Iran, Minab | La scuola sotto le bombe: come si può far morire dei bambini?

Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni
In Iran, nei giorni scorsi, è stata colpita una scuola elementare femminile durante le lezioni: 165 le vittime
Sabato 28 febbraio 2026, mentre nelle aule della scuola elementare femminile “Shajareh Tayyebeh” le bambine di età compresa tra i 7 e i 12 anni iniziavano la loro giornata di studio, un’esplosione ha squarciato il silenzio dell’istituto.
Un attacco missilistico – nel pieno della prima ondata di bombardamenti della campagna militare condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran – ha distrutto gran parte dell’edificio, seppellendo sotto le macerie centinaia di vite innocenti. La tragedia è una delle più crudeli finora registrate nel conflitto e solleva una domanda atroce: come si può far morire dei bambini? A scuola si va per imparare, non per essere uccisi.
Secondo le autorità iraniane, il bilancio delle vittime supera 160 tra bambine, insegnanti e personale scolastico, con decine di feriti in condizioni gravi. Le immagini uscite dai soccorsi mostrano banchi rovesciati, zaini impregnati di polvere, quaderni sparsi tra detriti e corpi senza vita, mentre i genitori cadono in ginocchio di fronte alla devastazione.
La scuola era un luogo civile: centinaia di bambine frequentavano regolarmente le lezioni, ignorando che la guerra stesse stretto attorno alla loro quotidianità. In molte culture, la scuola è sinonimo di futuro, di crescita, di speranza. Quel futuro, per molte di loro, si è fermato in un istante.
Le reazioni internazionali sono state di ferma condanna. Le agenzie delle Nazioni Unite e il Comitato per i Diritti dell’Infanzia hanno definito l’attacco “profondamente inquietante”, sottolineando che i bambini e gli edifici scolastici dovrebbero essere esclusi da qualsiasi operazione militare. L’Alto Commissario per i diritti umani ha chiesto un’indagine indipendente, mentre Teheran parla di “crimine di guerra” e punta il dito contro gli Stati Uniti e Israele.
Dall’altra parte, Washington e Tel Aviv affermano di non aver “mirato deliberatamente” a obiettivi civili, annunciando indagini sulle circostanze dell’incidente. Ma queste dichiarazioni non alleviano il dolore di una comunità che ha visto spegnersi i volti più giovani e innocenti.
Minab, una città nel sud dell’Iran, è ora teatro di funerali di massa. Migliaia di persone hanno accompagnato le bare delle vittime, molte delle quali identificate solo grazie al DNA, tra lacrime, petali di fiori e fotografie delle bambine colpite. Sui social e nelle piazze di tutto il mondo serpeggia un unico grido: “Perché?”
Esperti di diritto internazionale ricordano che, secondo le convenzioni umanitarie, le scuole sono protette e vanno messe al riparo da qualsiasi attacco. La protezione dei civili, soprattutto dei minori, non è un’opzione morale: è legge internazionale. Eppure, oggi, quegli standard sono stati infranti con una violenza che lascia sgomenti.
In un conflitto dove si scontrano potenze e strategie geostrategiche, sono sempre gli innocenti a pagare il prezzo più alto. Bambini che avrebbero dovuto essere impegnati a leggere e scrivere, a giocare nel cortile, a immaginare un domani, sono diventati simboli di una guerra che sembra non avere freni.
Come si può far morire dei bambini?
Questa domanda non è retorica: è un monito per tutti noi, per le istituzioni, per chi ha potere di fermare gli armamenti e di proteggere la vita. Perché nessuna classe, nessun quaderno, nessuna campanella dovrebbe più essere sinonimo di sangue.
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In Iran, nei giorni scorsi, è stata colpita una scuola elementare femminile durante le lezioni: 165 le vittime
Sabato 28 febbraio 2026, mentre nelle aule della scuola elementare femminile “Shajareh Tayyebeh” le bambine di età compresa tra i 7 e i 12 anni iniziavano la loro giornata di studio, un’esplosione ha squarciato il silenzio dell’istituto.
Un attacco missilistico – nel pieno della prima ondata di bombardamenti della campagna militare condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran – ha distrutto gran parte dell’edificio, seppellendo sotto le macerie centinaia di vite innocenti. La tragedia è una delle più crudeli finora registrate nel conflitto e solleva una domanda atroce: come si può far morire dei bambini? A scuola si va per imparare, non per essere uccisi.
Secondo le autorità iraniane, il bilancio delle vittime supera 160 tra bambine, insegnanti e personale scolastico, con decine di feriti in condizioni gravi. Le immagini uscite dai soccorsi mostrano banchi rovesciati, zaini impregnati di polvere, quaderni sparsi tra detriti e corpi senza vita, mentre i genitori cadono in ginocchio di fronte alla devastazione.
La scuola era un luogo civile: centinaia di bambine frequentavano regolarmente le lezioni, ignorando che la guerra stesse stretto attorno alla loro quotidianità. In molte culture, la scuola è sinonimo di futuro, di crescita, di speranza. Quel futuro, per molte di loro, si è fermato in un istante.
Le reazioni internazionali sono state di ferma condanna. Le agenzie delle Nazioni Unite e il Comitato per i Diritti dell’Infanzia hanno definito l’attacco “profondamente inquietante”, sottolineando che i bambini e gli edifici scolastici dovrebbero essere esclusi da qualsiasi operazione militare. L’Alto Commissario per i diritti umani ha chiesto un’indagine indipendente, mentre Teheran parla di “crimine di guerra” e punta il dito contro gli Stati Uniti e Israele.
Dall’altra parte, Washington e Tel Aviv affermano di non aver “mirato deliberatamente” a obiettivi civili, annunciando indagini sulle circostanze dell’incidente. Ma queste dichiarazioni non alleviano il dolore di una comunità che ha visto spegnersi i volti più giovani e innocenti.
Minab, una città nel sud dell’Iran, è ora teatro di funerali di massa. Migliaia di persone hanno accompagnato le bare delle vittime, molte delle quali identificate solo grazie al DNA, tra lacrime, petali di fiori e fotografie delle bambine colpite. Sui social e nelle piazze di tutto il mondo serpeggia un unico grido: “Perché?”
Esperti di diritto internazionale ricordano che, secondo le convenzioni umanitarie, le scuole sono protette e vanno messe al riparo da qualsiasi attacco. La protezione dei civili, soprattutto dei minori, non è un’opzione morale: è legge internazionale. Eppure, oggi, quegli standard sono stati infranti con una violenza che lascia sgomenti.
In un conflitto dove si scontrano potenze e strategie geostrategiche, sono sempre gli innocenti a pagare il prezzo più alto. Bambini che avrebbero dovuto essere impegnati a leggere e scrivere, a giocare nel cortile, a immaginare un domani, sono diventati simboli di una guerra che sembra non avere freni.
Come si può far morire dei bambini?
Questa domanda non è retorica: è un monito per tutti noi, per le istituzioni, per chi ha potere di fermare gli armamenti e di proteggere la vita. Perché nessuna classe, nessun quaderno, nessuna campanella dovrebbe più essere sinonimo di sangue.
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