Guatemala | Gli aquiloni che raggiungono i morti

il: 

2 Novembre 2025

di: 

Guatemala
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Bambino del Guatemala (Foto di padre Angelo ESposito)

Nella Giornata dedicata ai defunti, il racconto del Festival de los Barriletes gigantes che ogni anno si svolge in Guatemala

«È impressionante vedere un lavoro così bello e portato avanti con così tanto impegno dagli abitanti di Santiago Sacatepéquez e Sumpango». Così ci scrive Marcia Morataya, un’operatrice pastorale di Chiquimula, a proposito del Festival de los Barriletes gigantes che, ogni anno, si svolge in Guatemala i primi di novembre.

I “Barriletes” sono gli aquiloni: decorati con motivi diversi e realizzati in bambù e tessuto, carta, castilla, spago e colla naturale, e preparati da tutta la comunità almeno 40 giorni prima. Giganti perché alcuni raggiungono una superficie di oltre 30 metri quadri, tanto da non potersi sollevare neanche da terra.

«È una tradizione molto antica, che risale a tremila anni fa ed è profondamente intrecciata al Día de Los Muertos», dice don Angelo Esposito, fidei donum della diocesi di Napoli a Tacanà: una zona lontana dalle due località del Festival, ma che non ne impedisce «la replica, in piccolo, tra i bambini dei villaggi».

Stessa cosa succede nella diocesi di Chiquimula-Zacapa, dove don Luigi Pellegrino ha prestato servizio per molti anni come fidei donum della Chiesa tarantina.

«Far volare gli aquiloni è un modo per entrare in comunicazione profonda con coloro che non ci sono più, per raggiungerli mandando loro qualcosa da giù», spiega il sacerdote, che descrive anche ciò che succede il giorno prima. «I cimiteri vengono dipinti e adornati con festoni; in particolar modo nei villaggi, è un tripudio di verde, rosso, giallo, azzurro e arancione. Può sembrare strano, ma per i guatemaltechi è una festa, ed è per questo che “vestono di colori” i defunti nel loro giorno».

Anche la signora Marcia, infatti, che il Festival de los Barriletes gigantes lo ha visitato, parla di «un’esperienza bellissima e variopinta, una maniera tutt’altro che triste per ricordare e celebrare i propri cari».

A Sacatepequez, si comincia il mattino presto, con la processione verso il cimitero, dove si va a rendere omaggio ai defunti ricoprendo le tombe di petali di fiori colorati e recitando preghiere. Tra canti, marimba e mariachis, in un’atmosfera lontana anni luce dal silenzio dei nostri 2 novembre, si usa anche mangiare e bere accanto ai propri avi. Dopo, mentre sulla collina vicina si fanno volare gli aquiloni più piccoli, si dà il via alle danze e ai buffet dove non può mancare il piatto tipico di questa tradizione: il “fiambre”, composto da carni varie, insaccati, uova, verdure e salsicce.

«La cosa più emozionante del Festival, per me, è guardare los barriletes sapendo che vengono inviati messaggi a chi non c’è più», continua Marcia. Infatti, per via di una credenza sulla connessione tra i vivi e i morti dell’etnia Kaqchikel, si usa spesso attaccare al filo dei bigliettini con delle frasi.

Come ci spiega don Federico Bragonzi, fidei donum della diocesi di Crema che in Guatemala ci è stato 15 anni (dal 1985 al 2000), «nella cosmovisione indigena Maya, la presenza dei morti è molto importante, al punto che vengono interpellati prima di ogni decisione importante, e il rapporto con loro è sempre vivo».

Inoltre, a seconda delle etnie, ci sono consuetudini diverse. Per esempio, sull’altopiano del Nord, a tre ore di auto dalla capitale, i Quiché celebrano il giorno dei defunti nei cimiteri e i Q’eqchì nelle case.

«I primi credono che i morti siano liberi dal giorno di San Luca (18 ottobre) fino alla sera del 2 novembre, quando tornano da Dio. Sono soliti portare sulle tombe dei propri cari i loro cibi preferiti, ma anche tabacco, grappa, zucchero, incenso, cacao: tutte cose che, alla fine, vengono bruciate e fanno un bel profumo, che viene offerto a Dio. Nei cimiteri, cantano e ballano tutto il giorno fino ad ubriacarsi, in una sorta di piccolo trans per essere più in comunione con la natura».

Per i Q’eqchì, invece, la festa consiste nel pasto rituale in famiglia: «preparano una tavolata vicino ad un altarino e bruciano incenso per giorni. Il più anziano invita i nonni a far loro visita, facendo un elenco, e si recita insieme il rosario. Dopo aver mangiato, ciò che avanza viene avvolto in una foglia di banano e dato agli ospiti perché lo portino a chi è rimasto a casa, per condividerlo con chi non c’era». Don Federico ricorda che, in quella ricorrenza, visitava dalle 10 alle 15 abitazioni: «mi invitavano tutti, era un rito di comunione».

E, intanto, in un altro pezzo di cielo del Guatemala, a Santiago e a Sumpango, si svolge il Festival de los Barriletes gigantes e, per la gioia dei nativi e dei turisti, va in scena uno spettacolo magico dalle origini antichissime, che unisce tradizioni cattoliche e maya, miti e leggende.

Fonte

  • Popoli e Missione (novembre 2024), pp. 44-47

Immagine

  • Foto di padre Angelo Esposito

Nella Giornata dedicata ai defunti, il racconto del Festival de los Barriletes gigantes che ogni anno si svolge in Guatemala

«È impressionante vedere un lavoro così bello e portato avanti con così tanto impegno dagli abitanti di Santiago Sacatepéquez e Sumpango». Così ci scrive Marcia Morataya, un’operatrice pastorale di Chiquimula, a proposito del Festival de los Barriletes gigantes che, ogni anno, si svolge in Guatemala i primi di novembre.

I “Barriletes” sono gli aquiloni: decorati con motivi diversi e realizzati in bambù e tessuto, carta, castilla, spago e colla naturale, e preparati da tutta la comunità almeno 40 giorni prima. Giganti perché alcuni raggiungono una superficie di oltre 30 metri quadri, tanto da non potersi sollevare neanche da terra.

«È una tradizione molto antica, che risale a tremila anni fa ed è profondamente intrecciata al Día de Los Muertos», dice don Angelo Esposito, fidei donum della diocesi di Napoli a Tacanà: una zona lontana dalle due località del Festival, ma che non ne impedisce «la replica, in piccolo, tra i bambini dei villaggi».

Stessa cosa succede nella diocesi di Chiquimula-Zacapa, dove don Luigi Pellegrino ha prestato servizio per molti anni come fidei donum della Chiesa tarantina.

«Far volare gli aquiloni è un modo per entrare in comunicazione profonda con coloro che non ci sono più, per raggiungerli mandando loro qualcosa da giù», spiega il sacerdote, che descrive anche ciò che succede il giorno prima. «I cimiteri vengono dipinti e adornati con festoni; in particolar modo nei villaggi, è un tripudio di verde, rosso, giallo, azzurro e arancione. Può sembrare strano, ma per i guatemaltechi è una festa, ed è per questo che “vestono di colori” i defunti nel loro giorno».

Anche la signora Marcia, infatti, che il Festival de los Barriletes gigantes lo ha visitato, parla di «un’esperienza bellissima e variopinta, una maniera tutt’altro che triste per ricordare e celebrare i propri cari».

A Sacatepequez, si comincia il mattino presto, con la processione verso il cimitero, dove si va a rendere omaggio ai defunti ricoprendo le tombe di petali di fiori colorati e recitando preghiere. Tra canti, marimba e mariachis, in un’atmosfera lontana anni luce dal silenzio dei nostri 2 novembre, si usa anche mangiare e bere accanto ai propri avi. Dopo, mentre sulla collina vicina si fanno volare gli aquiloni più piccoli, si dà il via alle danze e ai buffet dove non può mancare il piatto tipico di questa tradizione: il “fiambre”, composto da carni varie, insaccati, uova, verdure e salsicce.

«La cosa più emozionante del Festival, per me, è guardare los barriletes sapendo che vengono inviati messaggi a chi non c’è più», continua Marcia. Infatti, per via di una credenza sulla connessione tra i vivi e i morti dell’etnia Kaqchikel, si usa spesso attaccare al filo dei bigliettini con delle frasi.

Come ci spiega don Federico Bragonzi, fidei donum della diocesi di Crema che in Guatemala ci è stato 15 anni (dal 1985 al 2000), «nella cosmovisione indigena Maya, la presenza dei morti è molto importante, al punto che vengono interpellati prima di ogni decisione importante, e il rapporto con loro è sempre vivo».

Inoltre, a seconda delle etnie, ci sono consuetudini diverse. Per esempio, sull’altopiano del Nord, a tre ore di auto dalla capitale, i Quiché celebrano il giorno dei defunti nei cimiteri e i Q’eqchì nelle case.

«I primi credono che i morti siano liberi dal giorno di San Luca (18 ottobre) fino alla sera del 2 novembre, quando tornano da Dio. Sono soliti portare sulle tombe dei propri cari i loro cibi preferiti, ma anche tabacco, grappa, zucchero, incenso, cacao: tutte cose che, alla fine, vengono bruciate e fanno un bel profumo, che viene offerto a Dio. Nei cimiteri, cantano e ballano tutto il giorno fino ad ubriacarsi, in una sorta di piccolo trans per essere più in comunione con la natura».

Per i Q’eqchì, invece, la festa consiste nel pasto rituale in famiglia: «preparano una tavolata vicino ad un altarino e bruciano incenso per giorni. Il più anziano invita i nonni a far loro visita, facendo un elenco, e si recita insieme il rosario. Dopo aver mangiato, ciò che avanza viene avvolto in una foglia di banano e dato agli ospiti perché lo portino a chi è rimasto a casa, per condividerlo con chi non c’era». Don Federico ricorda che, in quella ricorrenza, visitava dalle 10 alle 15 abitazioni: «mi invitavano tutti, era un rito di comunione».

E, intanto, in un altro pezzo di cielo del Guatemala, a Santiago e a Sumpango, si svolge il Festival de los Barriletes gigantes e, per la gioia dei nativi e dei turisti, va in scena uno spettacolo magico dalle origini antichissime, che unisce tradizioni cattoliche e maya, miti e leggende.

Fonte

  • Popoli e Missione (novembre 2024), pp. 44-47

Immagine

  • Foto di padre Angelo Esposito
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