Oceania | Andare verso le periferie

Suor Anna Maria Gervasoni con una ragazza dell'ostello
Su Popoli e Missione, la testimonianza dalle Solomon Islands di suor Anna Maria Gervasoni, missionaria in Oceania
Ci sono volti che sono come luoghi. Il ristoro accogliente di chi cerca degli occhi che lo sappiano guardare e una piega della bocca capace di un sorriso. Volti che sono come case, la cui porta si spa- lanca su vite in bilico e sogni inter- rotti. Volti che si rivelano fari e porti insieme, replicando sulla terra la tenerezza dello sguardo di Dio.
Uno di questi è quello di suor Anna Maria Gervasoni, che alle Isole Salomone, prima a Gizo e poi a Honiara, è diventata un punto di riferimento per tante ragazze.
Missionaria delle Figlie di Maria Ausiliatrice, di origini lombarde, è arrivata in Oceania 18 anni fa e il suo volto si è da subito rivolto al mondo femminile.
«Qui, le donne sono considerate inferiori. In famiglia, sono costrette al silenzio e ad occuparsi dei lavori domestici e, poiché la scuola è a pagamento, si predilige mandarvi i maschi. Se lavorano, occupano posizioni subalterne ed hanno uno stipendio più basso degli uomini. A ciò, purtroppo, si aggiungono violenza domestica e abusi, complice l’alcolismo».
È un sistema che sta pian piano cambiando; oggi, infatti, ci sono diverse laureate e, alle ultime elezioni, sono state elette due donne. Tuttavia, c’è ancora molta strada da fare e la presenza delle Salesiane è fonte di opportunità, sia per le 36 ragazze che l’ostello ospita ogni anno sia per le 50-60 allieve della scuola professionale.
«Oltre ai corsi di taglio e cucito, hospitality e catering, facciamo soprattutto counseling affinché scoprano il loro valore», spiega la missionaria.
«Di fatto, hanno inventiva e coraggio, ma si portano dietro ferite profonde e sono represse dai loro stessi padri e fratelli. Si ritengono incapaci, perché è questo che si sentono ripetere da sempre».
Dando loro l’opportunità di studiare, invece, ottengono risultati eccellenti e ritrovano appagamento e fiducia in sé stesse. «La cosa che ci commuove, alla fine di ogni corso, è che non ci ringraziano per aver insegnato loro a cucinare un piatto o a realizzare un vestito, ma per la scoperta delle loro potenzialità e di nuove possibilità di futuro».
Così, la missione delle Salesiane, dei Salesiani e delle loro scuole tecniche si realizza nell’opera educativa rivolta «a quei ragazzi scartati dal regolare percorso scolastico che, altrimenti, finirebbero nelle fila della droga e della devianza».
Il 60% della popolazione è under 15, perciò «insieme alle skill, diamo la speranza di entrare nel mondo del lavoro e mettersi in proprio, di fare qualcosa di diverso per sé e per la fa- miglia, ma anche per la comunità. A volte, infatti, le nostre ragazze, tornate al villaggio, insegnano a fare l’uncinetto o a colorare le stoffe».
Ma i volti che incrocia suor Anna Maria vanno anche oltre i cancelli della scuola; c’è tutta una vita là fuori, tra la gente accogliente e festosa: nelle tre parrocchie da visitare, nelle catechesi con i giovani, negli incontri con le famiglie, in una Chiesa di appena 150 anni che, seppur imbevuta delle varie tradizioni animiste, ha una forte spiritualità.
Per lei, «l’aspetto bello dei salamonesi è che, pur avendo vissuto lontani e da nemici per secoli, oggi siano in pace e si chiamino wantok. Il loro spirito docile e la sinergia dei missionari di diverse confessioni hanno fatto fiorire, in effetti, ciò che era già in nuce».
Di contro, l’Oceania, come uno tsunami, ha spazzato via alcuni suoi schemi mentali. «Quando vai in missione, inevitabilmente porti anche te stesso», confessa la missionaria, che racconta il suo cammino e la sua iniziale intolleranza verso alcune dinamiche.
«Non sopportavo, per esempio, di vedere gli studenti ubriachi e li cacciavo in malo modo; poi, col tempo, ho iniziato ad avere un atteggiamento più misericordioso e comprensivo. Ho imparato ad ascoltare il loro dolore senza giudicare e a farmi trovare più vicina, tanto più che, in questa cultura, il contatto fisico è molto importante. Vivono infatti anche in 10 in spazi piccolissimi».

La porta itinerante a Gizo
La missione, quindi, è da una parte “farsi trovare” e, dall’altra, “andare verso le periferie”. Come succede in questo anno giubilare nella diocesi di Gizo con la Porta Santa itinerante.
«Qui, le parrocchie sono dislocate su una miriade di isole, circondate da un mare spesso difficile da navigare, così già nel 2015 il precedente vescovo, monsignor Luciano Capelli, ha avuto l’idea di far realizzare dai carpentieri questa Porta e di portarla in pellegrinaggio su una barca.
E quest’anno, grazie al nuovo vescovo, monsignor Peter Houhou, è ripartita dalla cattedrale per raggiungere, tra fiori e danze, i cuori e i volti di chi, più lontano, attende la speranza sull’altra sponda.
Loredana Brigante (Dal dossier “Missionari di speranza tra le genti – Popoli e Missione sett-ott 2025)
Fonte
- Popoli e Missione (sett-ott 2025, pp. 36-37)
Immagini
- Foto di suor Anna Maria Gervasoni
Su Popoli e Missione, la testimonianza dalle Solomon Islands di suor Anna Maria Gervasoni, missionaria in Oceania
Ci sono volti che sono come luoghi. Il ristoro accogliente di chi cerca degli occhi che lo sappiano guardare e una piega della bocca capace di un sorriso. Volti che sono come case, la cui porta si spa- lanca su vite in bilico e sogni inter- rotti. Volti che si rivelano fari e porti insieme, replicando sulla terra la tenerezza dello sguardo di Dio.
Uno di questi è quello di suor Anna Maria Gervasoni, che alle Isole Salomone, prima a Gizo e poi a Honiara, è diventata un punto di riferimento per tante ragazze.
Missionaria delle Figlie di Maria Ausiliatrice, di origini lombarde, è arrivata in Oceania 18 anni fa e il suo volto si è da subito rivolto al mondo femminile.
«Qui, le donne sono considerate inferiori. In famiglia, sono costrette al silenzio e ad occuparsi dei lavori domestici e, poiché la scuola è a pagamento, si predilige mandarvi i maschi. Se lavorano, occupano posizioni subalterne ed hanno uno stipendio più basso degli uomini. A ciò, purtroppo, si aggiungono violenza domestica e abusi, complice l’alcolismo».
È un sistema che sta pian piano cambiando; oggi, infatti, ci sono diverse laureate e, alle ultime elezioni, sono state elette due donne. Tuttavia, c’è ancora molta strada da fare e la presenza delle Salesiane è fonte di opportunità, sia per le 36 ragazze che l’ostello ospita ogni anno sia per le 50-60 allieve della scuola professionale.
«Oltre ai corsi di taglio e cucito, hospitality e catering, facciamo soprattutto counseling affinché scoprano il loro valore», spiega la missionaria.
«Di fatto, hanno inventiva e coraggio, ma si portano dietro ferite profonde e sono represse dai loro stessi padri e fratelli. Si ritengono incapaci, perché è questo che si sentono ripetere da sempre».
Dando loro l’opportunità di studiare, invece, ottengono risultati eccellenti e ritrovano appagamento e fiducia in sé stesse. «La cosa che ci commuove, alla fine di ogni corso, è che non ci ringraziano per aver insegnato loro a cucinare un piatto o a realizzare un vestito, ma per la scoperta delle loro potenzialità e di nuove possibilità di futuro».
Così, la missione delle Salesiane, dei Salesiani e delle loro scuole tecniche si realizza nell’opera educativa rivolta «a quei ragazzi scartati dal regolare percorso scolastico che, altrimenti, finirebbero nelle fila della droga e della devianza».
Il 60% della popolazione è under 15, perciò «insieme alle skill, diamo la speranza di entrare nel mondo del lavoro e mettersi in proprio, di fare qualcosa di diverso per sé e per la fa- miglia, ma anche per la comunità. A volte, infatti, le nostre ragazze, tornate al villaggio, insegnano a fare l’uncinetto o a colorare le stoffe».
Ma i volti che incrocia suor Anna Maria vanno anche oltre i cancelli della scuola; c’è tutta una vita là fuori, tra la gente accogliente e festosa: nelle tre parrocchie da visitare, nelle catechesi con i giovani, negli incontri con le famiglie, in una Chiesa di appena 150 anni che, seppur imbevuta delle varie tradizioni animiste, ha una forte spiritualità.
Per lei, «l’aspetto bello dei salamonesi è che, pur avendo vissuto lontani e da nemici per secoli, oggi siano in pace e si chiamino wantok. Il loro spirito docile e la sinergia dei missionari di diverse confessioni hanno fatto fiorire, in effetti, ciò che era già in nuce».
Di contro, l’Oceania, come uno tsunami, ha spazzato via alcuni suoi schemi mentali. «Quando vai in missione, inevitabilmente porti anche te stesso», confessa la missionaria, che racconta il suo cammino e la sua iniziale intolleranza verso alcune dinamiche.
«Non sopportavo, per esempio, di vedere gli studenti ubriachi e li cacciavo in malo modo; poi, col tempo, ho iniziato ad avere un atteggiamento più misericordioso e comprensivo. Ho imparato ad ascoltare il loro dolore senza giudicare e a farmi trovare più vicina, tanto più che, in questa cultura, il contatto fisico è molto importante. Vivono infatti anche in 10 in spazi piccolissimi».

La porta itinerante a Gizo
La missione, quindi, è da una parte “farsi trovare” e, dall’altra, “andare verso le periferie”. Come succede in questo anno giubilare nella diocesi di Gizo con la Porta Santa itinerante.
«Qui, le parrocchie sono dislocate su una miriade di isole, circondate da un mare spesso difficile da navigare, così già nel 2015 il precedente vescovo, monsignor Luciano Capelli, ha avuto l’idea di far realizzare dai carpentieri questa Porta e di portarla in pellegrinaggio su una barca.
E quest’anno, grazie al nuovo vescovo, monsignor Peter Houhou, è ripartita dalla cattedrale per raggiungere, tra fiori e danze, i cuori e i volti di chi, più lontano, attende la speranza sull’altra sponda.
Loredana Brigante (Dal dossier “Missionari di speranza tra le genti – Popoli e Missione sett-ott 2025)
Fonte
- Popoli e Missione (sett-ott 2025, pp. 36-37)
Immagini
- Foto di suor Anna Maria Gervasoni

Suor Anna Maria Gervasoni con una ragazza dell'ostello


