“Mai da soli”: papa Leone XIV spiega il significato di “consolazione”

il: 

16 Settembre 2025

di: 

Consolazione-opere-di-misericordia
Consolazione-opere-di-misericordia

Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni

Nella giornata di ieri, 15 settembre, la Chiesa ha celebrato il Giubileo della Consolazione, opera di misericordia sempre attuale

Durante la Veglia di preghiera per il Giubileo della Consolazione, presieduta da Papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro, il Pontefice ha rinnovato un invito urgente alla Chiesa e al mondo intero: non lasciare soli coloro che soffrono. Attraverso parole cariche di compassione, ha intrecciato il dolore individuale con le ferite collettive, proponendo la consolazione non come un mero gesto simbolico, ma come impegno vivo, concreto e trasformativo.

Ha voluto ricordare che consolazione significa anzitutto “mai da soli”. Quando il dolore è profondo, ha detto, la speranza nasce dalla comunione, una speranza che non delude.

Ha inoltre rivolto il suo pensiero a chi ha subito ingiustizie e violenze, in special modo gli abusi, anche da parte di membri della Chiesa. A queste persone ha ricordato che la vita non è definita solo dal male patito, ma dall’amore di Dio che mai abbandona.

E, infine, ha invitato i responsabili delle nazioni ad ascoltare “il grido di tanti bambini innocenti, per garantire loro un futuro che li protegga e li consoli.” Un appello a rendere la pace possibile, a intervenire dove la violenza, la fame, la guerra stanno distruggendo speranze.

Il dolore, le lacrime, il perdono

Tra le testimonianze che hanno commosso l’assemblea, quelle di due donne: Lucia Di Mauro Montanino, di Napoli, che ha perso il marito in un’aggressione; Diane Foley, madre del giornalista James Foley, ucciso dall’ISIS. Le loro storie, ha osservato il Papa, dimostrano che il dolore non deve generare altra violenza, ma può essere trasformato dal perdono.

Papa Leone XIV ha anche detto che non bisogna vergognarsi delle lacrime. Le lacrime sono un grido muto che chiede consolazione, ma allo stesso tempo — ha spiegato — una liberazione: “sono liberazione e purificazione degli occhi, del sentire, del pensare”. E nei momenti in cui le parole non bastano, quando il pianto è l’unico linguaggio possibile, la fede diventa ponte verso il cielo, dono che non lascia soli.

Consolare nella comunità

In questo contesto, l’opera di misericordia “consolare gli afflitti” assume tutta la sua forza. Non è solo ascolto, ma impegno attivo: riconoscere le ferite altrui, camminare insieme, offrire comprensione, presenza, sostegno concreto.

Papa Leone XIV ha sottolineato che quando noi stessi riceviamo consolazione da Dio, siamo chiamati a diventare consolatori: la consolazione che abbiamo sperimentato deve diventare dono per gli altri. Significa:

  • essere vicini a chi è nel lutto, anche solo con la presenza silenziosa;
  • promuovere giustizia perché le ferite dell’abuso non trovino impunità né silenzio;
  • chiedere che le politiche internazionali ascoltino il grido dei più deboli, in particolare dei bambini colpiti da conflitti o crisi alimentari;
  • perdonare, ma allo stesso tempo lottare perché il male non venga dimenticato, perché la memoria sia trasformativa.

La medaglia dell’Agnus Dei, consegnata ai partecipanti alla fine della Veglia, simbolo di resurrezione e speranza, è un invito a portare in casa, nella vita, nel mondo il messaggio che anche nel dolore non siamo soli, che la misericordia di Dio si manifesta concretamente attraverso l’opera di consolazione, che è opera del cuore ma che chiede anche mani, orecchie aperte, coraggio.

Fonte e immagine

Immagine

    • Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni

 

Nella giornata di ieri, 15 settembre, la Chiesa ha celebrato il Giubileo della Consolazione, opera di misericordia sempre attuale

Durante la Veglia di preghiera per il Giubileo della Consolazione, presieduta da Papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro, il Pontefice ha rinnovato un invito urgente alla Chiesa e al mondo intero: non lasciare soli coloro che soffrono. Attraverso parole cariche di compassione, ha intrecciato il dolore individuale con le ferite collettive, proponendo la consolazione non come un mero gesto simbolico, ma come impegno vivo, concreto e trasformativo.

Ha voluto ricordare che consolazione significa anzitutto “mai da soli”. Quando il dolore è profondo, ha detto, la speranza nasce dalla comunione, una speranza che non delude.

Ha inoltre rivolto il suo pensiero a chi ha subito ingiustizie e violenze, in special modo gli abusi, anche da parte di membri della Chiesa. A queste persone ha ricordato che la vita non è definita solo dal male patito, ma dall’amore di Dio che mai abbandona.

E, infine, ha invitato i responsabili delle nazioni ad ascoltare “il grido di tanti bambini innocenti, per garantire loro un futuro che li protegga e li consoli.” Un appello a rendere la pace possibile, a intervenire dove la violenza, la fame, la guerra stanno distruggendo speranze.

Il dolore, le lacrime, il perdono

Tra le testimonianze che hanno commosso l’assemblea, quelle di due donne: Lucia Di Mauro Montanino, di Napoli, che ha perso il marito in un’aggressione; Diane Foley, madre del giornalista James Foley, ucciso dall’ISIS. Le loro storie, ha osservato il Papa, dimostrano che il dolore non deve generare altra violenza, ma può essere trasformato dal perdono.

Papa Leone XIV ha anche detto che non bisogna vergognarsi delle lacrime. Le lacrime sono un grido muto che chiede consolazione, ma allo stesso tempo — ha spiegato — una liberazione: “sono liberazione e purificazione degli occhi, del sentire, del pensare”. E nei momenti in cui le parole non bastano, quando il pianto è l’unico linguaggio possibile, la fede diventa ponte verso il cielo, dono che non lascia soli.

Consolare nella comunità

In questo contesto, l’opera di misericordia “consolare gli afflitti” assume tutta la sua forza. Non è solo ascolto, ma impegno attivo: riconoscere le ferite altrui, camminare insieme, offrire comprensione, presenza, sostegno concreto.

Papa Leone XIV ha sottolineato che quando noi stessi riceviamo consolazione da Dio, siamo chiamati a diventare consolatori: la consolazione che abbiamo sperimentato deve diventare dono per gli altri. Significa:

  • essere vicini a chi è nel lutto, anche solo con la presenza silenziosa;
  • promuovere giustizia perché le ferite dell’abuso non trovino impunità né silenzio;
  • chiedere che le politiche internazionali ascoltino il grido dei più deboli, in particolare dei bambini colpiti da conflitti o crisi alimentari;
  • perdonare, ma allo stesso tempo lottare perché il male non venga dimenticato, perché la memoria sia trasformativa.

La medaglia dell’Agnus Dei, consegnata ai partecipanti alla fine della Veglia, simbolo di resurrezione e speranza, è un invito a portare in casa, nella vita, nel mondo il messaggio che anche nel dolore non siamo soli, che la misericordia di Dio si manifesta concretamente attraverso l’opera di consolazione, che è opera del cuore ma che chiede anche mani, orecchie aperte, coraggio.

Fonte e immagine

Immagine

    • Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni

 

Consolazione-opere-di-misericordia
Consolazione-opere-di-misericordia

Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni

CONDIVIDI