Amazzonia | “Querida, oh querida”

il: 

28 Marzo 2026

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Fra-Paolo-Maria-Braghini_missione_Amazzonia
Fra-Paolo-Maria-Braghini_missione_Amazzonia

Foto di fra Paolo Maria Braghini

Fra Paolo Maria Braghini, frate minore cappuccino missionario, ha vissuto per tanti anni nell’Alto Solimões. Ecco una sua testimonianza

(a cura di Saverio Orselli)

La vocazione è un dono che ciascuno di noi riceve da Dio e viverla pienamente è l’unica cosa che ci rende felici!

Pace, serenità, gioia sono un po’ di quello che sento nel cuore ogni giorno rinnovando il mio “sì” come frate, sacerdote e missionario. Come cappuccini, accogliendo l’invito di Gesù e di san Francesco ad andare per il mondo intero, due a due in fraternità, siamo missionari ovunque.

Tuttavia, tra i tanti frati presenti in Amazzonia, mi sento privilegiato per essere stato inviato nella riserva “EWARE”, l’unica fraternità latinoamericana che non solo visita gli indigeni partendo dalla città, ma che vive stabilmente con loro, nel cuore della foresta, loro territorio sacro.

Ascoltare soltanto

Per secoli, in Brasile, noi cappuccini visitavamo i villaggi in pericolosi ed estenuanti viaggi chiamati “desobrigas” (dal verbo desobrigar, “togliere l’obbligo” religioso di ricevere i sacramenti una volta all’anno).

Dalla difficilissima missione equatoriale dell’Alto Solimões (frontiera brasiliana con Perù e Colombia, dove i missionari fin dal 1909 vivevano e spesso morivano giovani), il vescovo cappuccino fra Adalberto Marzi, nel 1962, partecipò al Concilio Vaticano II a Roma, da cui ritornò con una straordinaria ispirazione: fondare una parrocchia solo per gli indios, per non forzarli più ad entrare in una “Chiesa stile europeo” e aiutarli così a crescere come Chiesa con volto proprio, conservando la propria originalità, lingua e cultura.

Il 4 ottobre 1971, nacque la Parrocchia San Francesco di Assisi, non in città come le altre Parrocchie ma nella foresta, nel villaggio “Belém do Solimões”, tra Ticuna e Kokama. L’inizio non fu facile: dal 1991 al 2006, Belém rimase abbandonata.

Fu a questo punto che alcuni di noi frati fummo scelti (oggi direi privilegiati) per vivere tra gli “indios”, i non amati della regione, abbandonati, esclusi, vittime di fortissimi preconcetti e marginalizzazione… vero razzismo, che li taccia di essere pericolosi, arretrati, primitivi, violenti e la lista potrebbe continuare a lungo. La parola “indios” è carica di colonialismo europeo, schiavitù, sfruttamento che purtroppo perdura in nuove forme di colonialismo. La parola giusta quindi è “indigeni” e “popoli indigeni”.

Prima di imbarcarmi come nuovo Parroco per Belém, con la piccola fraternità – con un solo sacerdote – il vescovo, fra Alcimar Magalhães, un po’ imbarazzato, mi disse con la sua saggia semplicità: «Figlio mio, non so bene cosa dirti, vai e lo Spirito del Signore ti illuminerà…». Ma dopo quindici anni di abbandono c’era solo da ricominciare tutto da zero.

Al villaggio, ovviamente, nessuna cerimonia ci ha accolto, tante sfide sì. Abbiamo dovuto dormire per mesi su una barca di legno prestata, ricostruire casa e chiesa che poco dopo il fiume ha distrutto, scoprire il territorio parrocchiale con i suoi villaggi (nessuno sapeva quanti fossero), imparare una delle più difficili lingue isolate, il Ticuna, superare la diffidenza verso di noi ‘bianchi’, minaccia secolare per gli indigeni, conoscere una cultura così diversa e demonizzata dalle Chiese Pentecostali…

Grazie a Dio, la saggezza dei nostri missionari ci ha salvato: a noi giovani frati (tra cui io, con la mentalità europea di voler fare e risolvere tutto, subito, in fretta) che stavamo approdando all’EWARE – “Terra Santa” di un popolo sconosciuto – affidarono poche semplici parole materne:

«Per un anno ascoltate soltanto, senza parlare e giudicare» e «in Amazzonia sono necessarie tre virtù: pazienza, pazienza ed ancora pazienza!».

Fonte

Immagine

  • Foto di fra Paolo Maria Braghini

Fra Paolo Maria Braghini, frate minore cappuccino missionario, ha vissuto per tanti anni nell’Alto Solimões. Ecco una sua testimonianza

(a cura di Saverio Orselli)

La vocazione è un dono che ciascuno di noi riceve da Dio e viverla pienamente è l’unica cosa che ci rende felici!

Pace, serenità, gioia sono un po’ di quello che sento nel cuore ogni giorno rinnovando il mio “sì” come frate, sacerdote e missionario. Come cappuccini, accogliendo l’invito di Gesù e di san Francesco ad andare per il mondo intero, due a due in fraternità, siamo missionari ovunque.

Tuttavia, tra i tanti frati presenti in Amazzonia, mi sento privilegiato per essere stato inviato nella riserva “EWARE”, l’unica fraternità latinoamericana che non solo visita gli indigeni partendo dalla città, ma che vive stabilmente con loro, nel cuore della foresta, loro territorio sacro.

Ascoltare soltanto

Per secoli, in Brasile, noi cappuccini visitavamo i villaggi in pericolosi ed estenuanti viaggi chiamati “desobrigas” (dal verbo desobrigar, “togliere l’obbligo” religioso di ricevere i sacramenti una volta all’anno).

Dalla difficilissima missione equatoriale dell’Alto Solimões (frontiera brasiliana con Perù e Colombia, dove i missionari fin dal 1909 vivevano e spesso morivano giovani), il vescovo cappuccino fra Adalberto Marzi, nel 1962, partecipò al Concilio Vaticano II a Roma, da cui ritornò con una straordinaria ispirazione: fondare una parrocchia solo per gli indios, per non forzarli più ad entrare in una “Chiesa stile europeo” e aiutarli così a crescere come Chiesa con volto proprio, conservando la propria originalità, lingua e cultura.

Il 4 ottobre 1971, nacque la Parrocchia San Francesco di Assisi, non in città come le altre Parrocchie ma nella foresta, nel villaggio “Belém do Solimões”, tra Ticuna e Kokama. L’inizio non fu facile: dal 1991 al 2006, Belém rimase abbandonata.

Fu a questo punto che alcuni di noi frati fummo scelti (oggi direi privilegiati) per vivere tra gli “indios”, i non amati della regione, abbandonati, esclusi, vittime di fortissimi preconcetti e marginalizzazione… vero razzismo, che li taccia di essere pericolosi, arretrati, primitivi, violenti e la lista potrebbe continuare a lungo. La parola “indios” è carica di colonialismo europeo, schiavitù, sfruttamento che purtroppo perdura in nuove forme di colonialismo. La parola giusta quindi è “indigeni” e “popoli indigeni”.

Prima di imbarcarmi come nuovo Parroco per Belém, con la piccola fraternità – con un solo sacerdote – il vescovo, fra Alcimar Magalhães, un po’ imbarazzato, mi disse con la sua saggia semplicità: «Figlio mio, non so bene cosa dirti, vai e lo Spirito del Signore ti illuminerà…». Ma dopo quindici anni di abbandono c’era solo da ricominciare tutto da zero.

Al villaggio, ovviamente, nessuna cerimonia ci ha accolto, tante sfide sì. Abbiamo dovuto dormire per mesi su una barca di legno prestata, ricostruire casa e chiesa che poco dopo il fiume ha distrutto, scoprire il territorio parrocchiale con i suoi villaggi (nessuno sapeva quanti fossero), imparare una delle più difficili lingue isolate, il Ticuna, superare la diffidenza verso di noi ‘bianchi’, minaccia secolare per gli indigeni, conoscere una cultura così diversa e demonizzata dalle Chiese Pentecostali…

Grazie a Dio, la saggezza dei nostri missionari ci ha salvato: a noi giovani frati (tra cui io, con la mentalità europea di voler fare e risolvere tutto, subito, in fretta) che stavamo approdando all’EWARE – “Terra Santa” di un popolo sconosciuto – affidarono poche semplici parole materne:

«Per un anno ascoltate soltanto, senza parlare e giudicare» e «in Amazzonia sono necessarie tre virtù: pazienza, pazienza ed ancora pazienza!».

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  • Foto di fra Paolo Maria Braghini
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Foto di fra Paolo Maria Braghini

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