Uriel | Una storia di dolore e di speranza

Foto di don Marco Giudici
Dalla diocesi di Abengourou, in Costa d’Avorio, ci racconta una storia misericordiosa don Marco Giudici, fidei donum della diocesi di Bergamo
(di don Marco Giudici)
Uriel ha otto anni, è sveglio, vivace, con uno sguardo pieno di curiosità e una voglia immensa di vivere. Come tutti i bambini della sua età, non riesce a stare fermo: ama correre, giocare, ridere con gli amici.
Ma un giorno, durante un semplice gioco, qualcosa cambia per sempre.
Una ferita dietro al ginocchio, probabilmente causata da un chiodo arrugginito, segna l’inizio del suo calvario. I genitori, forse per ignoranza o per mancanza di risorse, scelgono di non portarlo subito in un centro medico. Si affidano invece a un guaritore tradizionale, che con erbe e riti antichi cerca di curare la ferita.
Passano i mesi, e quando finalmente il guaritore dichiara che il male è sconfitto, il danno ormai è fatto: il muscolo gastrocnemio si è fuso con il bicipite femorale, costringendo la gamba di Uriel a restare permanentemente piegata.
Il padre, disperato, si presenta un giorno alla missione chiedendo aiuto per il figlio.
Gli occhi di Uriel parlano da soli: chiedono, implorano, vogliono solo una cosa — tornare a correre.
Comincia così un percorso lungo e doloroso. Uriel viene portato all’ospedale di Agnibilekrou. Il chirurgo è chiaro: il primo passo è un intervento per separare i tessuti e permettere alla gamba di distendersi. L’operazione ha successo, ma la pelle è troppo compromessa per rimarginarsi da sola. Serve un trapianto.
Inizia allora un periodo di grande incertezza. L’ospedale locale non dispone degli strumenti necessari per questo tipo di intervento e la ferita, vasta e vulnerabile, rischia di infettarsi. Ogni cambio di medicazione è una tortura per Uriel. Dopo settimane di ricerche arriva finalmente una buona notizia: a circa 200 km di distanza esiste un vecchio lebbrosario, specializzato nella cura delle malattie della pelle. È lì che si potrà procedere con il trapianto cutaneo.
L’intervento riesce, ma il recupero è lento e complesso. La pelle fatica ad attecchire, e Uriel è costretto a rimanere ricoverato per mesi. Anche dopo la dimissione, ha bisogno di continue medicazioni e fisioterapia per cercare di ridare mobilità alla gamba, che ormai sembra quasi un tronco avvolto in una spessa corteccia.
Ma Uriel non si arrende. Nonostante tutto, continua a giocare, correre, sognare.
Purtroppo, questi slanci di normalità aggravano le sue condizioni: la pelle si lacera in ulcere sempre più difficili da curare. È necessario tornare al lebbrosario, dove i medici confermano la necessità di un nuovo intervento, non solo alla gamba, ma anche all’articolazione della caviglia.
Ad oggi, Uriel è ricoverato da oltre quattro mesi. Il cammino verso la guarigione è ancora lungo e incerto, ma il suo desiderio resta intatto: tornare a correre insieme ai suoi amici, libero, come ogni bambino dovrebbe poter essere.
Questa è la storia di Uriel, una storia di dolore ma anche di speranza. Una storia che ci ricorda quanto possa essere prezioso e fragile, al tempo stesso, il diritto all’infanzia.
Immagine
- Foto di don Marco Giudici
Dalla diocesi di Abengourou, in Costa d’Avorio, ci racconta una storia misericordiosa don Marco Giudici, fidei donum della diocesi di Bergamo
(di don Marco Giudici)
Uriel ha otto anni, è sveglio, vivace, con uno sguardo pieno di curiosità e una voglia immensa di vivere. Come tutti i bambini della sua età, non riesce a stare fermo: ama correre, giocare, ridere con gli amici.
Ma un giorno, durante un semplice gioco, qualcosa cambia per sempre.
Una ferita dietro al ginocchio, probabilmente causata da un chiodo arrugginito, segna l’inizio del suo calvario. I genitori, forse per ignoranza o per mancanza di risorse, scelgono di non portarlo subito in un centro medico. Si affidano invece a un guaritore tradizionale, che con erbe e riti antichi cerca di curare la ferita.
Passano i mesi, e quando finalmente il guaritore dichiara che il male è sconfitto, il danno ormai è fatto: il muscolo gastrocnemio si è fuso con il bicipite femorale, costringendo la gamba di Uriel a restare permanentemente piegata.
Il padre, disperato, si presenta un giorno alla missione chiedendo aiuto per il figlio.
Gli occhi di Uriel parlano da soli: chiedono, implorano, vogliono solo una cosa — tornare a correre.
Comincia così un percorso lungo e doloroso. Uriel viene portato all’ospedale di Agnibilekrou. Il chirurgo è chiaro: il primo passo è un intervento per separare i tessuti e permettere alla gamba di distendersi. L’operazione ha successo, ma la pelle è troppo compromessa per rimarginarsi da sola. Serve un trapianto.
Inizia allora un periodo di grande incertezza. L’ospedale locale non dispone degli strumenti necessari per questo tipo di intervento e la ferita, vasta e vulnerabile, rischia di infettarsi. Ogni cambio di medicazione è una tortura per Uriel. Dopo settimane di ricerche arriva finalmente una buona notizia: a circa 200 km di distanza esiste un vecchio lebbrosario, specializzato nella cura delle malattie della pelle. È lì che si potrà procedere con il trapianto cutaneo.
L’intervento riesce, ma il recupero è lento e complesso. La pelle fatica ad attecchire, e Uriel è costretto a rimanere ricoverato per mesi. Anche dopo la dimissione, ha bisogno di continue medicazioni e fisioterapia per cercare di ridare mobilità alla gamba, che ormai sembra quasi un tronco avvolto in una spessa corteccia.
Ma Uriel non si arrende. Nonostante tutto, continua a giocare, correre, sognare.
Purtroppo, questi slanci di normalità aggravano le sue condizioni: la pelle si lacera in ulcere sempre più difficili da curare. È necessario tornare al lebbrosario, dove i medici confermano la necessità di un nuovo intervento, non solo alla gamba, ma anche all’articolazione della caviglia.
Ad oggi, Uriel è ricoverato da oltre quattro mesi. Il cammino verso la guarigione è ancora lungo e incerto, ma il suo desiderio resta intatto: tornare a correre insieme ai suoi amici, libero, come ogni bambino dovrebbe poter essere.
Questa è la storia di Uriel, una storia di dolore ma anche di speranza. Una storia che ci ricorda quanto possa essere prezioso e fragile, al tempo stesso, il diritto all’infanzia.
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- Foto di don Marco Giudici

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