Iran | Gli sguardi di chi rifiuta la tirannia interna e l’egemonia straniera

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7 Marzo 2026

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Foto di Massimo Buccarello

L’opera di misericordia “alloggiare i pellegrini”, oggi, significa anche mettersi in ascolto degli sguardi, prestare attenzione ai cambiamenti

sbarchi-leuca-alloggiare i pellegriniNegli occhi dei giovani iraniani in fuga si intravede la bellezza possibile del futuro, tra memoria storica, repressione interna e pressioni esterne.

L’Iran ha una storia millenaria; la cultura persiana e la lingua indoeuropea sono distinte dal mondo arabo.

Dall’epoca dell’Impero achemenide fino alle grandi dinastie islamiche, la Persia ha sviluppato lingua, letteratura e istituzioni proprie. Anche dopo la conquista araba, la matrice persiana ha continuato a plasmare arte, scienza e sapere, consolidando un’identità forte e autonoma.

Nel Novecento, lo Shah Mohammad Reza Pahlavi promuove una modernizzazione urbana che convive con profonde disuguaglianze e con il radicamento del clero sciita. Il tentativo riformista di Mohammad Mossadeq negli anni Cinquanta, centrato sulla nazionalizzazione del petrolio, evidenzia la centralità strategica del Paese e la pressione internazionale.

La Rivoluzione iraniana rovescia lo Shah, ma la gestione del potere passa rapidamente al clero guidato da Ruhollah Khomeini, dando forma a un’autorità religiosa centralizzata.

Contraddizione interna e pressioni esterne

Oggi, queste contraddizioni storiche si riflettono nella vita quotidiana dei giovani iraniani. Repressione interna, controlli economici e culturali da parte dei Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e limitazione delle libertà civili si accompagnano alla pressione geopolitica internazionale: bombardamenti, conflitti e minacce militari rischiano di colpire civili innocenti, generando instabilità e soffocando ogni possibilità di cambiamento interno.

Giovani in fuga

Negli ultimi anni, come volontario per la Caritas di Ugento-Santa Maria di Leuca, durante gli sbarchi e i salvataggi in mare di Guardia Costiera e Guardia di Finanza, ho incontrato, tra gli altri, giovani iraniani che avevano lasciato il Paese: ragazzi e ragazze molto giovani, istruiti, con padronanza linguistica e stili di vita moderni. Loro mi hanno raccontato di un Paese ormai dominato economicamente, culturalmente e militarmente dai pasdaran, dove la libertà e le possibilità di costruire il proprio futuro erano violentemente negate.

Molti parlavano di fuga non solo per la violenza o la repressione, ma anche per la mancanza di spazi vitali: le città aperte e occidentalizzate convivono con aree rurali e periferie sotto il controllo religioso e militare.

La loro storia personale diventa così specchio di un Paese diviso, dove la tirannia interna e l’egemonia esterna creano un cortocircuito che colpisce soprattutto i più giovani. Hassan con i capelli lunghi e gli orecchini da punk, Amir con il chiodo da rocker, Nora con la speranza di un futuro in Germania e altri ventenni mi parlavano del bisogno di libertà, di una vita vissuta appieno sul molo di Leuca, dopo due mesi di viaggio e gli ultimi giorni in mare dentro una barca a vela stracolma di altri come loro.

“I’m persian, i speak neglessi e farsi”, un popolo orgoglioso della sua splendida cultura anche nella fuga, anche sotto tirannia.

Gli sguardi che resistono

Eppure, negli occhi di questi ragazzi e ragazze, si intravede qualcosa che resiste: intelligenza, curiosità, capacità di adattamento, voglia di imparare e di contribuire.

Nei loro sguardi emerge la testimonianza di chi rifiuta la tirannia interna e l’interferenza esterna, e che sogna un futuro basato su libertà, dignità e possibilità di crescita.

È in questo sguardo — tra memoria storica, fuga e resistenza — che si intravede la bellezza di un domani ancora da scrivere nonostante la violenza della tirannia e della guerra.

Immagine

  • Foto di Massimo Buccarello

L’opera di misericordia “alloggiare i pellegrini”, oggi, significa anche mettersi in ascolto degli sguardi, prestare attenzione ai cambiamenti

sbarchi-leuca-alloggiare i pellegriniNegli occhi dei giovani iraniani in fuga si intravede la bellezza possibile del futuro, tra memoria storica, repressione interna e pressioni esterne.

L’Iran ha una storia millenaria; la cultura persiana e la lingua indoeuropea sono distinte dal mondo arabo.

Dall’epoca dell’Impero achemenide fino alle grandi dinastie islamiche, la Persia ha sviluppato lingua, letteratura e istituzioni proprie. Anche dopo la conquista araba, la matrice persiana ha continuato a plasmare arte, scienza e sapere, consolidando un’identità forte e autonoma.

Nel Novecento, lo Shah Mohammad Reza Pahlavi promuove una modernizzazione urbana che convive con profonde disuguaglianze e con il radicamento del clero sciita. Il tentativo riformista di Mohammad Mossadeq negli anni Cinquanta, centrato sulla nazionalizzazione del petrolio, evidenzia la centralità strategica del Paese e la pressione internazionale.

La Rivoluzione iraniana rovescia lo Shah, ma la gestione del potere passa rapidamente al clero guidato da Ruhollah Khomeini, dando forma a un’autorità religiosa centralizzata.

Contraddizione interna e pressioni esterne

Oggi, queste contraddizioni storiche si riflettono nella vita quotidiana dei giovani iraniani. Repressione interna, controlli economici e culturali da parte dei Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e limitazione delle libertà civili si accompagnano alla pressione geopolitica internazionale: bombardamenti, conflitti e minacce militari rischiano di colpire civili innocenti, generando instabilità e soffocando ogni possibilità di cambiamento interno.

Giovani in fuga

Negli ultimi anni, come volontario per la Caritas di Ugento-Santa Maria di Leuca, durante gli sbarchi e i salvataggi in mare di Guardia Costiera e Guardia di Finanza, ho incontrato, tra gli altri, giovani iraniani che avevano lasciato il Paese: ragazzi e ragazze molto giovani, istruiti, con padronanza linguistica e stili di vita moderni. Loro mi hanno raccontato di un Paese ormai dominato economicamente, culturalmente e militarmente dai pasdaran, dove la libertà e le possibilità di costruire il proprio futuro erano violentemente negate.

Molti parlavano di fuga non solo per la violenza o la repressione, ma anche per la mancanza di spazi vitali: le città aperte e occidentalizzate convivono con aree rurali e periferie sotto il controllo religioso e militare.

La loro storia personale diventa così specchio di un Paese diviso, dove la tirannia interna e l’egemonia esterna creano un cortocircuito che colpisce soprattutto i più giovani. Hassan con i capelli lunghi e gli orecchini da punk, Amir con il chiodo da rocker, Nora con la speranza di un futuro in Germania e altri ventenni mi parlavano del bisogno di libertà, di una vita vissuta appieno sul molo di Leuca, dopo due mesi di viaggio e gli ultimi giorni in mare dentro una barca a vela stracolma di altri come loro.

“I’m persian, i speak neglessi e farsi”, un popolo orgoglioso della sua splendida cultura anche nella fuga, anche sotto tirannia.

Gli sguardi che resistono

Eppure, negli occhi di questi ragazzi e ragazze, si intravede qualcosa che resiste: intelligenza, curiosità, capacità di adattamento, voglia di imparare e di contribuire.

Nei loro sguardi emerge la testimonianza di chi rifiuta la tirannia interna e l’interferenza esterna, e che sogna un futuro basato su libertà, dignità e possibilità di crescita.

È in questo sguardo — tra memoria storica, fuga e resistenza — che si intravede la bellezza di un domani ancora da scrivere nonostante la violenza della tirannia e della guerra.

Immagine

  • Foto di Massimo Buccarello
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