Uganda | L’arresto di un sacerdote, “una grave ferita per la diocesi di Masaka”

Padre Deusdedit Ssekabira
Dal nostro corrispondente per l’Africa Rodrigue Bidubula: La Chiesa ugandese chiede giustizia e trasparenza per padre Ssekabira, sacerdote ugandese e cappellano diocesano dei giovani
La conferma da parte delle autorità di difesa ugandesi della detenzione di padre Deusdedit Ssekabira, sacerdote della diocesi cattolica di Masaka, segna una svolta in una vicenda che aveva suscitato forte inquietudine all’interno della Chiesa e dell’opinione pubblica. Dopo diversi giorni di incertezza, l’esercito ha indicato che il sacerdote si trova in stato di fermo per fatti qualificati come «minacce alla sicurezza dello Stato», assicurando al contempo che è detenuto legalmente e che sarà presentato davanti ai tribunali.
La scomparsa di padre Ssekabira, il 3 dicembre, in circostanze descritte dalla diocesi come un rapimento da parte di uomini in uniforme militare, aveva profondamente scosso la comunità cattolica di Masaka e l’intero Uganda.
Il vescovo di Masaka, mons. Severus Jjumba, aveva immediatamente invitato a un’intensa mobilitazione spirituale, parlando di una «grave ferita» inflitta alla diocesi, alla Chiesa cattolica e alla famiglia del sacerdote. Rosari, un triduo di preghiere e iniziative legali erano stati avviati per ottenere informazioni sulla sua sorte.
La dichiarazione dell’esercito, se da un lato pone fine all’incertezza sulla localizzazione del sacerdote, apre ora un’altra fase: quella della giustizia e della trasparenza. Al momento, non sono state fornite precisazioni sulla natura esatta degli atti contestati a padre Ssekabira, alimentando interrogativi e attese sia in ambito ecclesiale sia nella società civile.
La vicenda si inserisce in un contesto teso in Uganda, in vista delle prossime scadenze elettorali. Storicamente, questi periodi sono caratterizzati da un rafforzamento dell’apparato di sicurezza, da arresti di figure percepite come critiche e influenti e da una maggiore sensibilità dello Stato verso qualsiasi attività ritenuta sovversiva. Le autorità invocano regolarmente la necessità di preservare la stabilità nazionale di fronte ai rischi di violenze politiche, mentre le organizzazioni religiose e per i diritti umani chiedono il rigoroso rispetto delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto.
In questo clima, l’arresto di un sacerdote cattolico assume una portata simbolica particolare. La Chiesa cattolica in Uganda è un’istituzione sociale di primo piano, impegnata nell’educazione, nella sanità e nella difesa dei diritti umani, in particolare sui temi della giustizia, della governance e della pace. Se i rapporti tra Chiesa e Stato sono stati spesso segnati da una cooperazione pragmatica, non sono mancati momenti di tensione quando la voce profetica della Chiesa è stata percepita come critica nei confronti del potere politico.
Il caso di padre Ssekabira riaccende così dolorosi ricordi del passato, come quello della scomparsa di mons. Clément Mukasa nel 1975, richiamato da mons. Jjumba. Ripropone inoltre la questione della fiducia tra le istituzioni religiose e le autorità statali.
Mentre il dossier entra ora nel circuito giudiziario, l’attenzione si concentra sul rispetto della procedura penale, sulla chiarezza delle accuse e sulla capacità delle istituzioni ugandesi di garantire giustizia, trasparenza e pace sociale. Per la Chiesa, come per lo Stato, la posta in gioco va oltre il caso di un singolo sacerdote: riguarda la credibilità delle istituzioni e la coesione nazionale in una fase della vita politica particolarmente sensibile alla vigilia delle elezioni.
Immagine
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Dal nostro corrispondente per l’Africa Rodrigue Bidubula: La Chiesa ugandese chiede giustizia e trasparenza per padre Ssekabira, sacerdote ugandese e cappellano diocesano dei giovani
La conferma da parte delle autorità di difesa ugandesi della detenzione di padre Deusdedit Ssekabira, sacerdote della diocesi cattolica di Masaka, segna una svolta in una vicenda che aveva suscitato forte inquietudine all’interno della Chiesa e dell’opinione pubblica. Dopo diversi giorni di incertezza, l’esercito ha indicato che il sacerdote si trova in stato di fermo per fatti qualificati come «minacce alla sicurezza dello Stato», assicurando al contempo che è detenuto legalmente e che sarà presentato davanti ai tribunali.
La scomparsa di padre Ssekabira, il 3 dicembre, in circostanze descritte dalla diocesi come un rapimento da parte di uomini in uniforme militare, aveva profondamente scosso la comunità cattolica di Masaka e l’intero Uganda.
Il vescovo di Masaka, mons. Severus Jjumba, aveva immediatamente invitato a un’intensa mobilitazione spirituale, parlando di una «grave ferita» inflitta alla diocesi, alla Chiesa cattolica e alla famiglia del sacerdote. Rosari, un triduo di preghiere e iniziative legali erano stati avviati per ottenere informazioni sulla sua sorte.
La dichiarazione dell’esercito, se da un lato pone fine all’incertezza sulla localizzazione del sacerdote, apre ora un’altra fase: quella della giustizia e della trasparenza. Al momento, non sono state fornite precisazioni sulla natura esatta degli atti contestati a padre Ssekabira, alimentando interrogativi e attese sia in ambito ecclesiale sia nella società civile.
La vicenda si inserisce in un contesto teso in Uganda, in vista delle prossime scadenze elettorali. Storicamente, questi periodi sono caratterizzati da un rafforzamento dell’apparato di sicurezza, da arresti di figure percepite come critiche e influenti e da una maggiore sensibilità dello Stato verso qualsiasi attività ritenuta sovversiva. Le autorità invocano regolarmente la necessità di preservare la stabilità nazionale di fronte ai rischi di violenze politiche, mentre le organizzazioni religiose e per i diritti umani chiedono il rigoroso rispetto delle libertà fondamentali e dello Stato di diritto.
In questo clima, l’arresto di un sacerdote cattolico assume una portata simbolica particolare. La Chiesa cattolica in Uganda è un’istituzione sociale di primo piano, impegnata nell’educazione, nella sanità e nella difesa dei diritti umani, in particolare sui temi della giustizia, della governance e della pace. Se i rapporti tra Chiesa e Stato sono stati spesso segnati da una cooperazione pragmatica, non sono mancati momenti di tensione quando la voce profetica della Chiesa è stata percepita come critica nei confronti del potere politico.
Il caso di padre Ssekabira riaccende così dolorosi ricordi del passato, come quello della scomparsa di mons. Clément Mukasa nel 1975, richiamato da mons. Jjumba. Ripropone inoltre la questione della fiducia tra le istituzioni religiose e le autorità statali.
Mentre il dossier entra ora nel circuito giudiziario, l’attenzione si concentra sul rispetto della procedura penale, sulla chiarezza delle accuse e sulla capacità delle istituzioni ugandesi di garantire giustizia, trasparenza e pace sociale. Per la Chiesa, come per lo Stato, la posta in gioco va oltre il caso di un singolo sacerdote: riguarda la credibilità delle istituzioni e la coesione nazionale in una fase della vita politica particolarmente sensibile alla vigilia delle elezioni.
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Padre Deusdedit Ssekabira


