Gaza, un ospedale per non rassegnarsi alla guerra | L’annuncio della CEI

Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI, in visita in Terra Santa
Durante la visita in Terra Santa, dal 27 al 30 settembre, il segretario generale della CEI, mons. Giuseppe Baturi, ha annunciato un progetto per l’apertura di un ospedale a Gaza, in collaborazione con il Patriarcato Latino di Gerusalemme
In un momento così delicato e doloroso, la Chiesa lancia un segnale forte di vicinanza ai più feriti e abbandonati. Secondo quanto riportato da Vatican News, la CEI ha manifestato l’intenzione di realizzare una struttura ospedaliera a Gaza, per rispondere ai bisogni sanitari gravissimi della popolazione civile.
Le difficoltà dell’area dovute al conflitto rendono urgente un presidio che possa offrire cure, accoglienza, assistenza medica, supporto psicologico, in un contesto dove molte strutture sanitarie sono state danneggiate o rese inagibili.
L’ospedale non vuole essere solo un edificio, ma un segno della presenza solidale della Chiesa: non un gesto simbolico, ma un servizio permanente a favore di chi è più vulnerabile. In questo senso rischi e ostacoli non mancano, ma la decisione testimonia la volontà di non abbandonare le persone alla morte, ma di “essere in prima linea” nella carità.
Il ruolo del Patriarca Pizzaballa e delle visite pastorali
Il progetto dell’ospedale si colloca in continuità con l’impegno che il Patriarca Pizzaballa ha già mostrato in favore della comunità cristiana e della popolazione tutta di Gaza. In diverse occasioni — anche sotto il fuoco del conflitto — egli ha compiuto visite pastorali nell’area, per stare accanto ai fedeli, partecipare alle sofferenze quotidiane, confortare chi è rimasto.
In una delle sue affermazioni più pregnanti, il Patriarca ha detto: “Cristo non è assente da Gaza”: egli è “nel crocifisso dei feriti, sepolto sotto le macerie e tuttavia presente in ogni gesto di misericordia, in ogni mano che consola, in ogni candela accesa nel buio”.
Con queste parole, egli sottolinea che il vero volto della Chiesa in una situazione di guerra non è semplice diplomazia, ma vicinanza reale, compassione attiva, servizio ai più feriti.
Visitare gli infermi: un’opera di misericordia vissuta
L’annuncio dell’ospedale a Gaza assume una valenza ancora più profonda se lo si considera alla luce di una delle sette opere di misericordia corporale, quella di visitare gli infermi.
Questa opera non significa soltanto portare conforto con la presenza, ma anche impegnarsi affinché le condizioni di salute e dignità di chi è malato siano ridotte il meno possibile, che non si resti soli, che si riceva una cura.
Visitare gli infermi secondo il Vangelo vuol dire prendere sul serio il corpo sofferente dell’altro, farsi prossimi nella malattia, rendere visibile la compassione del Signore nei confronti di chi langue. Un ospedale che nasca da questo spirito può essere anche un “luogo di resurrezione” — cioè un punto in cui la speranza torna possibile.
Difficoltà, speranze e appelli
Naturalmente il cammino non è facile. Gaza è un territorio sotto assedio, con infrastrutture distrutte, carenza di elettricità e acqua, scarsità di medicinali, problemi logistici enormi. Garantire la continuità delle cure e la sicurezza del personale sarà un’impresa ardua. È essenziale che la comunità internazionale, gli enti umanitari e le autorità locali collaborino per rendere praticabile questa iniziativa.
Ma al di là delle difficoltà, l’ospedale può diventare un segno: un segno che la Chiesa non si rassegna alla guerra e alla morte come destino inevitabile. Un segno che invita alla conversione dei cuori, perché si riconosca che chi soffre è un fratello, non un nemico. Un segno di speranza per le generazioni future, perché la memoria di chi cura sia più forte di quella di chi distrugge.
Fonte e immagine
Durante la visita in Terra Santa, dal 27 al 30 settembre, il segretario generale della CEI, mons. Giuseppe Baturi, ha annunciato un progetto per l’apertura di un ospedale a Gaza, in collaborazione con il Patriarcato Latino di Gerusalemme
In un momento così delicato e doloroso, la Chiesa lancia un segnale forte di vicinanza ai più feriti e abbandonati. Secondo quanto riportato da Vatican News, la CEI ha manifestato l’intenzione di realizzare una struttura ospedaliera a Gaza, per rispondere ai bisogni sanitari gravissimi della popolazione civile.
Le difficoltà dell’area dovute al conflitto rendono urgente un presidio che possa offrire cure, accoglienza, assistenza medica, supporto psicologico, in un contesto dove molte strutture sanitarie sono state danneggiate o rese inagibili.
L’ospedale non vuole essere solo un edificio, ma un segno della presenza solidale della Chiesa: non un gesto simbolico, ma un servizio permanente a favore di chi è più vulnerabile. In questo senso rischi e ostacoli non mancano, ma la decisione testimonia la volontà di non abbandonare le persone alla morte, ma di “essere in prima linea” nella carità.
Il ruolo del Patriarca Pizzaballa e delle visite pastorali
Il progetto dell’ospedale si colloca in continuità con l’impegno che il Patriarca Pizzaballa ha già mostrato in favore della comunità cristiana e della popolazione tutta di Gaza. In diverse occasioni — anche sotto il fuoco del conflitto — egli ha compiuto visite pastorali nell’area, per stare accanto ai fedeli, partecipare alle sofferenze quotidiane, confortare chi è rimasto.
In una delle sue affermazioni più pregnanti, il Patriarca ha detto: “Cristo non è assente da Gaza”: egli è “nel crocifisso dei feriti, sepolto sotto le macerie e tuttavia presente in ogni gesto di misericordia, in ogni mano che consola, in ogni candela accesa nel buio”.
Con queste parole, egli sottolinea che il vero volto della Chiesa in una situazione di guerra non è semplice diplomazia, ma vicinanza reale, compassione attiva, servizio ai più feriti.
Visitare gli infermi: un’opera di misericordia vissuta
L’annuncio dell’ospedale a Gaza assume una valenza ancora più profonda se lo si considera alla luce di una delle sette opere di misericordia corporale, quella di visitare gli infermi.
Questa opera non significa soltanto portare conforto con la presenza, ma anche impegnarsi affinché le condizioni di salute e dignità di chi è malato siano ridotte il meno possibile, che non si resti soli, che si riceva una cura.
Visitare gli infermi secondo il Vangelo vuol dire prendere sul serio il corpo sofferente dell’altro, farsi prossimi nella malattia, rendere visibile la compassione del Signore nei confronti di chi langue. Un ospedale che nasca da questo spirito può essere anche un “luogo di resurrezione” — cioè un punto in cui la speranza torna possibile.
Difficoltà, speranze e appelli
Naturalmente il cammino non è facile. Gaza è un territorio sotto assedio, con infrastrutture distrutte, carenza di elettricità e acqua, scarsità di medicinali, problemi logistici enormi. Garantire la continuità delle cure e la sicurezza del personale sarà un’impresa ardua. È essenziale che la comunità internazionale, gli enti umanitari e le autorità locali collaborino per rendere praticabile questa iniziativa.
Ma al di là delle difficoltà, l’ospedale può diventare un segno: un segno che la Chiesa non si rassegna alla guerra e alla morte come destino inevitabile. Un segno che invita alla conversione dei cuori, perché si riconosca che chi soffre è un fratello, non un nemico. Un segno di speranza per le generazioni future, perché la memoria di chi cura sia più forte di quella di chi distrugge.
Fonte e immagine

Mons. Giuseppe Baturi, Segretario Generale della CEI, in visita in Terra Santa


