Il grido dei poveri che ci chiama alla vera misericordia

Foto di padre Stefano Camerlengo
Dalla Costa d’Avorio, dal villaggio di Dianra, una riflessione sui poveri di padre Stefano Camerlengo, Missionario della Consolata
«Il povero è una protesta continua contro le nostre ingiustizie; il povero è una polveriera.
Se le dai fuoco, il mondo salta!»
( Primo Mazzolari)
Carissime/i,
stando in missione s’impara ogni giorno a guardare il mondo dall’altra parte, dalla parte dei più poveri, dei più abbandonati, dei senza parola.
Purtroppo, in generale, dobbiamo accettare che il grido del povero rimane inascoltato. L’amara constatazione, che sembrerebbe addirittura smentire quanto ci assicura la Sacra Scrittura, nasce dal rilevare che, salvo alcune uscite ufficiali, i poveri non hanno spazio nei nostri discorsi e tantomeno non entrano nei nostri interessi.
Che i poveri siano scomodi non è una novità. Con la loro presenza e la loro carne ferita essi rappresentano la crepa più pericolosa dell’edificio di questa società costruita sulla primazia del successo e dell’immagine, della fortuna e del denaro.
Quando li incontri, agli angoli della strada ma anche in quelle situazioni ordinarie che, presi dalla fretta spesso non riusciamo a cogliere, i poveri gridano anche se non parlano. Che si tratti di povertà materiale o dell’ormai diffusa emarginazione che il nostro mondo genera senza neanche accorgersi, lasciando ai bordi della vita pezzi di umanità confinati nella solitudine, nella malattia, nella disoccupazione, nella mancanza di mezzi culturali sufficienti, nel degrado della periferia della città o nella miseria umana e spirituale, i poveri sono lì, davanti ai nostri occhi, e contestano l’ingiustizia di questo mondo, le sue strutture inique, i suoi meccanismi disumani, la sua economia dello scarto, l’assurdità della guerra.
Viene da sé che, dei poveri, è meglio non parlare troppo.
Meglio non metterli al centro, limitandosi a compiere qualche gesto di apparente solidarietà, ammantato di quella patina borghese di cui una certa religiosità stenta ancora a liberarsi lasciando la storia così com’è.
La missione ci invita a porre segni e gesti di speranza a favore dei poveri ad aprire il cuore per entrare nella loro cultura, nella loro storia, nel mondo interiore che vivono, per farsi solidali con loro.
È il passaggio, per dirla con il teologo tedesco Metz, dalla religione borghese a quella messianica: non gesti che acquietano la coscienza,
lasciandoci poi tranquilli in uno stile di vita consumistico e poco scalfito dal Vangelo, ma il coraggio di mettersi in gioco con una profonda compassione, entrando nella vita dei poveri e lasciandosene ferire prendendosene cura.
I poveri sono un potente pungolo che intacca la tranquillità della nostra coscienza oramai assuefatta e anestetizzata.
Davanti a tale scenario, colmo di tristezza e di amarezza, la fede in Gesù Cristo non dovrebbe limitarsi ad atti di culto religiosi o a professioni di fede semplicemente enunciate, ma a trasformare la vita dal di dentro ed orientarla all’amore e alla solidarietà verso gli ultimi.
In tal senso, la fede è sempre politica perché è incarnata nella storia, perché invita a prendere posizione dinanzi al dolore del mondo e ad esercitare la compassione di Cristo e la sua prassi di liberazione per gli oppressi portando la Croce come impegno a sollevare il dolore, portandone il peso, fino a spezzarsi e morire per gli altri, come ha fatto Gesù.
E’ questa la speranza che come credenti siamo chiamati a costruire: «A volte, basta poco per restituire speranza: basta fermarsi, sorridere, ascoltare. Per un giorno, lasciamo in disparte le statistiche; i poveri non sono numeri a cui appellarsi per vantare opere e progetti.
I poveri sono persone a cui andare incontro: sono giovani e anziani soli da invitare a casa per condividere il pasto; uomini, donne e bambini che attendono una parola amica. I poveri ci salvano perché ci permettono di incontrare il volto di Gesù Cristo» (Messaggio di papa Francesco per la terza giornata mondiale del povero 2023).
Considerando quanto sta succedendo nel nostro mondo attuale, spesso la tristezza ci indigna. Sta a noi, attraverso gesti e segni, trasformare l’indignazione in germe di una fede dagli occhi aperti, capace di fare la differenza e di trafiggere, con coraggio, il muro dell’indifferenza, della paura e dell’odio che ci circonda.
Coraggio e avanti in Domino. Buon cammino a tutti!
Immagini
- Foto di p. Stefano Camerlengo
Dalla Costa d’Avorio, dal villaggio di Dianra, una riflessione sui poveri di padre Stefano Camerlengo, Missionario della Consolata
«Il povero è una protesta continua contro le nostre ingiustizie; il povero è una polveriera.
Se le dai fuoco, il mondo salta!»
( Primo Mazzolari)
Carissime/i,
stando in missione s’impara ogni giorno a guardare il mondo dall’altra parte, dalla parte dei più poveri, dei più abbandonati, dei senza parola.
Purtroppo, in generale, dobbiamo accettare che il grido del povero rimane inascoltato. L’amara constatazione, che sembrerebbe addirittura smentire quanto ci assicura la Sacra Scrittura, nasce dal rilevare che, salvo alcune uscite ufficiali, i poveri non hanno spazio nei nostri discorsi e tantomeno non entrano nei nostri interessi.
Che i poveri siano scomodi non è una novità. Con la loro presenza e la loro carne ferita essi rappresentano la crepa più pericolosa dell’edificio di questa società costruita sulla primazia del successo e dell’immagine, della fortuna e del denaro.
Quando li incontri, agli angoli della strada ma anche in quelle situazioni ordinarie che, presi dalla fretta spesso non riusciamo a cogliere, i poveri gridano anche se non parlano. Che si tratti di povertà materiale o dell’ormai diffusa emarginazione che il nostro mondo genera senza neanche accorgersi, lasciando ai bordi della vita pezzi di umanità confinati nella solitudine, nella malattia, nella disoccupazione, nella mancanza di mezzi culturali sufficienti, nel degrado della periferia della città o nella miseria umana e spirituale, i poveri sono lì, davanti ai nostri occhi, e contestano l’ingiustizia di questo mondo, le sue strutture inique, i suoi meccanismi disumani, la sua economia dello scarto, l’assurdità della guerra.
Viene da sé che, dei poveri, è meglio non parlare troppo.
Meglio non metterli al centro, limitandosi a compiere qualche gesto di apparente solidarietà, ammantato di quella patina borghese di cui una certa religiosità stenta ancora a liberarsi lasciando la storia così com’è.
La missione ci invita a porre segni e gesti di speranza a favore dei poveri ad aprire il cuore per entrare nella loro cultura, nella loro storia, nel mondo interiore che vivono, per farsi solidali con loro.
È il passaggio, per dirla con il teologo tedesco Metz, dalla religione borghese a quella messianica: non gesti che acquietano la coscienza,
lasciandoci poi tranquilli in uno stile di vita consumistico e poco scalfito dal Vangelo, ma il coraggio di mettersi in gioco con una profonda compassione, entrando nella vita dei poveri e lasciandosene ferire prendendosene cura.
I poveri sono un potente pungolo che intacca la tranquillità della nostra coscienza oramai assuefatta e anestetizzata.
Davanti a tale scenario, colmo di tristezza e di amarezza, la fede in Gesù Cristo non dovrebbe limitarsi ad atti di culto religiosi o a professioni di fede semplicemente enunciate, ma a trasformare la vita dal di dentro ed orientarla all’amore e alla solidarietà verso gli ultimi.
In tal senso, la fede è sempre politica perché è incarnata nella storia, perché invita a prendere posizione dinanzi al dolore del mondo e ad esercitare la compassione di Cristo e la sua prassi di liberazione per gli oppressi portando la Croce come impegno a sollevare il dolore, portandone il peso, fino a spezzarsi e morire per gli altri, come ha fatto Gesù.
E’ questa la speranza che come credenti siamo chiamati a costruire: «A volte, basta poco per restituire speranza: basta fermarsi, sorridere, ascoltare. Per un giorno, lasciamo in disparte le statistiche; i poveri non sono numeri a cui appellarsi per vantare opere e progetti.
I poveri sono persone a cui andare incontro: sono giovani e anziani soli da invitare a casa per condividere il pasto; uomini, donne e bambini che attendono una parola amica. I poveri ci salvano perché ci permettono di incontrare il volto di Gesù Cristo» (Messaggio di papa Francesco per la terza giornata mondiale del povero 2023).
Considerando quanto sta succedendo nel nostro mondo attuale, spesso la tristezza ci indigna. Sta a noi, attraverso gesti e segni, trasformare l’indignazione in germe di una fede dagli occhi aperti, capace di fare la differenza e di trafiggere, con coraggio, il muro dell’indifferenza, della paura e dell’odio che ci circonda.
Coraggio e avanti in Domino. Buon cammino a tutti!
Immagini
- Foto di p. Stefano Camerlengo

Foto di padre Stefano Camerlengo


