Oceania, Solomon Islands | “Missione? Il Signore me lo chiede… Io vado!”

Foto di suor Anna Maria Gervasoni
Nella Giornata dedicata alla vita consacrata, la nostra corrispondente suor Anna Maria Gervasoni condivide con noi alcune domande sul “restare”
Quando ero ancora in Italia, nella mia comunità di Milano venivano spesso le missionarie, di passaggio dalle loro vacanze, ed io “bevevo” i loro racconti e le storie, sognando che un giorno anch’io sarei stata una di loro…
Una volta, un’anziana missionaria, prima di ripartire per la sua missione, mi disse: “Sai, più passano gli anni, più diventa difficile, quando vengo a casa in Italia, avere la forza di ripartire per la missione”.
Io restai scioccata! Dovrebbe essere il contrario, mi dicevo, l’Italia dovrebbe perdere importanza sempre più e la missione diventare casa!
Ora, mi ritrovo nella stessa situazione: ventidue anni di missione, di cui 18 spesi nella stessa nazione, e non posso che dare ragione alla mia consorella di tanti anni fa.
Non è questione di non trovarsi bene o di avere difficoltà particolarmente grandi. Non è nemmeno la stanchezza dell’età che avanza. Riflettendoci sopra, credo che siano le radici che “chiamano”. La terra, la cultura, la lingua non vengono mai né cancellate, né diminuite. E quando ci si reimmerge, si riceve una spinta vitale che rinnova tutto l’essere… e non si vuole più scendere dal Tabor!!!
Quando quest’anno, dopo la mia vacanza in Italia, ero in procinto di ripartire, mi sono ritrovata a pensare: ma perché riparti? Ma perché non resti? Anche qui hanno tanto bisogno di una presenza come la tua, forse di più che a Honiara!?!? Perché DEVO ripartire?
Quanto mi ha risuonato nella mente e nel cuore questa domanda… Mi ha trafitta nel profondo, forse perché dovevo trovare la vera motivazione del mio essere missionaria ad gentes!
Ho cercato la risposta nei volti delle ragazze che mi aspettano all’ostello e che si stanno costruendo un futuro con la formazione scolastica; nei cuori feriti delle signore del centro professionale, che cercano di riscoprire e affermare la loro dignità di donne; negli occhi dei bambini della catechesi, sempre pronti a cantare e partecipare a ogni attività, con entusiasmo e vivacità; nell’affetto delle mie consorelle, con cui condividiamo gioie e dolori, successi e difficoltà, camminando insieme per costruire un pezzetto di Regno in questa parte del mondo.
Niente e nessuno era così forte da motivarmi a tornare… ma la risposta è arrivata, forte, travolgente, spontanea e luminosa: il Signore me lo chiede… io vado!
Sembra scontato, ma è una continua scoperta, è un continuo SI’ da dire a Dio ogni giorno, ogni istante. O non si cammina.
Ho proprio scoperto che niente, sulla terra o nel cielo, nella storia e nei tempi, nei luoghi e nelle culture, mi muoverà mai a partire, ad andare, a lasciare tutto, se non perché é il mio Dio che me lo chiede. Ed io voglio fare quello che mi chiede.
Una volta raggiunta questa certezza, tutto ha ripreso il suo senso: perché lasciare, perché affrontare le difficoltà, perché costruire storie che non mi appartengono, perché asciugare lacrime in altre lingue, perché viaggiare per mari burrascosi su una canoa…
La mia vita di donna consacrata e missionaria ad gentes è reale, possibile, esiste, perché Dio c’è, mi ama, mi ha scelta e mi manda ai suoi figli.
Andare a dirlo a tutto il mondo, con la vita e anche con le parole, è un imperativo. Come diceva San Paolo, “non posso non far conoscere Cristo”.
Immagine
- Foto di suor Anna Maria Gervasoni
Nella Giornata dedicata alla vita consacrata, la nostra corrispondente suor Anna Maria Gervasoni condivide con noi alcune domande sul “restare”
Quando ero ancora in Italia, nella mia comunità di Milano venivano spesso le missionarie, di passaggio dalle loro vacanze, ed io “bevevo” i loro racconti e le storie, sognando che un giorno anch’io sarei stata una di loro…
Una volta, un’anziana missionaria, prima di ripartire per la sua missione, mi disse: “Sai, più passano gli anni, più diventa difficile, quando vengo a casa in Italia, avere la forza di ripartire per la missione”.
Io restai scioccata! Dovrebbe essere il contrario, mi dicevo, l’Italia dovrebbe perdere importanza sempre più e la missione diventare casa!
Ora, mi ritrovo nella stessa situazione: ventidue anni di missione, di cui 18 spesi nella stessa nazione, e non posso che dare ragione alla mia consorella di tanti anni fa.
Non è questione di non trovarsi bene o di avere difficoltà particolarmente grandi. Non è nemmeno la stanchezza dell’età che avanza. Riflettendoci sopra, credo che siano le radici che “chiamano”. La terra, la cultura, la lingua non vengono mai né cancellate, né diminuite. E quando ci si reimmerge, si riceve una spinta vitale che rinnova tutto l’essere… e non si vuole più scendere dal Tabor!!!
Quando quest’anno, dopo la mia vacanza in Italia, ero in procinto di ripartire, mi sono ritrovata a pensare: ma perché riparti? Ma perché non resti? Anche qui hanno tanto bisogno di una presenza come la tua, forse di più che a Honiara!?!? Perché DEVO ripartire?
Quanto mi ha risuonato nella mente e nel cuore questa domanda… Mi ha trafitta nel profondo, forse perché dovevo trovare la vera motivazione del mio essere missionaria ad gentes!
Ho cercato la risposta nei volti delle ragazze che mi aspettano all’ostello e che si stanno costruendo un futuro con la formazione scolastica; nei cuori feriti delle signore del centro professionale, che cercano di riscoprire e affermare la loro dignità di donne; negli occhi dei bambini della catechesi, sempre pronti a cantare e partecipare a ogni attività, con entusiasmo e vivacità; nell’affetto delle mie consorelle, con cui condividiamo gioie e dolori, successi e difficoltà, camminando insieme per costruire un pezzetto di Regno in questa parte del mondo.
Niente e nessuno era così forte da motivarmi a tornare… ma la risposta è arrivata, forte, travolgente, spontanea e luminosa: il Signore me lo chiede… io vado!
Sembra scontato, ma è una continua scoperta, è un continuo SI’ da dire a Dio ogni giorno, ogni istante. O non si cammina.
Ho proprio scoperto che niente, sulla terra o nel cielo, nella storia e nei tempi, nei luoghi e nelle culture, mi muoverà mai a partire, ad andare, a lasciare tutto, se non perché é il mio Dio che me lo chiede. Ed io voglio fare quello che mi chiede.
Una volta raggiunta questa certezza, tutto ha ripreso il suo senso: perché lasciare, perché affrontare le difficoltà, perché costruire storie che non mi appartengono, perché asciugare lacrime in altre lingue, perché viaggiare per mari burrascosi su una canoa…
La mia vita di donna consacrata e missionaria ad gentes è reale, possibile, esiste, perché Dio c’è, mi ama, mi ha scelta e mi manda ai suoi figli.
Andare a dirlo a tutto il mondo, con la vita e anche con le parole, è un imperativo. Come diceva San Paolo, “non posso non far conoscere Cristo”.
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- Foto di suor Anna Maria Gervasoni

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