Dal perdono di don Pino Puglisi, la conversione del suo omicida

Foto di José Luiz (Wikimedia)
In punto di morte, don Pino Puglisi, oggi beato, ha compiuto la sua ultima opera di misericordia: perdonare le offese ricevute
Sono passati trentadue anni da quel 15 settembre 1993, quando don Giuseppe “Pino” Puglisi venne ucciso dalla mafia nel suo quartiere (Brancaccio), nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno.
Lui non si limitava alle parole: operava nella periferia, con i giovani, con i poveri. Attraverso il Centro “Padre Nostro”, fondato nel 1991, cercava di sottrarre ragazzi alla manovalanza mafiosa, restituendo dignità e speranza in un contesto segnato da illegalità e degrado.
E anche dopo la sua morte, la sua testimonianza di fede e di coraggio e il suo sacrificio hanno continuato a seminare speranza. Il suo sorriso, prima che il colpo alla nuca interrompesse la sua vita, è rimasto impresso anche in Salvatore Grigoli, il suo assassino, che in seguito è divenuto collaboratore di giustizia.
Questa vicenda offre uno spunto di riflessione sul perdono che porta successivamente al pentimento e alla conversione.
In primo luogo, il perdono, soprattutto alla luce della vicenda di don Pino Puglisi e del suo assassino, non è un gesto semplice né immediato: è un cammino che attraversa la giustizia, la verità e la responsabilità.
In secondo luogo, il martirio di don Pino non è stato soltanto un atto di violenza mafiosa, ma anche un evento che ha innescato, paradossalmente, processi di coscienza nei suoi stessi carnefici.
Salvatore Grigoli, l’uomo che premette il grilletto, ha più volte raccontato come quel sorriso di don Puglisi prima di morire lo abbia segnato per sempre: non un gesto di sfida, ma un lampo di disarmante perdono.
Il perdono, in questo senso, non cancella il male compiuto, né assolve automaticamente la colpa: ma diventa seme che, se accolto, può aprire la strada al pentimento. Pentimento significa riconoscere la gravità del proprio peccato, non negarlo né attenuarlo, ma portarlo alla luce e assumersene la responsabilità.
Ed è proprio in questo spazio che nasce la conversione: la possibilità di cambiare direzione, di trasformare la propria vita da strumento di morte a testimonianza di verità. Non tutti i percorsi di conversione hanno la stessa intensità, ma il cristianesimo insegna che persino dal cuore più indurito può nascere qualcosa di nuovo.
Il perdono, quindi, non è debolezza. È forza capace di spostare equilibri, di scardinare logiche di vendetta e di aprire spazi dove prima c’erano solo catene. Nel caso di don Pino, quel perdono muto e luminoso ha continuato a parlare ben oltre la sua morte, mostrando come la vittoria non stia nel colpo che spegne una vita, ma nella luce che cambia un cuore.
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In punto di morte, don Pino Puglisi, oggi beato, ha compiuto la sua ultima opera di misericordia: perdonare le offese ricevute
Sono passati trentadue anni da quel 15 settembre 1993, quando don Giuseppe “Pino” Puglisi venne ucciso dalla mafia nel suo quartiere (Brancaccio), nel giorno del suo cinquantaseiesimo compleanno.
Lui non si limitava alle parole: operava nella periferia, con i giovani, con i poveri. Attraverso il Centro “Padre Nostro”, fondato nel 1991, cercava di sottrarre ragazzi alla manovalanza mafiosa, restituendo dignità e speranza in un contesto segnato da illegalità e degrado.
E anche dopo la sua morte, la sua testimonianza di fede e di coraggio e il suo sacrificio hanno continuato a seminare speranza. Il suo sorriso, prima che il colpo alla nuca interrompesse la sua vita, è rimasto impresso anche in Salvatore Grigoli, il suo assassino, che in seguito è divenuto collaboratore di giustizia.
Questa vicenda offre uno spunto di riflessione sul perdono che porta successivamente al pentimento e alla conversione.
In primo luogo, il perdono, soprattutto alla luce della vicenda di don Pino Puglisi e del suo assassino, non è un gesto semplice né immediato: è un cammino che attraversa la giustizia, la verità e la responsabilità.
In secondo luogo, il martirio di don Pino non è stato soltanto un atto di violenza mafiosa, ma anche un evento che ha innescato, paradossalmente, processi di coscienza nei suoi stessi carnefici.
Salvatore Grigoli, l’uomo che premette il grilletto, ha più volte raccontato come quel sorriso di don Puglisi prima di morire lo abbia segnato per sempre: non un gesto di sfida, ma un lampo di disarmante perdono.
Il perdono, in questo senso, non cancella il male compiuto, né assolve automaticamente la colpa: ma diventa seme che, se accolto, può aprire la strada al pentimento. Pentimento significa riconoscere la gravità del proprio peccato, non negarlo né attenuarlo, ma portarlo alla luce e assumersene la responsabilità.
Ed è proprio in questo spazio che nasce la conversione: la possibilità di cambiare direzione, di trasformare la propria vita da strumento di morte a testimonianza di verità. Non tutti i percorsi di conversione hanno la stessa intensità, ma il cristianesimo insegna che persino dal cuore più indurito può nascere qualcosa di nuovo.
Il perdono, quindi, non è debolezza. È forza capace di spostare equilibri, di scardinare logiche di vendetta e di aprire spazi dove prima c’erano solo catene. Nel caso di don Pino, quel perdono muto e luminoso ha continuato a parlare ben oltre la sua morte, mostrando come la vittoria non stia nel colpo che spegne una vita, ma nella luce che cambia un cuore.
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Foto di José Luiz (Wikimedia)


