Un’opera di misericordia a settimana con… Carlo Miglietta | 4. CONSOLARE GLI AFFLITTI

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8 Agosto 2025

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Il commento del biblista Carlo Miglietta della quarta opera di misericordia spirituale: Consolare gli afflitti

Che cosa significa “consolare”

Il termine ebraico per consolare-consolazione proviene dalla radice nhm che significa anzitutto respirare profondamente, gemere e, nel senso causativo, “far respirare”, far tirare il fiato in una situazione di dolore, di paura (così Giuseppe verso i suoi fratelli spaventati: Gn 50,21).

Consolare è aiutare una persona oppressa, schiacciata da non poter più tirare il fiato, a respirare nuovamente. L’etimologia ebraica sottolinea questo aspetto fisico-psicologico della consolazione: far respirare, portare sollievo.

La parola italiana “consolare” ha radici latine. Deriva dal verbo “consōlari”, che significa “confortare”, “alleviare”. Questo verbo è composto dal prefisso “con-” che indica “insieme”, e dal verbo “solari” che significa “confortare”. Quindi, consolarsi o consolare, letteralmente, significa “confortare insieme”, “alleviare insieme”.
Ma secondo il cardinal Ravasi altra è “la radice che sta alla base della parola «consolare».

L’etimologia di questo vocabolo è il termine «solo»: quindi «consolare» è sostanzialmente «stare con uno che è solo». L’idea è suggestiva perché tanta tristezza o dolore nasce proprio dall’essere soli e abbandonati, privi di una presenza che ti riscaldi, di una mano che ti accarezzi, di una parola che spezzi il silenzio e le lacrime. Non per nulla la parola «desolato» significa in radice «essere solo» pienamente”.
In ogni caso, la radice etimologica latina indica vicinanza, compagnia, comunione con chi è nell’afflizione e nella prova.

Dio è sempre con noi

Spesso pensiamo che Dio sia qualcuno che sta nell’aldilà, da qualche parte, con il quale sembra impossibile instaurare un qualunque rapporto. È talmente “altro” che è irraggiungibile.
Ma già nel Primo Testamento Dio diceva: “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: «Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?». Non è di là dal mare, perché tu dica: «Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?». Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica” (Dt 30,11-14); “Infatti quale grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?” (Dt 4,7).

E nel Nuovo Testamento si afferma: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18). Infatti “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14). E Gesù dice: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9).
Gesù è l’incarnazione di Dio che scende dai cieli per porsi al nostro fianco per sempre. L’angelo lo annuncia a Maria: “Sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi” (Mt 1,23; cfr Is 7,14). E il Vangelo di Matteo si chiude con la promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Non siamo mai più soli: Dio è al nostro fianco per condividere le nostre ansie, le nostre paure, le nostre angosce, le nostre malattie, la nostra stessa morte!

Dio è consolazione

Dio ci dice: “Io, io sono il tuo consolatore” (Is 51,12); “Come una madre consola un figlio così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati” (Is 66,13); “Il Signore consola il suo popolo e ha pietà dei suoi miseri” (Is 49,13); “Voglio sanarlo, guidarlo e offrirgli consolazioni. E ai suoi afflitti io pongo sulle labbra: «Pace, pace ai lontani e ai vicini», dice il Signore, «io li guarirò»” (Is 57,18-19); “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido…; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele” (Es 3,7-8); “Per l’oppressione dei miseri e il gemito dei poveri io sorgerò – dice il Signore – metterò in salvo chi è disprezzato” (Sl 12,6).

Infatti “la preghiera del povero va dalla sua bocca agli orecchi di Dio, il giudizio di lui verrà a suo favore” (Sir 21,5); “Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo libera da tutte le sue angosce… Gridano e il Signore li ascolta, li salva da tutte le loro angosce” (Sl 34,7.18); “Egli si volge alla preghiera del misero e non disprezza la sua supplica” (Sl 102,18); “Il Signore ascolta i poveri e non disprezza i suoi che sono prigionieri” (Sl 69,34); “Nell’angoscia ho gridato al Signore, mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo” (Sl 118,5-7; cfr 107,13-14); “Dio, che consola gli afflitti, ci ha consolati” (2 Cor 7,6).

Gesù si presenta nella sinagoga di Nazaret dicendo: “Lo Spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati…, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, canto di lode invece di un cuore mesto” (Is 61,1-3; cfr Lc 4,18).
Lo Spirito Santo è il “Paraclito”, parola greca il cui primo significato è proprio “Consolatore”: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre… Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,16.26); “Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza” (Gv 15,26).
Ecco perché Gesù proclama: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati” (Mt 5,4)!

Consolare gli afflitti

Paolo nella Seconda Lettera ai Corinti ci fa una vera catechesi sulla consolazione: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1,3-4). Dio ci consola in ogni nostra tribolazione, e noi dobbiamo traboccare di questa divina consolazione verso tutti quelli che si trovano nell’afflizione. La definizione di Dio come “Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione” lascia intravedere anche l’importanza che ha la consolazione di Dio nell’esperienza di fede di Paolo e degli altri apostoli. Con questa continua consolazione Dio sostiene i suoi ministri nelle prove, ma la consolazione divina si riversa, attraverso gli apostoli, anche sui cristiani di Corinto. Avendo fatto in prima persona l’esperienza di essere confortati da Dio, gli apostoli diventano capaci di consolare a loro volta i cristiani sofferenti.
Già il Siracide ammoniva: “Non evitare coloro che piangono, e con gli afflitti mòstrati afflitto” (Sir 7,34). E Paolo sottolinea: “Piangete con quelli che sono nel pianto” (Rm 12,15).

“Siamo chiamati ad anticipare l’opera consolatrice di Dio. Ma a farlo a certe condizioni. Ad esempio, riconoscendo che la consolazione, come il dolore e il lutto, ha i suoi tempi. Ascoltando la sofferenza di chi è nel dolore per capire quale sia il gesto o la parola più appropriata al momento… Pensiamo a quante volte le parole e gli atteggiamenti di chi porge le condoglianze sono spesso la fiera della superficialità, il trionfo dell’imbarazzo, una specie di doveroso e stucchevole rituale a cui non ci si può sottrarre… La Bibbia ci racconta, attraverso la vicenda di Giobbe, di consolazioni fallimentari: i suoi amici recatisi da lui «per consolarlo» (Gb 2,11) rovinano tutto con parole insensate meritando l’insulto di «consolatori molesti» (Gb 16,2). Lo stesso orante del Salmo 69 arriva a denunciare che «ho atteso consolatori, ma non ne ho trovati». Invece, chi ha vissuto un lutto e ha saputo abitarne il dolore, assumerne il vuoto, può umanizzare l’incontro con l’afflitto attraverso una discrezione e un’intelligenza trasfigurata dalla sua propria esperienza. E tale è la forza della consolazione che le parole o i gesti «adeguati» compiuti nei confronti di chi è nel lutto restano scolpiti nella memoria di chi li ha ricevuti come gemma preziosa e rara” (R. Davanzo).

“San Francesco, ci raccontano le Cronache, «si chinava con meravigliosa tenerezza e compassione, verso chiunque fosse afflitto da qualche sofferenza fisica; sentiva sciogliersi il cuore alla presenza dei poveri e dei malati, e quando non poteva offrire l’aiuto, offriva il suo affetto, ossia una tenerezza materna». Sarà quindi motivo di grande soddisfazione poter offrire l’olio della consolazione e il vino della speranza a coloro che piangono e sono oppressi dalla tristezza e dal dolore, ricorrendo con fiduciosa preghiera alla fonte: «Spirito Santo, consola la nostra tristezza».

Il nostro cuore è colmo di afflizioni e noi siamo sempre mesti. «Signore nostro, rendici degni della tua consolazione, più tenace dell’afflizione» (Isacco di Ninive). La Sequenza di Pentecoste recita: «Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto” (R. Messina). Invochiamo quindi lo Spirito che ci riempia di ogni consolazione e ci renda capaci di essere anche noi autentici Consolatori.

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Il commento del biblista Carlo Miglietta della quarta opera di misericordia spirituale: Consolare gli afflitti

Che cosa significa “consolare”

Il termine ebraico per consolare-consolazione proviene dalla radice nhm che significa anzitutto respirare profondamente, gemere e, nel senso causativo, “far respirare”, far tirare il fiato in una situazione di dolore, di paura (così Giuseppe verso i suoi fratelli spaventati: Gn 50,21).

Consolare è aiutare una persona oppressa, schiacciata da non poter più tirare il fiato, a respirare nuovamente. L’etimologia ebraica sottolinea questo aspetto fisico-psicologico della consolazione: far respirare, portare sollievo.

La parola italiana “consolare” ha radici latine. Deriva dal verbo “consōlari”, che significa “confortare”, “alleviare”. Questo verbo è composto dal prefisso “con-” che indica “insieme”, e dal verbo “solari” che significa “confortare”. Quindi, consolarsi o consolare, letteralmente, significa “confortare insieme”, “alleviare insieme”.
Ma secondo il cardinal Ravasi altra è “la radice che sta alla base della parola «consolare».

L’etimologia di questo vocabolo è il termine «solo»: quindi «consolare» è sostanzialmente «stare con uno che è solo». L’idea è suggestiva perché tanta tristezza o dolore nasce proprio dall’essere soli e abbandonati, privi di una presenza che ti riscaldi, di una mano che ti accarezzi, di una parola che spezzi il silenzio e le lacrime. Non per nulla la parola «desolato» significa in radice «essere solo» pienamente”.
In ogni caso, la radice etimologica latina indica vicinanza, compagnia, comunione con chi è nell’afflizione e nella prova.

Dio è sempre con noi

Spesso pensiamo che Dio sia qualcuno che sta nell’aldilà, da qualche parte, con il quale sembra impossibile instaurare un qualunque rapporto. È talmente “altro” che è irraggiungibile.
Ma già nel Primo Testamento Dio diceva: “Questo comando che oggi ti ordino non è troppo alto per te, né troppo lontano da te. Non è nel cielo, perché tu dica: «Chi salirà per noi in cielo, per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?». Non è di là dal mare, perché tu dica: «Chi attraverserà per noi il mare per prendercelo e farcelo udire e lo possiamo eseguire?». Anzi, questa parola è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore, perché tu la metta in pratica” (Dt 30,11-14); “Infatti quale grande nazione ha la divinità così vicina a sé, come il Signore nostro Dio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?” (Dt 4,7).

E nel Nuovo Testamento si afferma: “Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato” (Gv 1,18). Infatti “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14). E Gesù dice: “Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9).
Gesù è l’incarnazione di Dio che scende dai cieli per porsi al nostro fianco per sempre. L’angelo lo annuncia a Maria: “Sarà chiamato Emmanuele, che significa Dio con noi” (Mt 1,23; cfr Is 7,14). E il Vangelo di Matteo si chiude con la promessa: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).
Non siamo mai più soli: Dio è al nostro fianco per condividere le nostre ansie, le nostre paure, le nostre angosce, le nostre malattie, la nostra stessa morte!

Dio è consolazione

Dio ci dice: “Io, io sono il tuo consolatore” (Is 51,12); “Come una madre consola un figlio così io vi consolerò; in Gerusalemme sarete consolati” (Is 66,13); “Il Signore consola il suo popolo e ha pietà dei suoi miseri” (Is 49,13); “Voglio sanarlo, guidarlo e offrirgli consolazioni. E ai suoi afflitti io pongo sulle labbra: «Pace, pace ai lontani e ai vicini», dice il Signore, «io li guarirò»” (Is 57,18-19); “Ho osservato la miseria del mio popolo in Egitto e ho udito il suo grido…; conosco infatti le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo dalla mano dell’Egitto e per farlo uscire da questo paese verso un paese bello e spazioso, verso un paese dove scorre latte e miele” (Es 3,7-8); “Per l’oppressione dei miseri e il gemito dei poveri io sorgerò – dice il Signore – metterò in salvo chi è disprezzato” (Sl 12,6).

Infatti “la preghiera del povero va dalla sua bocca agli orecchi di Dio, il giudizio di lui verrà a suo favore” (Sir 21,5); “Questo povero grida e il Signore lo ascolta, lo libera da tutte le sue angosce… Gridano e il Signore li ascolta, li salva da tutte le loro angosce” (Sl 34,7.18); “Egli si volge alla preghiera del misero e non disprezza la sua supplica” (Sl 102,18); “Il Signore ascolta i poveri e non disprezza i suoi che sono prigionieri” (Sl 69,34); “Nell’angoscia ho gridato al Signore, mi ha risposto, il Signore, e mi ha tratto in salvo” (Sl 118,5-7; cfr 107,13-14); “Dio, che consola gli afflitti, ci ha consolati” (2 Cor 7,6).

Gesù si presenta nella sinagoga di Nazaret dicendo: “Lo Spirito del Signore Dio è su di me perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annunzio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati…, per consolare tutti gli afflitti, per allietare gli afflitti di Sion, per dare loro una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, canto di lode invece di un cuore mesto” (Is 61,1-3; cfr Lc 4,18).
Lo Spirito Santo è il “Paraclito”, parola greca il cui primo significato è proprio “Consolatore”: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre… Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli v’insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto” (Gv 14,16.26); “Quando verrà il Consolatore che io vi manderò dal Padre, lo Spirito di verità che procede dal Padre, egli mi renderà testimonianza” (Gv 15,26).
Ecco perché Gesù proclama: “Beati gli afflitti, perché saranno consolati” (Mt 5,4)!

Consolare gli afflitti

Paolo nella Seconda Lettera ai Corinti ci fa una vera catechesi sulla consolazione: “Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2 Cor 1,3-4). Dio ci consola in ogni nostra tribolazione, e noi dobbiamo traboccare di questa divina consolazione verso tutti quelli che si trovano nell’afflizione. La definizione di Dio come “Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione” lascia intravedere anche l’importanza che ha la consolazione di Dio nell’esperienza di fede di Paolo e degli altri apostoli. Con questa continua consolazione Dio sostiene i suoi ministri nelle prove, ma la consolazione divina si riversa, attraverso gli apostoli, anche sui cristiani di Corinto. Avendo fatto in prima persona l’esperienza di essere confortati da Dio, gli apostoli diventano capaci di consolare a loro volta i cristiani sofferenti.
Già il Siracide ammoniva: “Non evitare coloro che piangono, e con gli afflitti mòstrati afflitto” (Sir 7,34). E Paolo sottolinea: “Piangete con quelli che sono nel pianto” (Rm 12,15).

“Siamo chiamati ad anticipare l’opera consolatrice di Dio. Ma a farlo a certe condizioni. Ad esempio, riconoscendo che la consolazione, come il dolore e il lutto, ha i suoi tempi. Ascoltando la sofferenza di chi è nel dolore per capire quale sia il gesto o la parola più appropriata al momento… Pensiamo a quante volte le parole e gli atteggiamenti di chi porge le condoglianze sono spesso la fiera della superficialità, il trionfo dell’imbarazzo, una specie di doveroso e stucchevole rituale a cui non ci si può sottrarre… La Bibbia ci racconta, attraverso la vicenda di Giobbe, di consolazioni fallimentari: i suoi amici recatisi da lui «per consolarlo» (Gb 2,11) rovinano tutto con parole insensate meritando l’insulto di «consolatori molesti» (Gb 16,2). Lo stesso orante del Salmo 69 arriva a denunciare che «ho atteso consolatori, ma non ne ho trovati». Invece, chi ha vissuto un lutto e ha saputo abitarne il dolore, assumerne il vuoto, può umanizzare l’incontro con l’afflitto attraverso una discrezione e un’intelligenza trasfigurata dalla sua propria esperienza. E tale è la forza della consolazione che le parole o i gesti «adeguati» compiuti nei confronti di chi è nel lutto restano scolpiti nella memoria di chi li ha ricevuti come gemma preziosa e rara” (R. Davanzo).

“San Francesco, ci raccontano le Cronache, «si chinava con meravigliosa tenerezza e compassione, verso chiunque fosse afflitto da qualche sofferenza fisica; sentiva sciogliersi il cuore alla presenza dei poveri e dei malati, e quando non poteva offrire l’aiuto, offriva il suo affetto, ossia una tenerezza materna». Sarà quindi motivo di grande soddisfazione poter offrire l’olio della consolazione e il vino della speranza a coloro che piangono e sono oppressi dalla tristezza e dal dolore, ricorrendo con fiduciosa preghiera alla fonte: «Spirito Santo, consola la nostra tristezza».

Il nostro cuore è colmo di afflizioni e noi siamo sempre mesti. «Signore nostro, rendici degni della tua consolazione, più tenace dell’afflizione» (Isacco di Ninive). La Sequenza di Pentecoste recita: «Vieni, Santo Spirito, manda a noi dal cielo un raggio della tua luce. Consolatore perfetto, ospite dolce dell’anima, dolcissimo sollievo. Nella fatica riposo, nella calura riparo, nel pianto conforto” (R. Messina). Invochiamo quindi lo Spirito che ci riempia di ogni consolazione e ci renda capaci di essere anche noi autentici Consolatori.

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