo dei semi, sarà in grado di diventare il più grande degli arbusti; allo stesso modo la Parola di Dio che ci è stata donata può sembrare piccola cosa, rivestita com’è di parola umana, fragile e debole, messa in bocca a uomini e donne poveri, non intellettuali, non saggi secondo il mondo (cf. 1Cor 1,26), eppure quando essa è seminata e predicata, proprio perché è Parola di Dio contenuta in parole umane, è feconda e può crescere come un albero capace di accogliere tante creature.

Le capre, l’accreditamento sanitario, i semi stanno connotando il percorso di queste donne finalizzato al recupero della loro dignità, della loro autonomia, della rinnovata consapevolezza di poter occupare un preciso ruolo all’interno della comunità di appartenenza, ma non solo. Il percorso individuale e collettivo intrapreso da ciascuna di loro, si inserisce in un processo ancora più ampio, che si estende e si ramifica, al di là della dimensione materiale, in quella spirituale, attraverso le Opere di Misericordia.

Le vedove e l’intera comunità ecclesiale della Diocesi di Gitega si stanno infatti apprestando ad ultimare la preparazione per la grande celebrazione liturgica, che si terrà sabato 7 marzo nella Cattedrale, (nel quadro anche della Festa internazionale della Donna dell’8 marzo), durante la quale le vedove riceveranno il foulard, elemento distintivo dell’appartenenza a OPERA M.

La consegna del foulard si inserisce all’interno di quella cultura del dono, che permea tutta la storia del Cristianesimo; il dono, come sappiamo, si lega intimamente alla prassi di azioni gratuite e generose che non obbediscano alla legge del tornaconto personale, alla logica dello scambio interessato, ma attestano la libertà di ogni donatore, la dignità di ogni destinatario del dono, la fraternità responsabile che è generata dalla prossimità con gli altri, dall’incontro del proprio volto con il volto dell’altro. Dall’elemosina e dalla beneficenza alla gratuità del dono nella prossimità!

Con il foulard, le donne-vedove non solo diventeranno protagoniste di opere di misericordia all’interno di spazio + spadoni , ma il loro operato di “misericordiate” (chi è in attesa della misericordia) e “misericordiose” (chi condivide la misericordia) consentirà allo stesso movimento di aprirsi a nuovi scenari, a nuove opere, sospinte sempre dallo Spirito del Padre Nostro, Dio di Misericordia.

Immagini

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Foto di Lucia Margherini

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