Quando il prof si fa samaritano

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20 Gennaio 2026

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Foto di Josue Escoto su Unsplash

Nel giorno della violenza, un professore ha incarnato il volto del samaritano, scegliendo la cura e la responsabilità 

La Spezia – È l’immagine di un docente che si china su un ragazzo ferito a morte quella che scuote e commuove un Paese intero. Venerdì scorso, nell’Istituto tecnico Einaudi-Chiodo di La Spezia, lo studente Youssef Abanoud, di 18 anni di origini egiziane, è stato accoltellato in classe da un suo coetaneo per futili motivi, in un episodio di violenza che ha scosso profondamente la scuola e la città.

Nel cuore di quel dramma, tra urla, sangue e incredulità, emerge la figura di un professore che non ha esitato un istante davanti alla sofferenza di un ragazzo gravemente ferito. Non in servizio nella classe dove è accaduto il fatto, l’insegnante ha sentito dei rumori concitati nel corridoio e si è diretto verso l’aula per capire cosa stesse succedendo. Appena entrato, si è trovato di fronte Youssef: pallido, a terra, con una profonda ferita al fianco e le ultime energie per rivolgergli un disperato appello: “Prof, la prego, mi aiuti”.

Quella richiesta, struggente e umanissima, ha segnato la reazione istintiva dell’insegnante.
Il docente ha steso il ragazzo sul pavimento, tentato di tamponare la ferita che perdeva sangue a fiotti, parlato con lui per tenerlo sveglio e tranquillizzarlo, supplicandolo di resistere fino all’arrivo dei soccorsi.

Nel frattempo, ha richiamato altri colleghi e personale dalla scuola, mantenendo la calma in una classe che rischiava di precipitare nel caos totale. Con presenza di spirito, è poi uscito nel corridoio, fermando e disarmando l’aggressore che ancora impugnava l’arma. È stato un gesto decisivo per evitare ulteriori violenze e proteggere gli altri studenti presenti.

In un’ora in cui tanti fuggirebbero dall’orrore, quel professore ha incarnato la figura del samaritano moderno: non un eroe in cerca di applausi, ma un uomo che si è chinato sul fratello nella sua sofferenza, offrendo aiuto concreto e accoglienza al dolore. Ha fatto ciò che ogni comunità educativa si attende da chi sceglie di stare accanto ai giovani: non solo insegnare nozioni, ma prendersi cura delle fragilità umane.

La morte di Youssef, per quanto tragica e ingiusta, mette in luce la forza della compassione: di fronte alla violenza cieca, c’è chi risponde con l’attenzione all’altro, con il gesto semplice ma profondo di sostegno umano. Nelle ore successive, la scuola tutta ha espresso cordoglio alla famiglia della vittima e ha iniziato un percorso di ascolto e supporto psicologico per gli studenti segnati dal trauma.

In un mondo spesso segnato da indifferenza, la figura di questo professore resta un monito: consolare, soccorrere, tendere la mano sono atti che non cancellano il male, ma permettono a chi resta di non affrontare il dolore da solo.

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Nel giorno della violenza, un professore ha incarnato il volto del samaritano, scegliendo la cura e la responsabilità 

La Spezia – È l’immagine di un docente che si china su un ragazzo ferito a morte quella che scuote e commuove un Paese intero. Venerdì scorso, nell’Istituto tecnico Einaudi-Chiodo di La Spezia, lo studente Youssef Abanoud, di 18 anni di origini egiziane, è stato accoltellato in classe da un suo coetaneo per futili motivi, in un episodio di violenza che ha scosso profondamente la scuola e la città.

Nel cuore di quel dramma, tra urla, sangue e incredulità, emerge la figura di un professore che non ha esitato un istante davanti alla sofferenza di un ragazzo gravemente ferito. Non in servizio nella classe dove è accaduto il fatto, l’insegnante ha sentito dei rumori concitati nel corridoio e si è diretto verso l’aula per capire cosa stesse succedendo. Appena entrato, si è trovato di fronte Youssef: pallido, a terra, con una profonda ferita al fianco e le ultime energie per rivolgergli un disperato appello: “Prof, la prego, mi aiuti”.

Quella richiesta, struggente e umanissima, ha segnato la reazione istintiva dell’insegnante.
Il docente ha steso il ragazzo sul pavimento, tentato di tamponare la ferita che perdeva sangue a fiotti, parlato con lui per tenerlo sveglio e tranquillizzarlo, supplicandolo di resistere fino all’arrivo dei soccorsi.

Nel frattempo, ha richiamato altri colleghi e personale dalla scuola, mantenendo la calma in una classe che rischiava di precipitare nel caos totale. Con presenza di spirito, è poi uscito nel corridoio, fermando e disarmando l’aggressore che ancora impugnava l’arma. È stato un gesto decisivo per evitare ulteriori violenze e proteggere gli altri studenti presenti.

In un’ora in cui tanti fuggirebbero dall’orrore, quel professore ha incarnato la figura del samaritano moderno: non un eroe in cerca di applausi, ma un uomo che si è chinato sul fratello nella sua sofferenza, offrendo aiuto concreto e accoglienza al dolore. Ha fatto ciò che ogni comunità educativa si attende da chi sceglie di stare accanto ai giovani: non solo insegnare nozioni, ma prendersi cura delle fragilità umane.

La morte di Youssef, per quanto tragica e ingiusta, mette in luce la forza della compassione: di fronte alla violenza cieca, c’è chi risponde con l’attenzione all’altro, con il gesto semplice ma profondo di sostegno umano. Nelle ore successive, la scuola tutta ha espresso cordoglio alla famiglia della vittima e ha iniziato un percorso di ascolto e supporto psicologico per gli studenti segnati dal trauma.

In un mondo spesso segnato da indifferenza, la figura di questo professore resta un monito: consolare, soccorrere, tendere la mano sono atti che non cancellano il male, ma permettono a chi resta di non affrontare il dolore da solo.

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Foto di Josue Escoto su Unsplash

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