Naufragio di Natale | Perego (Migrantes): «Con che coraggio difendiamo i confini prima delle persone?»

Foto di AHMAD BADER su Unsplash
Mediterraneo, 116 vittime e un allarme caduto nel vuoto alla vigilia di Natale. Una tragedia che interpella coscienze e politiche e invoca opere di misericordia
L’ennesimo naufragio di migranti nel Mediterraneo riporta alla luce una ferita che non si rimargina. Uomini, donne e bambini in fuga da guerre, miseria e persecuzioni hanno trovato la morte nel mare che separa l’Africa dall’Europa, proprio nei giorni in cui molte comunità si preparano a celebrare le feste. Un contrasto che pesa come un macigno sulle coscienze.
Ogni naufragio è una storia spezzata, un viaggio interrotto, un nome che rischia di restare anonimo. Eppure, dietro i numeri e le statistiche, restano volti e corpi: persone che arrivano sulle nostre coste spesso senza nulla, bagnate, infreddolite, private persino della dignità più elementare.
In questo contesto tornano con forza le opere di misericordia corporale, in particolare alloggiare i pellegrini e vestire gli ignudi.
I migranti sono i pellegrini del nostro tempo, costretti a muoversi per sopravvivere. Accoglierli significa offrire un riparo, ma anche riconoscere la loro umanità. Vestire chi arriva dal mare senza più nulla addosso è un gesto essenziale, che restituisce calore e rispetto prima ancora che protezione.
A richiamare la responsabilità collettiva è anche mons. Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes, che più volte ha sottolineato come i confini non possano trasformarsi in luoghi di morte, ma essere essere spazi di incontro, di tutela dei diritti e di salvezza, non barriere che selezionano chi può vivere e chi può morire. Una visione che interpella direttamente l’Europa e le sue politiche migratorie.
Nel tempo delle feste, queste parole assumono un significato ancora più forte. Le luci, i regali e le tavole imbandite rischiano di diventare vuote se non si accompagnano a gesti concreti di solidarietà. Le coperte distribuite nei porti, i vestiti raccolti dalle associazioni, le strutture di accoglienza aperte da parrocchie e famiglie sono segni tangibili di una misericordia che non resta teoria.
L’ultimo naufragio non chiede soltanto commozione, ma scelte coraggiose. Chiede politiche che mettano al centro la persona, vie legali e sicure di accesso, comunità capaci di aprire porte e cuori. Alloggiare i pellegrini e vestire gli ignudi non sono gesti straordinari: sono risposte necessarie a una tragedia che continua.
Finché il mare resterà un confine mortale, la misericordia sarà il metro con cui misurare la nostra umanità. E nel tempo delle feste, questo metro diventa ancora più esigente.
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- Foto di AHMAD BADER su Unsplash
Mediterraneo, 116 vittime e un allarme caduto nel vuoto alla vigilia di Natale. Una tragedia che interpella coscienze e politiche e invoca opere di misericordia
L’ennesimo naufragio di migranti nel Mediterraneo riporta alla luce una ferita che non si rimargina. Uomini, donne e bambini in fuga da guerre, miseria e persecuzioni hanno trovato la morte nel mare che separa l’Africa dall’Europa, proprio nei giorni in cui molte comunità si preparano a celebrare le feste. Un contrasto che pesa come un macigno sulle coscienze.
Ogni naufragio è una storia spezzata, un viaggio interrotto, un nome che rischia di restare anonimo. Eppure, dietro i numeri e le statistiche, restano volti e corpi: persone che arrivano sulle nostre coste spesso senza nulla, bagnate, infreddolite, private persino della dignità più elementare.
In questo contesto tornano con forza le opere di misericordia corporale, in particolare alloggiare i pellegrini e vestire gli ignudi.
I migranti sono i pellegrini del nostro tempo, costretti a muoversi per sopravvivere. Accoglierli significa offrire un riparo, ma anche riconoscere la loro umanità. Vestire chi arriva dal mare senza più nulla addosso è un gesto essenziale, che restituisce calore e rispetto prima ancora che protezione.
A richiamare la responsabilità collettiva è anche mons. Gian Carlo Perego, presidente della Fondazione Migrantes, che più volte ha sottolineato come i confini non possano trasformarsi in luoghi di morte, ma essere essere spazi di incontro, di tutela dei diritti e di salvezza, non barriere che selezionano chi può vivere e chi può morire. Una visione che interpella direttamente l’Europa e le sue politiche migratorie.
Nel tempo delle feste, queste parole assumono un significato ancora più forte. Le luci, i regali e le tavole imbandite rischiano di diventare vuote se non si accompagnano a gesti concreti di solidarietà. Le coperte distribuite nei porti, i vestiti raccolti dalle associazioni, le strutture di accoglienza aperte da parrocchie e famiglie sono segni tangibili di una misericordia che non resta teoria.
L’ultimo naufragio non chiede soltanto commozione, ma scelte coraggiose. Chiede politiche che mettano al centro la persona, vie legali e sicure di accesso, comunità capaci di aprire porte e cuori. Alloggiare i pellegrini e vestire gli ignudi non sono gesti straordinari: sono risposte necessarie a una tragedia che continua.
Finché il mare resterà un confine mortale, la misericordia sarà il metro con cui misurare la nostra umanità. E nel tempo delle feste, questo metro diventa ancora più esigente.
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