Il Natale di una Chiesa in cammino: Incarnazione e Missione

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25 Dicembre 2025

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Foto di Akarsh Gurudeva su Unsplash

Una riflessione di don Gabriele Burani, sacerdote fidei donum della diocesi di Reggio Emilia rientrato dall’Amazzonia

(di don Gabriele Burani)

Il prologo di Giovanni, che ascoltiamo nella liturgia del giorno di Natale annuncia con gioia lo stato di missione di Gesù: “veniva nel mondo la luce vera” (Gv 1,9), Gesù è l’inviato mandato da Dio Padre. Gesù è il Verbo fatto carne, che è dunque in missione: la incarnazione è, in altre parole, la missione dalla gloria della divinità alla umanità fragile bisognosa di redenzione.

Gesù, mandato dal Padre (Gv 17,3) è in missione ma anche ha una missione (compito) in mezzo a noi; quale?

Gesù è il rivelatore del Padre e l’attività più importante per gli uomini è credere in lui, avere fede; in Gv 17 viene fatta questa sintesi: avere fede è anzitutto credere che Gesù è il missionario mandato dal Padre; Gesù stesso infatti afferma che i discepoli “sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato” (Gv 17,8).

Il vangelo di Giovanni ci ricorda come Gesù, con insistenza afferma che una finalità della incarnazione e che gli uomini credano che lui è missionario, mandato da Dio Padre (Gv 17,21. 23. 25).

Quindi uno degli scopi della missione di Gesù – rivelatore è suscitare la fede nei discepoli affinché credano che lui è missionario, mandato dal Padre.

Una fede che non è statica, non è solo una adesione intellettuale, ma che muove la vita delle persone nel continuo dinamismo del credere che, per i discepoli, prende la forma della ‘missione’: “come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo” (Gv 17, 18).

E la missione dei discepoli mandati da Gesù è l’amore, è la unità tra di loro e con Dio, in modo che “il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).

È un intreccio complesso ma che conferma la necessità di essere chiesa missionaria per essere chiesa di Gesù, e innanzitutto la coscienza di essere amati dal Padre in Cristo e da Lui inviati. Alcune conseguenze:

  • Non possiamo fermarci a contemplare noi stessi, le nostre strutture, le nostre forze quando la chiesa ha successo e potenza; saremmo traditori della nostra natura dinamica.
  • Non possiamo fermarci a compiangere noi stessi quando ci sentiamo più piccoli, in diminuzione, poco significativi, in crisi… saremmo traditori della nostra natura se non in continuo movimento missionario.
  • Nella logica della incarnazione – missione di Gesù siamo chiamati continuamente ad entrare in dialogo con la realtà che ci circonda, con le culture, con le problematiche sociali fuggendo la tentazione di opporre una monolitica e impermeabile struttura ecclesiale al mondo ‘peccaminoso’.
  • Nelle nostre comunità siamo chiamati a interrogarci continuamente sulla effettiva efficacia della nostra evangelizzazione; siamo chiamati a correggere i ripiegamenti in noi stessi, le sterili nostalgie di prassi passate che oggi non parlano più.
  • Accettare che la missione sia scomoda, faticosa, a volte pericolosa; uscire da sé stessi richiede maturità e slancio, ed è sempre più comodo regredire nello spazio della tranquillità e sicurezza, ma il nostro Maestro e Signore ha proprio accettato la sfida dell’uscire per farsi missionario incontrando questo mondo.
  • Non possiamo essere in pace finché non sia realizzato il Regno di Dio, regno di giustizia, pace, verità, amore. Siamo e saremo continuamente in uscita, unendoci alla missione del Cristo.

Buon Natale da don Gabriele Burani

Immagine

Una riflessione di don Gabriele Burani, sacerdote fidei donum della diocesi di Reggio Emilia rientrato dall’Amazzonia

(di don Gabriele Burani)

Il prologo di Giovanni, che ascoltiamo nella liturgia del giorno di Natale annuncia con gioia lo stato di missione di Gesù: “veniva nel mondo la luce vera” (Gv 1,9), Gesù è l’inviato mandato da Dio Padre. Gesù è il Verbo fatto carne, che è dunque in missione: la incarnazione è, in altre parole, la missione dalla gloria della divinità alla umanità fragile bisognosa di redenzione.

Gesù, mandato dal Padre (Gv 17,3) è in missione ma anche ha una missione (compito) in mezzo a noi; quale?

Gesù è il rivelatore del Padre e l’attività più importante per gli uomini è credere in lui, avere fede; in Gv 17 viene fatta questa sintesi: avere fede è anzitutto credere che Gesù è il missionario mandato dal Padre; Gesù stesso infatti afferma che i discepoli “sanno veramente che sono uscito da te e hanno creduto che tu mi hai mandato” (Gv 17,8).

Il vangelo di Giovanni ci ricorda come Gesù, con insistenza afferma che una finalità della incarnazione e che gli uomini credano che lui è missionario, mandato da Dio Padre (Gv 17,21. 23. 25).

Quindi uno degli scopi della missione di Gesù – rivelatore è suscitare la fede nei discepoli affinché credano che lui è missionario, mandato dal Padre.

Una fede che non è statica, non è solo una adesione intellettuale, ma che muove la vita delle persone nel continuo dinamismo del credere che, per i discepoli, prende la forma della ‘missione’: “come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo” (Gv 17, 18).

E la missione dei discepoli mandati da Gesù è l’amore, è la unità tra di loro e con Dio, in modo che “il mondo creda che tu mi hai mandato” (Gv 17,21).

È un intreccio complesso ma che conferma la necessità di essere chiesa missionaria per essere chiesa di Gesù, e innanzitutto la coscienza di essere amati dal Padre in Cristo e da Lui inviati. Alcune conseguenze:

  • Non possiamo fermarci a contemplare noi stessi, le nostre strutture, le nostre forze quando la chiesa ha successo e potenza; saremmo traditori della nostra natura dinamica.
  • Non possiamo fermarci a compiangere noi stessi quando ci sentiamo più piccoli, in diminuzione, poco significativi, in crisi… saremmo traditori della nostra natura se non in continuo movimento missionario.
  • Nella logica della incarnazione – missione di Gesù siamo chiamati continuamente ad entrare in dialogo con la realtà che ci circonda, con le culture, con le problematiche sociali fuggendo la tentazione di opporre una monolitica e impermeabile struttura ecclesiale al mondo ‘peccaminoso’.
  • Nelle nostre comunità siamo chiamati a interrogarci continuamente sulla effettiva efficacia della nostra evangelizzazione; siamo chiamati a correggere i ripiegamenti in noi stessi, le sterili nostalgie di prassi passate che oggi non parlano più.
  • Accettare che la missione sia scomoda, faticosa, a volte pericolosa; uscire da sé stessi richiede maturità e slancio, ed è sempre più comodo regredire nello spazio della tranquillità e sicurezza, ma il nostro Maestro e Signore ha proprio accettato la sfida dell’uscire per farsi missionario incontrando questo mondo.
  • Non possiamo essere in pace finché non sia realizzato il Regno di Dio, regno di giustizia, pace, verità, amore. Siamo e saremo continuamente in uscita, unendoci alla missione del Cristo.

Buon Natale da don Gabriele Burani

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Foto di Akarsh Gurudeva su Unsplash

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