Un’opera di misericordia a settimana con… Carlo Miglietta | 7. SEPPELLIRE I MORTI

La settima opera di misericordia corporale
Il commento del biblista Carlo Miglietta della settima opera di misericordia corporale: Seppellire i morti
“Credo nella resurrezione della carne”
La Chiesa non afferma l’immortalità dell’anima, ma nel suo “Credo” proclama: “Credo la resurrezione della carne, la vita eterna” (Simbolo apostolico); “Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà” (Simbolo niceno-costantinopolitano), come afferma la Seconda Lettura (1 Cor 15,20-26).
Così la Chiesa cattolica proclama con Pio XII nel 1950 l’Assunzione al cielo anche con il corpo di Maria, prototipo di tutti i credenti. San Giustino affermava: “Quando incontri uno che si dice cristiano, tu chiedigli: «Credi alla resurrezione dei morti o all’immortalità dell’anima? Se ti risponde: «L’immortalità dell’anima» non è cristiano”.
Afferma Enzo Bianchi:
“Sembra che la resurrezione della carne, la resurrezione dei nostri corpi, sia la «cosa» più strana che la fede cristiana chiede di credere. Non a caso, dalle analisi sociologiche condotte sulla fede dei cattolici italiani risulta che, se la maggior parte della popolazione crede in Dio, neanche il 20% crede nella resurrezione della carne… Quando poi si ascoltano i pensieri dei cristiani sull’al di là, sovente si resta imbarazzati. Spesso parlano di reincarnazione (espressione sconosciuta fino a un secolo fa e introdotta con il fenomeno dello spiritismo)… Questi cristiani che spesso pensano la reincarnazione come una credenza religiosa orientale non sanno, tra l’altro, che nell’induismo e nel buddhismo la reincarnazione significa una condanna, perché la salvezza si attua uscendo dal ciclo delle reincarnazioni!”.
La rivelazione biblica invece è un inno alla corporeità, chiamata a redenzione e a resurrezione. Paolo annuncia la resurrezione non come esigita da una presunta immortalità dell’anima, ma dall’amore di Dio per l’uomo: “Il corpo è per il Signore, e il Signore è per il corpo” (1 Cor 6,13). È un concetto che ci mette i brividi: Dio stesso ama e santifica il nostro corpo, chiamato a immortalità, membro del corpo stesso di Cristo, “tempio dello Spirito Santo” (1 Cor 6,13-19).
Certo, nell’escatologia i nostri corpi saranno trasfigurati, senza più malattie né morte: “Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale” (1 Cor 15,42-45). Ma saranno i nostri corpi! Così come nei racconti di apparizione del Risorto si sottolinea che tra il corpo di Gesù prima della resurrezione e il corpo risorto c’è profonda diversità (passa attraverso i muri: Gv 20,19), ma c’è anche vera continuità (si può toccare: Gv 20,20-27; mangia con i discepoli: Lc 24,41-42; At 10,41).
“Sappiamo che già nel Nuovo Testamento, alle origini della chiesa, la fede nella resurrezione della carne è stata contestata: i cristiani di Corinto faticano ad accettare questo annuncio – ci testimonia Paolo (1 Cor 15) – e sempre l’Apostolo o un suo discepolo deve mettere in guardia da chi, come Imeneo e Fileto, sosteneva che la resurrezione è già avvenuta con il battesimo ed è solo un fatto spirituale (2 Tm 2,16-18). Incredibile umanamente questo evento universale, eppure è al centro della speranza cristiana: i corpi dissolti nella terra, ridotti allo stato di germi, potranno risorgere…? Sì, proclama la fede cristiana, con la sua ottica di benedizione e di approvazione divina del corpo, della materia. Il nostro Dio ha voluto farsi uomo, la Parola di Dio è diventata sárx, carne, ha abitato tra di noi (cfr Gv 1,14), e ormai la nostra umanità fragile e mortale è trasfigurata per l’eternità… Sì, il desiderio di Giobbe è fede per noi cristiani: «Questa mia carne vedrà il Salvatore» (Gb 19,26-27)” (E. Bianchi).
Seppellire i morti
Nell’Antico Testamento abbiamo molti esempi di rispettosa sepoltura del corpo dei defunti: Abramo, che seppellisce Sara (Gn 23,6); Giuseppe, che seppellisce il padre Giacobbe (Gn 50,7.14); Tobi, che seppellisce i morti a rischio della propria vita, e per questo deve fuggire e i suoi beni sono confiscati dal re Sennacherib (Tb 1,17-20); e che poi, tornato a casa, riprende impavido quest’opera di misericordia, tra lo stupore e la derisione dei vicini (Tb 2,1-9).
Nel Nuovo Testamento, una donna, una peccatrice secondo Lc 7,37, a Betania unge Gesù di olio profumato, e Gesù esclama: “Versando questo olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura” (Mt 26,6-16); Giuseppe d’Arimatea donò a Gesù la propria tomba, ed ebbe il coraggio di presentarsi a Pilato e di chiedergli il corpo di Gesù (Mt 27,57-60); Nicodemo portò una mistura di cento libbre di aromi per ungere il corpo di Gesù (Gv 19,38-42).
E per questo che la Scrittura esorta: “Figlio, versa lacrime sul morto, e come uno che soffre crudelmente inizia il lamento; poi seppelliscine il corpo secondo il suo rito e non trascurare la sua tomba” (Sir 38,16).
La Pastorale del lutto
Bisogna che ogni comunità parrocchiale abbia un’équipe preparata ad accompagnare gli eventi funerari, che guidi i parenti del morto in questi momenti di smarrimento e confusione. Spesso ormai le agenzie di “Pompe funebri” tendono ad impossessarsi dell’evento “morte”, facendo di esso un momento consumistico e spesso spettacolare.
Ma il credente sa che la morte è un momento che va vissuto nella fede, e che solo la Resurrezione di Gesù dà un senso anche al morire e permette il passaggio a una Vita davvero eterna. Ecco quindi l’importanza della preghiera, già in casa o in ospedale, magari guidata da un famigliare o da un membro della Comunità, e poi nella “Veglia funebre”, il cosiddetto “Rosario”, fino alla chiusura della bara e al Rito delle esequie.
Il funerale non è un momento di celebrazione della vita del defunto, ma di solenne proclamazione del Mistero Pasquale di Gesù che, con la sua Resurrezione, ci fa risorgere con lui. Scriveva con sapienza l’Arcivescovo di Torino Mons. Cesare Nosiglia nel Documento Diocesano “Annunciare la vita nell’ora della morte”: “Per evitare il rischio di trasformare la celebrazione del Mistero pasquale in una commemorazione del defunto, si chiede di non autorizzare alcuna presa di parola al momento del commiato.
Eventuali testi scritti, precedentemente sottoposti all’attenzione della comunità cristiana, siano letti all’inizio, prima di entrare nella celebrazione, oppure in altri luoghi e momenti, nella veglia di preghiera che precede il rito delle esequie, oppure sul sagrato della chiesa dopo i funerali, o ancora al cimitero prima della sepoltura. In ogni caso non si conceda mai l’utilizzo dell’ambone, riservato alla parola di Dio e alla preghiera della Chiesa…
Nella misura in cui il rito sarà ben preparato in tutte le sue parti, coinvolgendo per quanto possibile i parenti del defunto, sarà più facile da parte dell’équipe ministeriale gestire le eventuali richieste dei parenti e dei conoscenti di ricordare il proprio caro o deponendo intorno al feretro oggetti estranei allo spirito delle esequie cristiane, oppure ricorrendo a testi e canti estranei alla liturgia, oppure attraverso un ricordo personale. Il motivo per cui la Chiesa non consente tali inserzioni è quello di far risaltare unicamente i segni e le parole della fede cristiana, a cui tutta la celebrazione è ordinata”.
Sono quindi chiaramente fuori posto i funerali con la bara avvolta nella bandiera della squadra del cuore, la citazione di testi o poesie profane, l’ascolto delle musiche che piacevano al defunto, gli applausi da stadio… Il funerale deve proclamare quanto i Cristiani hanno di più bello e specifico: che solo in Gesù Risorto la morte è vinta e la vita continua! Il funerale è quindi affidare il morto alla Misericordia di Dio, nel momento bellissimo in cui Dio lo accoglie nel suo Regno di Gioia eterna.
La cremazione non è proibita dalla Chiesa, purché non sia richiesta per ragioni contrarie alla fede cristiana, come la negazione della risurrezione dei corpi. Nel caso della cremazione, la Chiesa accompagna con la preghiera i momenti delicati del commiato e della deposizione dell’urna con le ceneri nel cimitero.
La Chiesa è invece contraria alla dispersione delle ceneri perché “impedisce la possibilità di esprimere con riferimento a un luogo preciso il dolore personale e comunitario. Inoltre si rende più difficile il ricordo dei morti, estinguendolo anzitempo. Per le generazioni successive la vita di coloro che le hanno precedute scompare senza lasciare tracce» (Rito delle Esequie, n. 165). Proprio per questa dimensione comunitaria di ogni individuo, la Chiesa si oppone alla conservazione delle ceneri in luoghi privati.
Occorre infine che i familiari del defunto non vengano lasciati soli nel periodo successivo al funerale, ma che coloro che si occupano della pastorale del lutto facciano sentire concretamente la vicinanza della Comunità e della Chiesa, sostenendo affettivamente i famigliari e magari aiutandoli nelle difficoltà burocratiche, economiche e sociali, che la dipartita del loro caro può aver determinato.
“Nella collaborazione dei diversi soggetti coinvolti nel servizio dei funerali, siamo convinti che possa farsi strada, pur tra le fatiche di un mondo sempre più secolarizzato, la buona notizia di una comunione più grande della separazione, di una vita più forte della morte” (Mons. C. Nosiglia).
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Il commento del biblista Carlo Miglietta della settima opera di misericordia corporale: Seppellire i morti
“Credo nella resurrezione della carne”
La Chiesa non afferma l’immortalità dell’anima, ma nel suo “Credo” proclama: “Credo la resurrezione della carne, la vita eterna” (Simbolo apostolico); “Aspetto la resurrezione dei morti e la vita del mondo che verrà” (Simbolo niceno-costantinopolitano), come afferma la Seconda Lettura (1 Cor 15,20-26).
Così la Chiesa cattolica proclama con Pio XII nel 1950 l’Assunzione al cielo anche con il corpo di Maria, prototipo di tutti i credenti. San Giustino affermava: “Quando incontri uno che si dice cristiano, tu chiedigli: «Credi alla resurrezione dei morti o all’immortalità dell’anima? Se ti risponde: «L’immortalità dell’anima» non è cristiano”.
Afferma Enzo Bianchi:
“Sembra che la resurrezione della carne, la resurrezione dei nostri corpi, sia la «cosa» più strana che la fede cristiana chiede di credere. Non a caso, dalle analisi sociologiche condotte sulla fede dei cattolici italiani risulta che, se la maggior parte della popolazione crede in Dio, neanche il 20% crede nella resurrezione della carne… Quando poi si ascoltano i pensieri dei cristiani sull’al di là, sovente si resta imbarazzati. Spesso parlano di reincarnazione (espressione sconosciuta fino a un secolo fa e introdotta con il fenomeno dello spiritismo)… Questi cristiani che spesso pensano la reincarnazione come una credenza religiosa orientale non sanno, tra l’altro, che nell’induismo e nel buddhismo la reincarnazione significa una condanna, perché la salvezza si attua uscendo dal ciclo delle reincarnazioni!”.
La rivelazione biblica invece è un inno alla corporeità, chiamata a redenzione e a resurrezione. Paolo annuncia la resurrezione non come esigita da una presunta immortalità dell’anima, ma dall’amore di Dio per l’uomo: “Il corpo è per il Signore, e il Signore è per il corpo” (1 Cor 6,13). È un concetto che ci mette i brividi: Dio stesso ama e santifica il nostro corpo, chiamato a immortalità, membro del corpo stesso di Cristo, “tempio dello Spirito Santo” (1 Cor 6,13-19).
Certo, nell’escatologia i nostri corpi saranno trasfigurati, senza più malattie né morte: “Così anche la risurrezione dei morti: si semina corruttibile e risorge incorruttibile; si semina ignobile e risorge glorioso, si semina debole e risorge pieno di forza; si semina un corpo animale, risorge un corpo spirituale” (1 Cor 15,42-45). Ma saranno i nostri corpi! Così come nei racconti di apparizione del Risorto si sottolinea che tra il corpo di Gesù prima della resurrezione e il corpo risorto c’è profonda diversità (passa attraverso i muri: Gv 20,19), ma c’è anche vera continuità (si può toccare: Gv 20,20-27; mangia con i discepoli: Lc 24,41-42; At 10,41).
“Sappiamo che già nel Nuovo Testamento, alle origini della chiesa, la fede nella resurrezione della carne è stata contestata: i cristiani di Corinto faticano ad accettare questo annuncio – ci testimonia Paolo (1 Cor 15) – e sempre l’Apostolo o un suo discepolo deve mettere in guardia da chi, come Imeneo e Fileto, sosteneva che la resurrezione è già avvenuta con il battesimo ed è solo un fatto spirituale (2 Tm 2,16-18). Incredibile umanamente questo evento universale, eppure è al centro della speranza cristiana: i corpi dissolti nella terra, ridotti allo stato di germi, potranno risorgere…? Sì, proclama la fede cristiana, con la sua ottica di benedizione e di approvazione divina del corpo, della materia. Il nostro Dio ha voluto farsi uomo, la Parola di Dio è diventata sárx, carne, ha abitato tra di noi (cfr Gv 1,14), e ormai la nostra umanità fragile e mortale è trasfigurata per l’eternità… Sì, il desiderio di Giobbe è fede per noi cristiani: «Questa mia carne vedrà il Salvatore» (Gb 19,26-27)” (E. Bianchi).
Seppellire i morti
Nell’Antico Testamento abbiamo molti esempi di rispettosa sepoltura del corpo dei defunti: Abramo, che seppellisce Sara (Gn 23,6); Giuseppe, che seppellisce il padre Giacobbe (Gn 50,7.14); Tobi, che seppellisce i morti a rischio della propria vita, e per questo deve fuggire e i suoi beni sono confiscati dal re Sennacherib (Tb 1,17-20); e che poi, tornato a casa, riprende impavido quest’opera di misericordia, tra lo stupore e la derisione dei vicini (Tb 2,1-9).
Nel Nuovo Testamento, una donna, una peccatrice secondo Lc 7,37, a Betania unge Gesù di olio profumato, e Gesù esclama: “Versando questo olio sul mio corpo, lo ha fatto in vista della mia sepoltura” (Mt 26,6-16); Giuseppe d’Arimatea donò a Gesù la propria tomba, ed ebbe il coraggio di presentarsi a Pilato e di chiedergli il corpo di Gesù (Mt 27,57-60); Nicodemo portò una mistura di cento libbre di aromi per ungere il corpo di Gesù (Gv 19,38-42).
E per questo che la Scrittura esorta: “Figlio, versa lacrime sul morto, e come uno che soffre crudelmente inizia il lamento; poi seppelliscine il corpo secondo il suo rito e non trascurare la sua tomba” (Sir 38,16).
La Pastorale del lutto
Bisogna che ogni comunità parrocchiale abbia un’équipe preparata ad accompagnare gli eventi funerari, che guidi i parenti del morto in questi momenti di smarrimento e confusione. Spesso ormai le agenzie di “Pompe funebri” tendono ad impossessarsi dell’evento “morte”, facendo di esso un momento consumistico e spesso spettacolare.
Ma il credente sa che la morte è un momento che va vissuto nella fede, e che solo la Resurrezione di Gesù dà un senso anche al morire e permette il passaggio a una Vita davvero eterna. Ecco quindi l’importanza della preghiera, già in casa o in ospedale, magari guidata da un famigliare o da un membro della Comunità, e poi nella “Veglia funebre”, il cosiddetto “Rosario”, fino alla chiusura della bara e al Rito delle esequie.
Il funerale non è un momento di celebrazione della vita del defunto, ma di solenne proclamazione del Mistero Pasquale di Gesù che, con la sua Resurrezione, ci fa risorgere con lui. Scriveva con sapienza l’Arcivescovo di Torino Mons. Cesare Nosiglia nel Documento Diocesano “Annunciare la vita nell’ora della morte”: “Per evitare il rischio di trasformare la celebrazione del Mistero pasquale in una commemorazione del defunto, si chiede di non autorizzare alcuna presa di parola al momento del commiato.
Eventuali testi scritti, precedentemente sottoposti all’attenzione della comunità cristiana, siano letti all’inizio, prima di entrare nella celebrazione, oppure in altri luoghi e momenti, nella veglia di preghiera che precede il rito delle esequie, oppure sul sagrato della chiesa dopo i funerali, o ancora al cimitero prima della sepoltura. In ogni caso non si conceda mai l’utilizzo dell’ambone, riservato alla parola di Dio e alla preghiera della Chiesa…
Nella misura in cui il rito sarà ben preparato in tutte le sue parti, coinvolgendo per quanto possibile i parenti del defunto, sarà più facile da parte dell’équipe ministeriale gestire le eventuali richieste dei parenti e dei conoscenti di ricordare il proprio caro o deponendo intorno al feretro oggetti estranei allo spirito delle esequie cristiane, oppure ricorrendo a testi e canti estranei alla liturgia, oppure attraverso un ricordo personale. Il motivo per cui la Chiesa non consente tali inserzioni è quello di far risaltare unicamente i segni e le parole della fede cristiana, a cui tutta la celebrazione è ordinata”.
Sono quindi chiaramente fuori posto i funerali con la bara avvolta nella bandiera della squadra del cuore, la citazione di testi o poesie profane, l’ascolto delle musiche che piacevano al defunto, gli applausi da stadio… Il funerale deve proclamare quanto i Cristiani hanno di più bello e specifico: che solo in Gesù Risorto la morte è vinta e la vita continua! Il funerale è quindi affidare il morto alla Misericordia di Dio, nel momento bellissimo in cui Dio lo accoglie nel suo Regno di Gioia eterna.
La cremazione non è proibita dalla Chiesa, purché non sia richiesta per ragioni contrarie alla fede cristiana, come la negazione della risurrezione dei corpi. Nel caso della cremazione, la Chiesa accompagna con la preghiera i momenti delicati del commiato e della deposizione dell’urna con le ceneri nel cimitero.
La Chiesa è invece contraria alla dispersione delle ceneri perché “impedisce la possibilità di esprimere con riferimento a un luogo preciso il dolore personale e comunitario. Inoltre si rende più difficile il ricordo dei morti, estinguendolo anzitempo. Per le generazioni successive la vita di coloro che le hanno precedute scompare senza lasciare tracce» (Rito delle Esequie, n. 165). Proprio per questa dimensione comunitaria di ogni individuo, la Chiesa si oppone alla conservazione delle ceneri in luoghi privati.
Occorre infine che i familiari del defunto non vengano lasciati soli nel periodo successivo al funerale, ma che coloro che si occupano della pastorale del lutto facciano sentire concretamente la vicinanza della Comunità e della Chiesa, sostenendo affettivamente i famigliari e magari aiutandoli nelle difficoltà burocratiche, economiche e sociali, che la dipartita del loro caro può aver determinato.
“Nella collaborazione dei diversi soggetti coinvolti nel servizio dei funerali, siamo convinti che possa farsi strada, pur tra le fatiche di un mondo sempre più secolarizzato, la buona notizia di una comunione più grande della separazione, di una vita più forte della morte” (Mons. C. Nosiglia).
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