Accoglienza: l’uomo non è un libro

Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni
Il nostro corrispondente dalla Campania, Francesco Di Sibio, commenta il significato di “accoglienza” alla luce di alcuni libri
accogliènza s. f. [der. di accogliere]. – L’atto di accogliere, di ricevere una persona; il modo e le parole con cui si accoglie (Treccani)
- Incipit
- Moby Dick
- I Carabinieri di Andrea Vitali
- Gli italiani in America
- Chi cerca l’America in Italia
- Open
- Epilogo
1. Incipit
Quando si prende in mano un libro, il primo gesto è di pura accoglienza. Stringiamo qualcosa di nuovo, di sconosciuto, di cui non sappiamo nemmeno se saremo in grado di comprenderne tutti i passaggi.
Solo attraverso le prime pagine potremo capire se è scattato un patto tra autore e lettore; se il primo è riuscito ad aprirsi un varco tra le passioni, l’attenzione, la curiosità del secondo.
In caso contrario, Daniel Pennac al terzo punto del decalogo del lettore scrive che si ha il diritto di “lasciare un libro a metà”.
2. Moby Dick
“Chiamatemi Ismaele”, questo è il famoso incipit di Moby Dick nella traduzione di Cesare Pavese.
Il marinaio Ismaele vuole fare un’esperienza lavorativa diversa, più avventurosa, quindi decide di imbarcarsi su una baleniera.
Una notte giunge alla Locanda del Baleniere e in mancanza d’altro accetta di dividere il letto con uno sconosciuto al momento assente. All’epoca si usava non solo per risparmiare ma anche per riscaldarsi. Quando il suo compagno di branda, un tatuatissimo ramponiere polinesiano chiamato Quiqueg, fa ritorno a tarda ora e scopre nel buio Ismaele sotto le sue coperte, si spaventa. Quiqueg è pronto a usare l’accetta, arma con la quale dorme pure.
Melville scrive: “L’ignoranza è la madre della paura”.
Diventati presto amici, decideranno di imbarcarsi assieme dall’isola di Nantucket sulla baleniera Pequod.
Proviamo a metterci nei panni del tatuatissimo polinesiano (oggi potrebbe essere un italiano, visto il numero di tatuaggi che campeggiano sulla nostra pelle).
Sì, è un’operazione complessa ma necessaria: capovolgere il punto di vista!
Ecco la più alta esperienza fatta grazie alla letteratura.
È facile uniformarsi alle mode, a quello che la maggioranza pensa-dice-impone.
Ebbene, ritornando nella stanza della locanda, Quiqueg trova nel suo letto un marinaio puzzolente: cosa avreste fatto, voi?
3. I Carabinieri di Andrea Vitali
Esiste un autore italiano che mette alla berlina tanti nostri difetti e lo fa narrando storie ambientate tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento nel suo borgo sul Lago di Como, oggi uno dei Borghi più belli d’Italia, ovvero Bellano. Risponde al nome di Andrea Vitali.
L’autore individua alcuni archetipi narrativi universali. Basterebbe cambiare il nome del luogo dove gli accadimenti diventano storie e il gioco è fatto.
Tra i suoi romanzi, c’è una serie dedicata alle “Indagini del maresciallo Maccadò”, prossima fiction RAI, in cui il sottufficiale dell’Arma, calabrese, è aiutato dall’appuntato siciliano Misfatti e da un attendente sardo Mannu.
Non è tanto la sua divisa, è un uomo non supereroe, quanto il pragmatismo e l’empatia di Maccadò a mettere in crisi le ataviche convinzioni e i sotterfugi dei bellanesi, situazione acuita dalla fede fascista imperante, cosa che rende tragicomico il tutto.
4. Gli italiani in America
«Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa … e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire … Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi … Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo … la vedeva (…) Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l’America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l’aveva fatta lui, l’America»
Così Alessandro Baricco racconta in Novecento l’epilogo di ogni traversata verso il Nuovo Mondo. L’Italia ha donato e dona ancora oggi migliaia di giovani vite istruite e formate ad altri Paesi.
Fin dall’Ottocento, la meta preferita è stata l’America.
Ma basta visitare il Museo di Ellis Island per comprendere meglio come venissero accolti.
5. Chi cerca l’America in Italia
Da alcuni decenni, poi, c’è tanta gente che cerca l’America qui da noi, in Italia. Quanto meno un corridoio autostradale lungo lo stivale per approdare in Europa, quella che conta economicamente e lavorativamente, l’Europa del Nord.
A me è capitato di spiegare in India da dove provenissi: la magnifica Italia, patria del Rinascimento, oltre che di tanti loschi figuri. Ebbene, con tutta la sua candida aura, l’indiano di mezz’età mi guardò ed esclamò: «Ho capito, in Africa!»
Questo serve pure per comprendere che tanti confini e linee di demarcazione vivono molto più nella nostra testa che nella realtà. Tutte le nostre chiusure non passano. Di sicuro non come le intendiamo noi.
Si fugge dalla guerra, si fugge per la fame, si fugge dal clima impazzito, si fugge per ricominciare da capo.
Esuli a vita, sradicati, in cerca di «un paese innocente», direbbe Ungaretti.
Come Mahmood e Ghali nella musica, Phaim Bhuiyan nel cinema – autore di Bangla –, anche nella letteratura si affacciano scrittori di seconda generazione, spesso donne.
Tra queste vale la pena citare Igiaba Scego. Della sua infanzia romana ricorda bene gli insulti dei compagni di classe per il colore della sua pelle. È la voce tagliente ed energica della seconda generazione, attaccata alle proprie radici e alla terra in cui è cresciuta.
Il suo La mia casa è dove sono è il racconto di cosa sia sentirsi a casa in un posto nuovo, delle complessità per essere accolta, accettata, amata. È la storia di Igiaba ma, in fondo, è la nostra storia.
6. Open
Il miglior libro di sport è senza ombra di dubbio Open, in cui un ghostwriter di fama aiuta André Agassi a cacciar fuori il buco nero che si porta dentro. La frase sintesi della vita del tennista è: “Io odio il tennis”.
Qualcuno ha definito il tennis come una seduta di psicanalisi, dove il vero avversario non è quello che sta al di là della rete, ma al di qua.
Così, lo scopo sotterraneo del gioco potrebbe essere visto come lo scontro con le proprie convinzioni e sicurezze, ovvero quella armatura di cui ci copriamo per celare le nostre paure. Quelle che non ci consentono di accettare l’altro perché mette in crisi noi stessi!
Uscire dai binari della consuetudine, fa paura. Ecco la verità nascosta.
Accogliere sé per accogliere l’altro. Forse è questo il fine a cui dobbiamo tendere, quindi dobbiamo mettere prima in crisi noi stessi, per poter guardare al nostro prossimo senza alibi e perché l’accoglienza è quasi inutile senza integrazione.
7. Epilogo
Abbiamo cominciato con le avventure del marinaio Ismaele, ma il vero protagonista di Moby Dick è il capitano Achab.
Achab combatte la sua battaglia con il mostro, il capodoglio, il grande leviatano, la bestia, l’essere immondo che l’ha reso monco e gli ha lasciato cicatrici profonde nel corpo e nell’anima.
In fin dei conti, Achab non si è mai perdonato la vecchia sconfitta e cerca la sua rivalsa. Aumenta, così, sempre più la distanza con Moby Dick: la balena bianca che vuole solo vivere.
Quando si prende in mano un libro, il primo gesto è di pura accoglienza.
Così dovrebbe essere pure con gli uomini.
Ma in questo caso non vale il terzo punto del decalogo di Daniel Pennac.
Non si possono lasciare a metà!
Immagine
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Il nostro corrispondente dalla Campania, Francesco Di Sibio, commenta il significato di “accoglienza” alla luce di alcuni libri
accogliènza s. f. [der. di accogliere]. – L’atto di accogliere, di ricevere una persona; il modo e le parole con cui si accoglie (Treccani)
- Incipit
- Moby Dick
- I Carabinieri di Andrea Vitali
- Gli italiani in America
- Chi cerca l’America in Italia
- Open
- Epilogo
1. Incipit
Quando si prende in mano un libro, il primo gesto è di pura accoglienza. Stringiamo qualcosa di nuovo, di sconosciuto, di cui non sappiamo nemmeno se saremo in grado di comprenderne tutti i passaggi.
Solo attraverso le prime pagine potremo capire se è scattato un patto tra autore e lettore; se il primo è riuscito ad aprirsi un varco tra le passioni, l’attenzione, la curiosità del secondo.
In caso contrario, Daniel Pennac al terzo punto del decalogo del lettore scrive che si ha il diritto di “lasciare un libro a metà”.
2. Moby Dick
“Chiamatemi Ismaele”, questo è il famoso incipit di Moby Dick nella traduzione di Cesare Pavese.
Il marinaio Ismaele vuole fare un’esperienza lavorativa diversa, più avventurosa, quindi decide di imbarcarsi su una baleniera.
Una notte giunge alla Locanda del Baleniere e in mancanza d’altro accetta di dividere il letto con uno sconosciuto al momento assente. All’epoca si usava non solo per risparmiare ma anche per riscaldarsi. Quando il suo compagno di branda, un tatuatissimo ramponiere polinesiano chiamato Quiqueg, fa ritorno a tarda ora e scopre nel buio Ismaele sotto le sue coperte, si spaventa. Quiqueg è pronto a usare l’accetta, arma con la quale dorme pure.
Melville scrive: “L’ignoranza è la madre della paura”.
Diventati presto amici, decideranno di imbarcarsi assieme dall’isola di Nantucket sulla baleniera Pequod.
Proviamo a metterci nei panni del tatuatissimo polinesiano (oggi potrebbe essere un italiano, visto il numero di tatuaggi che campeggiano sulla nostra pelle).
Sì, è un’operazione complessa ma necessaria: capovolgere il punto di vista!
Ecco la più alta esperienza fatta grazie alla letteratura.
È facile uniformarsi alle mode, a quello che la maggioranza pensa-dice-impone.
Ebbene, ritornando nella stanza della locanda, Quiqueg trova nel suo letto un marinaio puzzolente: cosa avreste fatto, voi?
3. I Carabinieri di Andrea Vitali
Esiste un autore italiano che mette alla berlina tanti nostri difetti e lo fa narrando storie ambientate tra gli anni Venti e Quaranta del Novecento nel suo borgo sul Lago di Como, oggi uno dei Borghi più belli d’Italia, ovvero Bellano. Risponde al nome di Andrea Vitali.
L’autore individua alcuni archetipi narrativi universali. Basterebbe cambiare il nome del luogo dove gli accadimenti diventano storie e il gioco è fatto.
Tra i suoi romanzi, c’è una serie dedicata alle “Indagini del maresciallo Maccadò”, prossima fiction RAI, in cui il sottufficiale dell’Arma, calabrese, è aiutato dall’appuntato siciliano Misfatti e da un attendente sardo Mannu.
Non è tanto la sua divisa, è un uomo non supereroe, quanto il pragmatismo e l’empatia di Maccadò a mettere in crisi le ataviche convinzioni e i sotterfugi dei bellanesi, situazione acuita dalla fede fascista imperante, cosa che rende tragicomico il tutto.
4. Gli italiani in America
«Succedeva sempre che a un certo punto uno alzava la testa … e la vedeva. È una cosa difficile da capire. Voglio dire … Ci stavamo in più di mille, su quella nave, tra ricconi in viaggio, e emigranti, e gente strana, e noi … Eppure c’era sempre uno, uno solo, uno che per primo … la vedeva (…) Allora si inchiodava, lì dov’era, gli partiva il cuore a mille, e, sempre, tutte le maledette volte, giuro, sempre, si girava verso di noi, verso la nave, verso tutti, e gridava (piano e lentamente): l’America. Poi rimaneva lì, immobile come se avesse dovuto entrare in una fotografia, con la faccia di uno che l’aveva fatta lui, l’America»
Così Alessandro Baricco racconta in Novecento l’epilogo di ogni traversata verso il Nuovo Mondo. L’Italia ha donato e dona ancora oggi migliaia di giovani vite istruite e formate ad altri Paesi.
Fin dall’Ottocento, la meta preferita è stata l’America.
Ma basta visitare il Museo di Ellis Island per comprendere meglio come venissero accolti.
5. Chi cerca l’America in Italia
Da alcuni decenni, poi, c’è tanta gente che cerca l’America qui da noi, in Italia. Quanto meno un corridoio autostradale lungo lo stivale per approdare in Europa, quella che conta economicamente e lavorativamente, l’Europa del Nord.
A me è capitato di spiegare in India da dove provenissi: la magnifica Italia, patria del Rinascimento, oltre che di tanti loschi figuri. Ebbene, con tutta la sua candida aura, l’indiano di mezz’età mi guardò ed esclamò: «Ho capito, in Africa!»
Questo serve pure per comprendere che tanti confini e linee di demarcazione vivono molto più nella nostra testa che nella realtà. Tutte le nostre chiusure non passano. Di sicuro non come le intendiamo noi.
Si fugge dalla guerra, si fugge per la fame, si fugge dal clima impazzito, si fugge per ricominciare da capo.
Esuli a vita, sradicati, in cerca di «un paese innocente», direbbe Ungaretti.
Come Mahmood e Ghali nella musica, Phaim Bhuiyan nel cinema – autore di Bangla –, anche nella letteratura si affacciano scrittori di seconda generazione, spesso donne.
Tra queste vale la pena citare Igiaba Scego. Della sua infanzia romana ricorda bene gli insulti dei compagni di classe per il colore della sua pelle. È la voce tagliente ed energica della seconda generazione, attaccata alle proprie radici e alla terra in cui è cresciuta.
Il suo La mia casa è dove sono è il racconto di cosa sia sentirsi a casa in un posto nuovo, delle complessità per essere accolta, accettata, amata. È la storia di Igiaba ma, in fondo, è la nostra storia.
6. Open
Il miglior libro di sport è senza ombra di dubbio Open, in cui un ghostwriter di fama aiuta André Agassi a cacciar fuori il buco nero che si porta dentro. La frase sintesi della vita del tennista è: “Io odio il tennis”.
Qualcuno ha definito il tennis come una seduta di psicanalisi, dove il vero avversario non è quello che sta al di là della rete, ma al di qua.
Così, lo scopo sotterraneo del gioco potrebbe essere visto come lo scontro con le proprie convinzioni e sicurezze, ovvero quella armatura di cui ci copriamo per celare le nostre paure. Quelle che non ci consentono di accettare l’altro perché mette in crisi noi stessi!
Uscire dai binari della consuetudine, fa paura. Ecco la verità nascosta.
Accogliere sé per accogliere l’altro. Forse è questo il fine a cui dobbiamo tendere, quindi dobbiamo mettere prima in crisi noi stessi, per poter guardare al nostro prossimo senza alibi e perché l’accoglienza è quasi inutile senza integrazione.
7. Epilogo
Abbiamo cominciato con le avventure del marinaio Ismaele, ma il vero protagonista di Moby Dick è il capitano Achab.
Achab combatte la sua battaglia con il mostro, il capodoglio, il grande leviatano, la bestia, l’essere immondo che l’ha reso monco e gli ha lasciato cicatrici profonde nel corpo e nell’anima.
In fin dei conti, Achab non si è mai perdonato la vecchia sconfitta e cerca la sua rivalsa. Aumenta, così, sempre più la distanza con Moby Dick: la balena bianca che vuole solo vivere.
Quando si prende in mano un libro, il primo gesto è di pura accoglienza.
Così dovrebbe essere pure con gli uomini.
Ma in questo caso non vale il terzo punto del decalogo di Daniel Pennac.
Non si possono lasciare a metà!
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