Terra Santa | Parents Circle: perdonare le offese si può

Foto di NADER AYMAN su Unsplash
Il dolore dei genitori palestinesi e israeliani trasformato in “carburante per la riconciliazione” attraverso l’associazione Parents Circle
(di Stefano Femminis)
I loro figli sono morti nello stesso ospedale di Gerusalemme, a distanza di 10 anni, vittime della violenza impazzita che da decenni insanguina la Terra Santa. Ma quel dolore, “potente come l’energia nucleare” hanno deciso di trasformarlo in carburante per la riconciliazione, sviluppando anche un’amicizia personale che avrebbero immaginato possibile.
È la storia di Rami, ebreo israeliano, e Bassam, palestinese musulmano, ma è la storia anche di tanti altri genitori di vittime del conflitto israelo-palestinese, tutti membri dei Parents Circle, associazione fondata nel 1995 che cerca appunto di promuovere la riconciliazione come unica via d’uscita da questo conflitto infinito.
La vita di Rami, 76 anni, ebreo che vive a Gerusalemme da sette generazioni e che da giovane ha combattuto la guerra dei Sei Giorni, è cambiata per sempre il 4 settembre del 1997: «Smadar, una dei nostri quattro figli, era una bellissima ragazza di 14 anni, suonava il piano, era una studentessa eccellente. Quel giorno è saltata in aria insieme ad altre quattro persone in un attentato terroristico palestinese. Cosa fare di quell’odio? La prima risposta è la vendetta. Ma poi capisci che il potere del dolore puoi usarlo per provocare altro dolore o per portare pace. Ho iniziato a frequentare i Parents Circle e per la prima volta nella mia vita ho guardato i palestinesi come esseri umani, non come nemici».
Tragicamente simile la storia di Bassam: sette anni nelle carceri israeliane («dove hanno cercato di uccidere la mia umanità»), ha sempre visto gli ebrei come un nemico da studiare per sconfiggerlo meglio.
«Ero convinto che la Shoah fosse un’invenzione. Ma leggendo vari libri, ho iniziato a cambiare punto di vista e a capire la complessità della situazione. Ho incontrato anche i Parents Circle senza immaginare che ne avrei fatto parte anch’io da quando, nel 2007, mia figlia di 10 anni è stata uccisa appena uscita da scuola da un soldato israeliano».
Rami, Bassam e gli altri membri dei Parents Circle denunciano con chiarezza che la radice di molti problemi attuali consiste nell’occupazione israeliana dei territori palestinesi che dura da troppi anni. Ma il loro obiettivo non è fare un’analisi politica quanto dimostrare, con la loro storia, che la convivenza e la riconciliazione sono possibili.
«Incontriamo ragazzi israeliani e palestinesi e diciamo loro che il nostro sangue ha lo stesso colore e le nostre lacrime sono amare allo stesso modo. Se noi possiamo chiamarci fratelli chiunque lo può fare».
(Articolo di Stefano Femminis)
Fonte
- S. Femminis – Popoli e Missione, dicembre 2025, p. 49.
Immagine
- Foto di NADER AYMAN su Unsplash
Il dolore dei genitori palestinesi e israeliani trasformato in “carburante per la riconciliazione” attraverso l’associazione Parents Circle
(di Stefano Femminis)
I loro figli sono morti nello stesso ospedale di Gerusalemme, a distanza di 10 anni, vittime della violenza impazzita che da decenni insanguina la Terra Santa. Ma quel dolore, “potente come l’energia nucleare” hanno deciso di trasformarlo in carburante per la riconciliazione, sviluppando anche un’amicizia personale che avrebbero immaginato possibile.
È la storia di Rami, ebreo israeliano, e Bassam, palestinese musulmano, ma è la storia anche di tanti altri genitori di vittime del conflitto israelo-palestinese, tutti membri dei Parents Circle, associazione fondata nel 1995 che cerca appunto di promuovere la riconciliazione come unica via d’uscita da questo conflitto infinito.
La vita di Rami, 76 anni, ebreo che vive a Gerusalemme da sette generazioni e che da giovane ha combattuto la guerra dei Sei Giorni, è cambiata per sempre il 4 settembre del 1997: «Smadar, una dei nostri quattro figli, era una bellissima ragazza di 14 anni, suonava il piano, era una studentessa eccellente. Quel giorno è saltata in aria insieme ad altre quattro persone in un attentato terroristico palestinese. Cosa fare di quell’odio? La prima risposta è la vendetta. Ma poi capisci che il potere del dolore puoi usarlo per provocare altro dolore o per portare pace. Ho iniziato a frequentare i Parents Circle e per la prima volta nella mia vita ho guardato i palestinesi come esseri umani, non come nemici».
Tragicamente simile la storia di Bassam: sette anni nelle carceri israeliane («dove hanno cercato di uccidere la mia umanità»), ha sempre visto gli ebrei come un nemico da studiare per sconfiggerlo meglio.
«Ero convinto che la Shoah fosse un’invenzione. Ma leggendo vari libri, ho iniziato a cambiare punto di vista e a capire la complessità della situazione. Ho incontrato anche i Parents Circle senza immaginare che ne avrei fatto parte anch’io da quando, nel 2007, mia figlia di 10 anni è stata uccisa appena uscita da scuola da un soldato israeliano».
Rami, Bassam e gli altri membri dei Parents Circle denunciano con chiarezza che la radice di molti problemi attuali consiste nell’occupazione israeliana dei territori palestinesi che dura da troppi anni. Ma il loro obiettivo non è fare un’analisi politica quanto dimostrare, con la loro storia, che la convivenza e la riconciliazione sono possibili.
«Incontriamo ragazzi israeliani e palestinesi e diciamo loro che il nostro sangue ha lo stesso colore e le nostre lacrime sono amare allo stesso modo. Se noi possiamo chiamarci fratelli chiunque lo può fare».
(Articolo di Stefano Femminis)
Fonte
- S. Femminis – Popoli e Missione, dicembre 2025, p. 49.
Immagine
- Foto di NADER AYMAN su Unsplash

Foto di NADER AYMAN su Unsplash


