2025: anno drammatico per i giornalisti

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4 Gennaio 2026

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Foto di  Suzy Hazelwood (Pexels)

Sulla Rivista “Missioni Consolata”, un articolo sul Rapporto 2025 sui giornalisti nel mondo: i dati raccontano la violazione della libertà

(di Paolo Moiola)

Uccisi, detenuti, scomparsi, tenuti in ostaggio. No, non si parla di soldati, ma di giornalisti. Il rapporto 2025 di «Giornalisti senza frontiere» (Reporters sans frontières, Rsf) racconta di un anno drammatico per gli operatori dell’informazione.

I dati raccolti dall’organizzazione non governativa francese – è stata fondata a Montpellier nel 1985 – raccontano di 67 giornalisti uccisi, 503 in carcere, 135 scomparsi, 20 in ostaggio. E tutto questo in soli dodici mesi (1 dicembre 2024 – 1 dicembre 2025).

Per quanto concerne i giornalisti uccisi, sono tre i Paesi con i numeri peggiori: il Messico (a causa dei cartelli della droga e dei gruppi criminali), il Sudan (per la guerra civile) e soprattutto la Palestina.

Quest’ultimo è il dato più sorprendente perché chiama in causa Israele, un Paese che si considera e, un tempo, dai più era considerato democratico. L’accusa di Rsf è chiara e circostanziata. «Sotto il governo di Benjamin Netanyahu – si legge nel rapporto -, l’esercito israeliano ha compiuto un massacro – senza precedenti nella storia recente – della stampa palestinese. Per giustificare i suoi crimini, l’esercito israeliano ha lanciato una campagna di propaganda globale per diffondere accuse infondate che dipingono i giornalisti palestinesi come terroristi. Dall’ottobre 2023, quasi 220 giornalisti sono stati uccisi dall’esercito israeliano a Gaza, 65 dei quali sono stati assassinati a causa della loro professione».

I dati sui giornalisti detenuti in carcere vedono ai primi tre posti altrettante dittature: Cina, Russia e Myanmar. Ai primi posti s’incontra di nuovo Israele, che precede l’Arabia Saudita (20 giornalisti incarcerati contro 19). Il maggior numero di giornalisti scomparsi si riscontra in Siria, Messico e Iraq. I paesi con giornalisti in ostaggio sono lo Yemen, la Siria e il Mali. Ci sono – inoltre – molti giornalisti costretti all’esilio. Tra costoro hanno chiesto assistenza a Rsf soprattutto giornalisti dell’Afghanistan (134), della Russia (48) e del Sudan (21).

Tutti questi numeri vanno letti anche alla luce di un’altra indagine di Rsf, l’«Indice della libertà di stampa nel mondo» (World press freedom index 2025). Su 180 nazioni considerate, ai primi posti per libertà di stampa ci sono tutti paesi europei, in particolare quelli del Nord Europa (con la Norvegia in testa). Invece, agli ultimi posti si trovano, tra gli altri, la Russia e la Cina, con la Corea del Nord e l’Eritrea che chiudono la classifica.

Intanto, Donald Trump…

Al di là dei rapporti, va sottolineata anche la situazione negli Stati Uniti di Donald Trump. Per natura avverso a chiunque non s’inginocchi al suo cospetto, il presidente americano sta pervicacemente attaccando i media non allineati. Con gli insulti (soprattutto alle giornaliste) e con i fatti. Da qualche settimana, sul sito della Casa Bianca c’è una sezione dedicata ai media che osano criticare il presidente. Il titolo scelto dall’amministrazione – «Misleading. Biased. Exposed» (Fuorviante. Di parte. Smascherato) – è già indicativo del contenuto. Un potere pubblico che attacca e intimidisce i media è però estraneo – per definizione – a un sistema che si definisca democratico.

Fonte

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Sulla Rivista “Missioni Consolata”, un articolo sul Rapporto 2025 sui giornalisti nel mondo: i dati raccontano la violazione della libertà

(di Paolo Moiola)

Uccisi, detenuti, scomparsi, tenuti in ostaggio. No, non si parla di soldati, ma di giornalisti. Il rapporto 2025 di «Giornalisti senza frontiere» (Reporters sans frontières, Rsf) racconta di un anno drammatico per gli operatori dell’informazione.

I dati raccolti dall’organizzazione non governativa francese – è stata fondata a Montpellier nel 1985 – raccontano di 67 giornalisti uccisi, 503 in carcere, 135 scomparsi, 20 in ostaggio. E tutto questo in soli dodici mesi (1 dicembre 2024 – 1 dicembre 2025).

Per quanto concerne i giornalisti uccisi, sono tre i Paesi con i numeri peggiori: il Messico (a causa dei cartelli della droga e dei gruppi criminali), il Sudan (per la guerra civile) e soprattutto la Palestina.

Quest’ultimo è il dato più sorprendente perché chiama in causa Israele, un Paese che si considera e, un tempo, dai più era considerato democratico. L’accusa di Rsf è chiara e circostanziata. «Sotto il governo di Benjamin Netanyahu – si legge nel rapporto -, l’esercito israeliano ha compiuto un massacro – senza precedenti nella storia recente – della stampa palestinese. Per giustificare i suoi crimini, l’esercito israeliano ha lanciato una campagna di propaganda globale per diffondere accuse infondate che dipingono i giornalisti palestinesi come terroristi. Dall’ottobre 2023, quasi 220 giornalisti sono stati uccisi dall’esercito israeliano a Gaza, 65 dei quali sono stati assassinati a causa della loro professione».

I dati sui giornalisti detenuti in carcere vedono ai primi tre posti altrettante dittature: Cina, Russia e Myanmar. Ai primi posti s’incontra di nuovo Israele, che precede l’Arabia Saudita (20 giornalisti incarcerati contro 19). Il maggior numero di giornalisti scomparsi si riscontra in Siria, Messico e Iraq. I paesi con giornalisti in ostaggio sono lo Yemen, la Siria e il Mali. Ci sono – inoltre – molti giornalisti costretti all’esilio. Tra costoro hanno chiesto assistenza a Rsf soprattutto giornalisti dell’Afghanistan (134), della Russia (48) e del Sudan (21).

Tutti questi numeri vanno letti anche alla luce di un’altra indagine di Rsf, l’«Indice della libertà di stampa nel mondo» (World press freedom index 2025). Su 180 nazioni considerate, ai primi posti per libertà di stampa ci sono tutti paesi europei, in particolare quelli del Nord Europa (con la Norvegia in testa). Invece, agli ultimi posti si trovano, tra gli altri, la Russia e la Cina, con la Corea del Nord e l’Eritrea che chiudono la classifica.

Intanto, Donald Trump…

Al di là dei rapporti, va sottolineata anche la situazione negli Stati Uniti di Donald Trump. Per natura avverso a chiunque non s’inginocchi al suo cospetto, il presidente americano sta pervicacemente attaccando i media non allineati. Con gli insulti (soprattutto alle giornaliste) e con i fatti. Da qualche settimana, sul sito della Casa Bianca c’è una sezione dedicata ai media che osano criticare il presidente. Il titolo scelto dall’amministrazione – «Misleading. Biased. Exposed» (Fuorviante. Di parte. Smascherato) – è già indicativo del contenuto. Un potere pubblico che attacca e intimidisce i media è però estraneo – per definizione – a un sistema che si definisca democratico.

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Foto di  Suzy Hazelwood (Pexels)

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