Le finestre degli altri

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5 Gennaio 2026

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Foto di Massimo Buccarello

Ogni casa ha una storia da raccontare e lo sguardo delicato e misericordioso attraverso le loro finestre ci restituisce pezzi di vita

Le case parlano, anche quando sembrano chiuse. Lo fanno attraverso le finestre illuminate, attraverso le luci accese fino a tardi, i rumori che filtrano, le ombre che si muovono all’interno. Da fuori, tuttavia, ciò che accade dentro resta in gran parte invisibile. Il dolore, la fatica, la paura raramente trapelano in modo evidente. E anche quando vengono intuiti, non sempre trovano ascolto o possibilità di intervento.

La casa è uno spazio complesso: luogo di protezione e di intimità, ma anche teatro di tensioni, conflitti e solitudini. È il centro della vita quotidiana, soprattutto per chi vi trascorre molto tempo: bambini, anziani, persone in condizioni di fragilità. In essa si concentrano relazioni, aspettative, silenzi. Non tutte le case offrono rifugio; alcune trattengono, altre isolano, altre ancora rendono invisibili le difficoltà di chi le abita.

Nei momenti di serenità lo sguardo tende ad allargarsi, a sollevarsi verso l’esterno. Nei momenti più difficili, invece, si posa spesso sulle finestre delle altre abitazioni, come se in esse potesse esistere una possibilità di confronto, di sostegno, di via d’uscita. Le finestre diventano così soglie simboliche: aperture su mondi intimi, che possono essere luoghi di cura o di sofferenza, di stabilità o di precarietà.

Ogni casa abitata, anche la più isolata, fa parte di una comunità. È un nodo di relazioni, visibili o invisibili, riconosciute o negate. Le abitazioni non sono mai neutre: raccontano condizioni materiali, storie familiari, equilibri fragili. Una casa disabitata appare spettrale; una casa abitata, invece, non riesce mai a nascondere del tutto ciò che accade al suo interno.

Entrare in una casa, nell’ambito del lavoro sociale e della mediazione, significa attraversare una soglia che non è solo fisica. È un passaggio relazionale, carico di implicazioni etiche e simboliche. Ogni abitazione custodisce un equilibrio fragile tra ciò che viene mostrato e ciò che resta nascosto; ogni incontro domiciliare mette in gioco asimmetrie di potere, aspettative, timori di giudizio. L’ascolto, in questo contesto, non è mai neutro: può aprire spazi di fiducia oppure irrigidire ulteriormente chiusure già presenti.

Per questo motivo, le abitazioni non possono essere considerate semplicemente come luoghi dell’intervento, ma come mondi complessi, attraversati da storie, relazioni e fragilità differenti. Le finestre illuminate, che da fuori segnalano presenza e vita, nascondono condizioni molto eterogenee, che richiedono sguardi differenziati e modalità di avvicinamento attente, rispettose e non giudicanti.

È a partire da questa prospettiva che diventa possibile distinguere, senza semplificazioni, alcune tipologie ricorrenti di situazioni abitative incontrate nel lavoro sul territorio.

Alcune di queste case isolate ospitano famiglie che rifiutano di parlare con gli altri. Chiuse in sé stesse, non riconoscono la comunità che le circonda ed entrano in conflitto con essa. Eppure, anche in questi contesti, resta aperta una possibilità minima: un canale, una soglia, un legame potenziale. Anche quando si tratta di abitazioni al limite della decenza, poco curate, umide, segnate dalla precarietà, rimangono comunque spazi che offrono riparo e una base minima da cui partire per costruire una relazione.

Altre case sono confortevoli, calde, dotate di tutti i servizi, prive di mancanze apparenti. Tuttavia, sono abitate da persone che vivono una condizione di sopravvivenza emotiva: anziani soli, autosufficienti, ma piegati dalla solitudine. Sopravvissuti a legami interrotti, a figli lontani o scomparsi, trascorrono le giornate davanti a un televisore che riempie il tempo, mentre il silenzio relazionale cresce.

Vi sono poi abitazioni segnate da famiglie spezzate o piegate dai molteplici inciampi della vita. Case che tengono insieme persone che non riescono più, o non vogliono più, stare insieme. Case che obbligano a una convivenza forzata, quando forse la distanza sarebbe una forma di protezione. In questi spazi si consumano dolori spesso invisibili, difficili da nominare.

L’ascolto nelle abitazioni è sempre un ascolto delicato, perché implica un’intrusione. Ogni parola può essere percepita come giudizio; ogni sguardo come controllo. Osservare l’ambiente domestico, commentare abitudini quotidiane, affrontare temi legati alla cura dei figli o alla salute richiede un alto livello di fiducia, una fiducia che può essere costruita lentamente e che può andare perduta in un attimo.

Entrare in una casa dove due genitori non riescono più a gestire un figlio preda delle dipendenze è un’operazione fragile, esposta al fallimento. Sfogliare l’album di fotografie di una coppia di anziani segnata da una vita di perdite è un atto che richiede una forma di “chirurgia emozionale”. In questi contesti, la competenza tecnica non è mai sufficiente senza una profonda attenzione etica e relazionale.

Entrare in queste case con delicatezza è difficile. È possibile solo attraverso il rispetto, il tatto e la consapevolezza del proprio ruolo.

È da qui che prende forma un intervento capace non solo di osservare, ma di accompagnare; non solo di rilevare bisogni, ma di riconoscere persone.

“Il calore del latte appena munto, la luce delle stelle lontane, il conforto dell’allegria possono sciogliere il gelo dei sentimenti”

Immagine

  • Foto di Massimo Buccarello***

*** Presidente della Coop iPad Mediterranean, braccio operativo della Caritas di Ugento – S. Maria di Leuca (Le)

Ogni casa ha una storia da raccontare e lo sguardo delicato e misericordioso attraverso le loro finestre ci restituisce pezzi di vita

Le case parlano, anche quando sembrano chiuse. Lo fanno attraverso le finestre illuminate, attraverso le luci accese fino a tardi, i rumori che filtrano, le ombre che si muovono all’interno. Da fuori, tuttavia, ciò che accade dentro resta in gran parte invisibile. Il dolore, la fatica, la paura raramente trapelano in modo evidente. E anche quando vengono intuiti, non sempre trovano ascolto o possibilità di intervento.

La casa è uno spazio complesso: luogo di protezione e di intimità, ma anche teatro di tensioni, conflitti e solitudini. È il centro della vita quotidiana, soprattutto per chi vi trascorre molto tempo: bambini, anziani, persone in condizioni di fragilità. In essa si concentrano relazioni, aspettative, silenzi. Non tutte le case offrono rifugio; alcune trattengono, altre isolano, altre ancora rendono invisibili le difficoltà di chi le abita.

Nei momenti di serenità lo sguardo tende ad allargarsi, a sollevarsi verso l’esterno. Nei momenti più difficili, invece, si posa spesso sulle finestre delle altre abitazioni, come se in esse potesse esistere una possibilità di confronto, di sostegno, di via d’uscita. Le finestre diventano così soglie simboliche: aperture su mondi intimi, che possono essere luoghi di cura o di sofferenza, di stabilità o di precarietà.

Ogni casa abitata, anche la più isolata, fa parte di una comunità. È un nodo di relazioni, visibili o invisibili, riconosciute o negate. Le abitazioni non sono mai neutre: raccontano condizioni materiali, storie familiari, equilibri fragili. Una casa disabitata appare spettrale; una casa abitata, invece, non riesce mai a nascondere del tutto ciò che accade al suo interno.

Entrare in una casa, nell’ambito del lavoro sociale e della mediazione, significa attraversare una soglia che non è solo fisica. È un passaggio relazionale, carico di implicazioni etiche e simboliche. Ogni abitazione custodisce un equilibrio fragile tra ciò che viene mostrato e ciò che resta nascosto; ogni incontro domiciliare mette in gioco asimmetrie di potere, aspettative, timori di giudizio. L’ascolto, in questo contesto, non è mai neutro: può aprire spazi di fiducia oppure irrigidire ulteriormente chiusure già presenti.

Per questo motivo, le abitazioni non possono essere considerate semplicemente come luoghi dell’intervento, ma come mondi complessi, attraversati da storie, relazioni e fragilità differenti. Le finestre illuminate, che da fuori segnalano presenza e vita, nascondono condizioni molto eterogenee, che richiedono sguardi differenziati e modalità di avvicinamento attente, rispettose e non giudicanti.

È a partire da questa prospettiva che diventa possibile distinguere, senza semplificazioni, alcune tipologie ricorrenti di situazioni abitative incontrate nel lavoro sul territorio.

Alcune di queste case isolate ospitano famiglie che rifiutano di parlare con gli altri. Chiuse in sé stesse, non riconoscono la comunità che le circonda ed entrano in conflitto con essa. Eppure, anche in questi contesti, resta aperta una possibilità minima: un canale, una soglia, un legame potenziale. Anche quando si tratta di abitazioni al limite della decenza, poco curate, umide, segnate dalla precarietà, rimangono comunque spazi che offrono riparo e una base minima da cui partire per costruire una relazione.

Altre case sono confortevoli, calde, dotate di tutti i servizi, prive di mancanze apparenti. Tuttavia, sono abitate da persone che vivono una condizione di sopravvivenza emotiva: anziani soli, autosufficienti, ma piegati dalla solitudine. Sopravvissuti a legami interrotti, a figli lontani o scomparsi, trascorrono le giornate davanti a un televisore che riempie il tempo, mentre il silenzio relazionale cresce.

Vi sono poi abitazioni segnate da famiglie spezzate o piegate dai molteplici inciampi della vita. Case che tengono insieme persone che non riescono più, o non vogliono più, stare insieme. Case che obbligano a una convivenza forzata, quando forse la distanza sarebbe una forma di protezione. In questi spazi si consumano dolori spesso invisibili, difficili da nominare.

L’ascolto nelle abitazioni è sempre un ascolto delicato, perché implica un’intrusione. Ogni parola può essere percepita come giudizio; ogni sguardo come controllo. Osservare l’ambiente domestico, commentare abitudini quotidiane, affrontare temi legati alla cura dei figli o alla salute richiede un alto livello di fiducia, una fiducia che può essere costruita lentamente e che può andare perduta in un attimo.

Entrare in una casa dove due genitori non riescono più a gestire un figlio preda delle dipendenze è un’operazione fragile, esposta al fallimento. Sfogliare l’album di fotografie di una coppia di anziani segnata da una vita di perdite è un atto che richiede una forma di “chirurgia emozionale”. In questi contesti, la competenza tecnica non è mai sufficiente senza una profonda attenzione etica e relazionale.

Entrare in queste case con delicatezza è difficile. È possibile solo attraverso il rispetto, il tatto e la consapevolezza del proprio ruolo.

È da qui che prende forma un intervento capace non solo di osservare, ma di accompagnare; non solo di rilevare bisogni, ma di riconoscere persone.

“Il calore del latte appena munto, la luce delle stelle lontane, il conforto dell’allegria possono sciogliere il gelo dei sentimenti”

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  • Foto di Massimo Buccarello***

*** Presidente della Coop iPad Mediterranean, braccio operativo della Caritas di Ugento – S. Maria di Leuca (Le)

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Foto di Massimo Buccarello

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