Il Papa in Africa: il futuro appartiene alle persone di pace

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16 Aprile 2026

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Papa Leone XIV in Algeria invita al perdono per costruire una pace duratura in tutte le nazioni

«Il futuro appartiene alle persone di pace» è il messaggio di Papa Leone in Africa, che omaggia i martiri della lotta per l’indipendenza algerina «Maqam Echahid», appena sbarcato dall’aereo il 13 aprile 2026 nella terra di Sant’Agostino, prima tappa del viaggio e successive tappe in Camerun, Angola, Guinea Bissau. Al monumento, inaugurato nel febbraio 1982, ventesimo anniversario dell’indipendenza, Leone XIV si presenta come «successore dell’apostolo Pietro e come fratello di fronte a un Paese grande in cui albergano amicizia, fiducia, solidarietà, che non sono parole, ma valori che contano e danno calore e solidità al vivere insieme».

Riconosce che l’Algeria ha superato momenti difficili e violenti – e il riferimento è anche al martirio dei monaci di Tibhrine – e rende omaggio «a un popolo che ha lottato per l’indipendenza, la dignità e la sovranità della Nazione»; ricorda che Dio «desidera per ogni nazione la pace, che non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di dignità ed è possibile solo nel perdono perché la vera lotta di liberazione sarà definitivamente vinta solo quando ci sarà finalmente la pace nei cuori». Mentre si moltiplicano nel mondo, «non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione. Il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace. La giustizia trionferà sull’ingiustizia e la violenza, al di là di ogni apparenza, non avrà mai l’ultima parola. In questa terra, crocevia di culture e religioni, il rispetto reciproco rappresenta la via perché i popoli possano camminare insieme».

Nota «il posto centrale» e il grande patrimonio culturale che l’Algeria dà alla fede: «Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera. Il nostro mondo ha bisogno di credenti di uomini e donne di fede, assetati di giustizia e di unità». Chiede di «dichiararci ed essere sempre fratelli tra noi e figli di Dio. Chi va in cerca di ricchezze che illudono e deludono, e spesso corrompono il cuore e generano invidie, rivalità, conflitti» ricordi che Gesù ha chiesto: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero ma perderà la propria vita?» (Matteo 16,26) e legge le Beatitudini (Matteo 5,3-12).

Nessun bagno di folla perché i cattolici sono una sparuta minoranza

Il cardinale arcivescovo di Algeri Jean-Paul Vesco elogia il popolo algerino «fiero e allo stesso tempo gravato dal peso di una storia dolorosa e ferita, un popolo incredibilmente giovane, variegato, assetato di incontri».

I giornalisti al seguito aspettano, e non può mancare la risposta, pacata e ragionevole, del Papa statunitense agli sguaiati attacchi del presidente americano Donald John Trump. «Le persone potranno trarre le proprie conclusioni: io non sono un politico, non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui. Piuttosto cerchiamo sempre la pace e smettiamola con le guerre. Non ho paura dell’amministrazione Trump: io parlo del Vangelo e non sono un politico. Continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra, a cercare di promuovere la pace e il dialogo multilaterale tra gli Stati per cercare la giusta soluzione ai problemi. Il messaggio della Chiesa è quello del Vangelo. Non guardo al mio ruolo come un politico e non voglio entrare in un dibattito con lui».

Il viaggio è un’opportunità per promuovere pace e riconciliazione

Al corpo diplomatico e alla società civile spiega: «Vengo in mezzo a voi come pellegrino di pace». È la pace il tema centrale della visita e in francese chiede un ordine mondiale che non metta da parte gli esclusi; esalta chi non si lascia «accecare dal potere e dalla ricchezza»; ricorda i suoi due precedenti viaggi in Algeria, nel 2001 e nel 2013, ad Annaba (Ippona), l’antica diocesi di Sant’Agostino, cui si ispira l’ordine religioso di cui il Papa è stato anche superiore generale. Esorta: «In un mondo pieno di scontri e incomprensioni, incontriamoci e cerchiamo di comprenderci, riconoscendo che siamo una sola famiglia! Questa consapevolezza è la chiave per aprire molte porte chiuse». Si appella ai valori del popolo algerino, all’ospitalità e all’elemosina. Eppure «molte società che si credono avanzate precipitano sempre più nella diseguaglianza e nell’esclusione, mentre persone e organizzazioni che dominano sugli altri distruggono il mondo. E l’Africa lo sa bene». È categorico: «La vera forza di un Paese è data dalla cooperazione di tutti alla realizzazione del bene comune; le autorità sono chiamate non a dominare, ma a servire il popolo e il suo sviluppo». Impegna la piccola comunità cristiana «a rafforzare la sua identità di ponte fra Nord e Sud, fra Oriente e Occidente, tra Mediterraneo e Sahara».

Dopo essersi tolto le scarpe il Vescovo di Roma entra Grande Moschea e vi rimane 10 minuti in riflessione silenziosa

Rilancia l’invito al rispetto reciproco e per la dignità di ogni persona, a essere promotori di pace e di perdono. La moschea è maestosa, 27 ettari dinanzi alla baia di Algeri, terza al mondo dopo La Mecca e Medina, capace di ospitare 120 mila persone. Papa Prevost è alla seconda visita dopo la Moschea Blu di Istanbul nel novembre 2025. Cita Sant’Agostino, che ha ricercato la verità: «Cercare Dio è riconoscere anche l’immagine di Dio in ogni creatura, figlio di Dio, in ogni uomo e donna creati nell’immagine e somiglianza di Dio». Firma il libro degli ospiti: «Possa la misericordia dell’Altissimo preservare il nobile popolo algerino e l’intera famiglia umana nella pace e nella libertà».

Per il Pontefice agostiniano è un ritorno a casa, alle radici della fede e di sua vocazione la visita al sito archeologico della città di cui Agostino fu vescovo (396-430) l’antica Ippona, oggi Annaba. Qui morì a 75 anni: fu tumulato nella basilica ma, per sottrarlo alle profanazioni, il corpo fu trasferito a Cagliari e nel 723, recuperato dal re longobardo Liutprando, che le fece traslare a Pavia e custodire nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, dove andrà il 20 giugno.

Nonostante la pioggia battente, ha attraversato gli scavi e ha deposto una corona di fiori, mentre una corale intonava i canti, in latino, berbero e arabo, basati su testi di Sant’Agostino dedicati alla pace e alla fratellanza.

Poi a Lala Bouna, la collina di Annaba, visita la casa «Ma Maison», che accoglie gli anziani musulmani ed è gestita da 9 suore francesi delle Piccole Sorelle dei poveri: una quarantina di uomini e donne che, per età o malattia, sono relegati ai margini del perimetro sociale. La scena allarga il cuore di Leone: «Allora c’è speranza! Il cuore di Dio non è con i malvagi e i prepotenti, ma con i piccoli e gli umili. Il cuore di Dio è straziato da guerre, violenze, ingiustizie e menzogne».

È accolto da canti e applausi e «zagharit», il grido di esultanza delle donne arabe e africane. Tra loro in pensione anche l’arcivescovo emerito di Algeri, mons. Paul Desfarges. La superiora, suor Philomena Peter, dà il «marhaban, benvenuto» al Vescovo di Roma. Seguono le testimonianze degli ospiti: l’arcivescovo emerito Desfarges ricorda di aver accolto l’allora padre Prevost, superiore generale degli Agostiniani, all’inaugurazione della basilica di Sant’Agostino, «splendidamente restaurata». Si dice testimone della «tenerezza» e la visita papale «conferma la Casa nella sua bella missione di testimoniare l’amore gratuito di Dio per tutti i suoi figli, e soprattutto per i più poveri».

«Parole toccanti» risponde il Pontefice: «Penso che il Signore, dal Cielo, vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, possa pensare: allora c’è speranza».

La visita in Algeria finisce

Il 15 aprile, prima della cerimonia di congedo all’aeroporto di Algeri, ha un breve incontro privato con il presidente Abdelmadjid Tebboune. Poi l’aereo decolla verso Yaoundé, dove atterra dopo cinque ore di volo.

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Papa Leone XIV in Algeria invita al perdono per costruire una pace duratura in tutte le nazioni

«Il futuro appartiene alle persone di pace» è il messaggio di Papa Leone in Africa, che omaggia i martiri della lotta per l’indipendenza algerina «Maqam Echahid», appena sbarcato dall’aereo il 13 aprile 2026 nella terra di Sant’Agostino, prima tappa del viaggio e successive tappe in Camerun, Angola, Guinea Bissau. Al monumento, inaugurato nel febbraio 1982, ventesimo anniversario dell’indipendenza, Leone XIV si presenta come «successore dell’apostolo Pietro e come fratello di fronte a un Paese grande in cui albergano amicizia, fiducia, solidarietà, che non sono parole, ma valori che contano e danno calore e solidità al vivere insieme».

Riconosce che l’Algeria ha superato momenti difficili e violenti – e il riferimento è anche al martirio dei monaci di Tibhrine – e rende omaggio «a un popolo che ha lottato per l’indipendenza, la dignità e la sovranità della Nazione»; ricorda che Dio «desidera per ogni nazione la pace, che non è solo assenza di conflitto, ma espressione di giustizia e di dignità ed è possibile solo nel perdono perché la vera lotta di liberazione sarà definitivamente vinta solo quando ci sarà finalmente la pace nei cuori». Mentre si moltiplicano nel mondo, «non si può aggiungere risentimento a risentimento, di generazione in generazione. Il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace. La giustizia trionferà sull’ingiustizia e la violenza, al di là di ogni apparenza, non avrà mai l’ultima parola. In questa terra, crocevia di culture e religioni, il rispetto reciproco rappresenta la via perché i popoli possano camminare insieme».

Nota «il posto centrale» e il grande patrimonio culturale che l’Algeria dà alla fede: «Un popolo che ama Dio possiede la ricchezza più vera. Il nostro mondo ha bisogno di credenti di uomini e donne di fede, assetati di giustizia e di unità». Chiede di «dichiararci ed essere sempre fratelli tra noi e figli di Dio. Chi va in cerca di ricchezze che illudono e deludono, e spesso corrompono il cuore e generano invidie, rivalità, conflitti» ricordi che Gesù ha chiesto: «Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero ma perderà la propria vita?» (Matteo 16,26) e legge le Beatitudini (Matteo 5,3-12).

Nessun bagno di folla perché i cattolici sono una sparuta minoranza

Il cardinale arcivescovo di Algeri Jean-Paul Vesco elogia il popolo algerino «fiero e allo stesso tempo gravato dal peso di una storia dolorosa e ferita, un popolo incredibilmente giovane, variegato, assetato di incontri».

I giornalisti al seguito aspettano, e non può mancare la risposta, pacata e ragionevole, del Papa statunitense agli sguaiati attacchi del presidente americano Donald John Trump. «Le persone potranno trarre le proprie conclusioni: io non sono un politico, non ho intenzione di entrare in un dibattito con lui. Piuttosto cerchiamo sempre la pace e smettiamola con le guerre. Non ho paura dell’amministrazione Trump: io parlo del Vangelo e non sono un politico. Continuerò a parlare ad alta voce contro la guerra, a cercare di promuovere la pace e il dialogo multilaterale tra gli Stati per cercare la giusta soluzione ai problemi. Il messaggio della Chiesa è quello del Vangelo. Non guardo al mio ruolo come un politico e non voglio entrare in un dibattito con lui».

Il viaggio è un’opportunità per promuovere pace e riconciliazione

Al corpo diplomatico e alla società civile spiega: «Vengo in mezzo a voi come pellegrino di pace». È la pace il tema centrale della visita e in francese chiede un ordine mondiale che non metta da parte gli esclusi; esalta chi non si lascia «accecare dal potere e dalla ricchezza»; ricorda i suoi due precedenti viaggi in Algeria, nel 2001 e nel 2013, ad Annaba (Ippona), l’antica diocesi di Sant’Agostino, cui si ispira l’ordine religioso di cui il Papa è stato anche superiore generale. Esorta: «In un mondo pieno di scontri e incomprensioni, incontriamoci e cerchiamo di comprenderci, riconoscendo che siamo una sola famiglia! Questa consapevolezza è la chiave per aprire molte porte chiuse». Si appella ai valori del popolo algerino, all’ospitalità e all’elemosina. Eppure «molte società che si credono avanzate precipitano sempre più nella diseguaglianza e nell’esclusione, mentre persone e organizzazioni che dominano sugli altri distruggono il mondo. E l’Africa lo sa bene». È categorico: «La vera forza di un Paese è data dalla cooperazione di tutti alla realizzazione del bene comune; le autorità sono chiamate non a dominare, ma a servire il popolo e il suo sviluppo». Impegna la piccola comunità cristiana «a rafforzare la sua identità di ponte fra Nord e Sud, fra Oriente e Occidente, tra Mediterraneo e Sahara».

Dopo essersi tolto le scarpe il Vescovo di Roma entra Grande Moschea e vi rimane 10 minuti in riflessione silenziosa

Rilancia l’invito al rispetto reciproco e per la dignità di ogni persona, a essere promotori di pace e di perdono. La moschea è maestosa, 27 ettari dinanzi alla baia di Algeri, terza al mondo dopo La Mecca e Medina, capace di ospitare 120 mila persone. Papa Prevost è alla seconda visita dopo la Moschea Blu di Istanbul nel novembre 2025. Cita Sant’Agostino, che ha ricercato la verità: «Cercare Dio è riconoscere anche l’immagine di Dio in ogni creatura, figlio di Dio, in ogni uomo e donna creati nell’immagine e somiglianza di Dio». Firma il libro degli ospiti: «Possa la misericordia dell’Altissimo preservare il nobile popolo algerino e l’intera famiglia umana nella pace e nella libertà».

Per il Pontefice agostiniano è un ritorno a casa, alle radici della fede e di sua vocazione la visita al sito archeologico della città di cui Agostino fu vescovo (396-430) l’antica Ippona, oggi Annaba. Qui morì a 75 anni: fu tumulato nella basilica ma, per sottrarlo alle profanazioni, il corpo fu trasferito a Cagliari e nel 723, recuperato dal re longobardo Liutprando, che le fece traslare a Pavia e custodire nella basilica di San Pietro in Ciel d’Oro, dove andrà il 20 giugno.

Nonostante la pioggia battente, ha attraversato gli scavi e ha deposto una corona di fiori, mentre una corale intonava i canti, in latino, berbero e arabo, basati su testi di Sant’Agostino dedicati alla pace e alla fratellanza.

Poi a Lala Bouna, la collina di Annaba, visita la casa «Ma Maison», che accoglie gli anziani musulmani ed è gestita da 9 suore francesi delle Piccole Sorelle dei poveri: una quarantina di uomini e donne che, per età o malattia, sono relegati ai margini del perimetro sociale. La scena allarga il cuore di Leone: «Allora c’è speranza! Il cuore di Dio non è con i malvagi e i prepotenti, ma con i piccoli e gli umili. Il cuore di Dio è straziato da guerre, violenze, ingiustizie e menzogne».

È accolto da canti e applausi e «zagharit», il grido di esultanza delle donne arabe e africane. Tra loro in pensione anche l’arcivescovo emerito di Algeri, mons. Paul Desfarges. La superiora, suor Philomena Peter, dà il «marhaban, benvenuto» al Vescovo di Roma. Seguono le testimonianze degli ospiti: l’arcivescovo emerito Desfarges ricorda di aver accolto l’allora padre Prevost, superiore generale degli Agostiniani, all’inaugurazione della basilica di Sant’Agostino, «splendidamente restaurata». Si dice testimone della «tenerezza» e la visita papale «conferma la Casa nella sua bella missione di testimoniare l’amore gratuito di Dio per tutti i suoi figli, e soprattutto per i più poveri».

«Parole toccanti» risponde il Pontefice: «Penso che il Signore, dal Cielo, vedendo una casa come questa, dove si cerca di vivere insieme nella fraternità, possa pensare: allora c’è speranza».

La visita in Algeria finisce

Il 15 aprile, prima della cerimonia di congedo all’aeroporto di Algeri, ha un breve incontro privato con il presidente Abdelmadjid Tebboune. Poi l’aereo decolla verso Yaoundé, dove atterra dopo cinque ore di volo.

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