Africa | Il triste denominatore comune delle elezioni

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11 Novembre 2025

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Foto di Rodrigue Bidubula

Dal nostro corrispondente per l’Africa Rodrigue Bidubula, una riflessione sul lato oscuro delle elezioni nel continente

Madagascar, Camerun, Costa d’Avorio, Tanzania; quattro votazioni, un unico dramma

La partecipazione dei cittadini è il primo indicatore della salute di una democrazia. Oggi la democrazia è in crisi un po’ ovunque, specialmente nelle giovani democrazie africane, sia dal punto di vista della solidità delle istituzioni che del coinvolgimento popolare nei processi decisionali.

Il mese di ottobre 2025  è stato segnato da una serie di elezioni presidenziali in tutta l’Africa, in particolare in Madagascar, Tanzania, Camerun e Costa d’Avorio. Queste elezioni, sebbene geograficamente distanti, hanno presentato un triste denominatore comune: irregolarità elettorali, repressione dell’opposizione, interruzioni di Internet, violenze mortali e manipolazioni istituzionali. Tutti sintomi di una democrazia malata, strumentalizzata per legittimare regimi ormai obsoleti.

Elezioni senza alternanza

Alassane Ouattara in Costa d’Avorio e Paul Biya in Camerun, due figure emblematiche della longevità politica africana, si sono nuovamente imposti. In questi Paesi, le istituzioni elettorali e giudiziarie sono percepite come asservite al potere.

Le voci dissidenti sono state messe a tacere, gli oppositori imprigionati o costretti all’esilio e allontanati dal ciclo elettorale.

Questi regimi, bloccati in una logica di conservazione del potere, hanno svuotato le elezioni della loro sostanza democratica, trasformando quello che dovrebbe essere un momento di rinnovamento in un rituale di legittimazione dello status quo.

Madagascar: la Generazione Z sconvolge l’ordine costituito

Il caso del Madagascar ha preso una piega inaspettata. Stanca di decenni di promesse non mantenute e del dominio di un’élite distaccata dalla realtà, la gioventù malgascia, la Generazione Z, è scesa in piazza.

L’esplosione della rabbia popolare è culminata in un colpo di Stato riuscito, simbolo di un malcontento collettivo di fronte all’egemonia di un potere giudicato illegittimo.

Questo episodio, sebbene portatore di speranza per alcuni, sottolinea anche la fragilità delle transizioni democratiche africane: quando le urne smettono di essere credibili, le armi riprendono la parola.

Tanzania: il sogno infranto di una stabilità esemplare

A lungo considerata un modello di stabilità politica in Africa orientale, la Tanzania ha vissuto una svolta drammatica durante queste elezioni.

La presidente Sumia Suluhu Hassan, erede del potere dopo la morte di John Magufuli, ha voluto affermare la sua legittimità attraverso le urne. Ma il processo elettorale, viziato da massicce irregolarità, ha scatenato un’ondata di proteste represse nel sangue.

Interruzioni di corrente, blocco di Internet, divieto di lasciare il Paese e più di 1000 morti secondo il Rapporto di Human Rights Watch: uno scenario senza precedenti nella storia della Tanzania. Questo cambiamento dimostra che anche i Paesi considerati stabili non sono immuni dalla deriva autoritaria.

Una democrazia sotto la tutela degli anziani

Il ripetersi di queste crisi solleva una domanda fondamentale:
cosa significa “elezione” in Africa oggi?

Troppo spesso, il voto non è più l’espressione della volontà popolare, ma un meccanismo di continuità del potere, orchestrato da élite invecchiate che si aggrappano ai propri privilegi.

La gerontocrazia politica impedisce il ricambio generazionale, intrappolando il continente in un ciclo di immobilismo e frustrazione sociale.

Eppure, la vitalità democratica africana non manca. I giovani di Antananarivo, Douala, Rabat, Dar es Salam, Nairobi… esprimono sempre più apertamente il loro desiderio di cambiamento.

I movimenti cittadini e la Generazione Z si posizionano come la forza morale e politica del continente. Il loro impegno, amplificato dai social network, mette in discussione la legittimità dei leader che rifiutano di passare il testimone.

E se investissimo nella preparazione dell’élite a partire dai movimenti giovanili?
E promuovessimo una leadership dal basso?

Uscire dal circolo vizioso

Per evitare le ricorrenti tensioni post-elettorali è necessaria una profonda riforma del sistema politico africano.

Non si tratta solo di monitorare le elezioni, ma di ripensare la governance: rafforzare le istituzioni indipendenti, garantire la trasparenza delle votazioni, liberare la stampa, proteggere gli oppositori e, soprattutto, dare ai giovani e alla società civile un ruolo reale nel processo decisionale politico. ma è anche necessario preparare le giovani élite alla governance.

L’Africa ha sofferto abbastanza di una democrazia di facciata. È giunto il momento di reinventare la politica come spazio di partecipazione, responsabilità e speranza condivisa.

Immagine

  • Foto di Rodrigue Bidubula

Dal nostro corrispondente per l’Africa Rodrigue Bidubula, una riflessione sul lato oscuro delle elezioni nel continente

Madagascar, Camerun, Costa d’Avorio, Tanzania; quattro votazioni, un unico dramma

La partecipazione dei cittadini è il primo indicatore della salute di una democrazia. Oggi la democrazia è in crisi un po’ ovunque, specialmente nelle giovani democrazie africane, sia dal punto di vista della solidità delle istituzioni che del coinvolgimento popolare nei processi decisionali.

Il mese di ottobre 2025  è stato segnato da una serie di elezioni presidenziali in tutta l’Africa, in particolare in Madagascar, Tanzania, Camerun e Costa d’Avorio. Queste elezioni, sebbene geograficamente distanti, hanno presentato un triste denominatore comune: irregolarità elettorali, repressione dell’opposizione, interruzioni di Internet, violenze mortali e manipolazioni istituzionali. Tutti sintomi di una democrazia malata, strumentalizzata per legittimare regimi ormai obsoleti.

Elezioni senza alternanza

Alassane Ouattara in Costa d’Avorio e Paul Biya in Camerun, due figure emblematiche della longevità politica africana, si sono nuovamente imposti. In questi Paesi, le istituzioni elettorali e giudiziarie sono percepite come asservite al potere.

Le voci dissidenti sono state messe a tacere, gli oppositori imprigionati o costretti all’esilio e allontanati dal ciclo elettorale.

Questi regimi, bloccati in una logica di conservazione del potere, hanno svuotato le elezioni della loro sostanza democratica, trasformando quello che dovrebbe essere un momento di rinnovamento in un rituale di legittimazione dello status quo.

Madagascar: la Generazione Z sconvolge l’ordine costituito

Il caso del Madagascar ha preso una piega inaspettata. Stanca di decenni di promesse non mantenute e del dominio di un’élite distaccata dalla realtà, la gioventù malgascia, la Generazione Z, è scesa in piazza.

L’esplosione della rabbia popolare è culminata in un colpo di Stato riuscito, simbolo di un malcontento collettivo di fronte all’egemonia di un potere giudicato illegittimo.

Questo episodio, sebbene portatore di speranza per alcuni, sottolinea anche la fragilità delle transizioni democratiche africane: quando le urne smettono di essere credibili, le armi riprendono la parola.

Tanzania: il sogno infranto di una stabilità esemplare

A lungo considerata un modello di stabilità politica in Africa orientale, la Tanzania ha vissuto una svolta drammatica durante queste elezioni.

La presidente Sumia Suluhu Hassan, erede del potere dopo la morte di John Magufuli, ha voluto affermare la sua legittimità attraverso le urne. Ma il processo elettorale, viziato da massicce irregolarità, ha scatenato un’ondata di proteste represse nel sangue.

Interruzioni di corrente, blocco di Internet, divieto di lasciare il Paese e più di 1000 morti secondo il Rapporto di Human Rights Watch: uno scenario senza precedenti nella storia della Tanzania. Questo cambiamento dimostra che anche i Paesi considerati stabili non sono immuni dalla deriva autoritaria.

Una democrazia sotto la tutela degli anziani

Il ripetersi di queste crisi solleva una domanda fondamentale:
cosa significa “elezione” in Africa oggi?

Troppo spesso, il voto non è più l’espressione della volontà popolare, ma un meccanismo di continuità del potere, orchestrato da élite invecchiate che si aggrappano ai propri privilegi.

La gerontocrazia politica impedisce il ricambio generazionale, intrappolando il continente in un ciclo di immobilismo e frustrazione sociale.

Eppure, la vitalità democratica africana non manca. I giovani di Antananarivo, Douala, Rabat, Dar es Salam, Nairobi… esprimono sempre più apertamente il loro desiderio di cambiamento.

I movimenti cittadini e la Generazione Z si posizionano come la forza morale e politica del continente. Il loro impegno, amplificato dai social network, mette in discussione la legittimità dei leader che rifiutano di passare il testimone.

E se investissimo nella preparazione dell’élite a partire dai movimenti giovanili?
E promuovessimo una leadership dal basso?

Uscire dal circolo vizioso

Per evitare le ricorrenti tensioni post-elettorali è necessaria una profonda riforma del sistema politico africano.

Non si tratta solo di monitorare le elezioni, ma di ripensare la governance: rafforzare le istituzioni indipendenti, garantire la trasparenza delle votazioni, liberare la stampa, proteggere gli oppositori e, soprattutto, dare ai giovani e alla società civile un ruolo reale nel processo decisionale politico. ma è anche necessario preparare le giovani élite alla governance.

L’Africa ha sofferto abbastanza di una democrazia di facciata. È giunto il momento di reinventare la politica come spazio di partecipazione, responsabilità e speranza condivisa.

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  • Foto di Rodrigue Bidubula
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