Consiglio permanente della CEI | Prossimità e misericordia nel tempo delle ferite

il: 

26 Marzo 2026

di: 

Card-Zuppi
Card-Zuppi

Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni

L’appello del cardinale Zuppi per una Chiesa in uscita: non restare chiusi, ma farsi presenza viva tra guerre, fragilità sociali e nuove povertà

  1. Una Chiesa che non si chiude
  2. Le ferite del mondo interrogano la fede
  3. La prossimità come stile: le opere di misericordia
  4. Comunità in uscita: una missione per oggi

1. Una Chiesa che non si chiude

Dal Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana, che si è tenuto a  Roma dal 23 al 25 marzo, emerge con forza un’immagine chiara: la Chiesa non può restare chiusa in sé stessa.

Il cardinale Matteo Maria Zuppi invita a superare ogni tentazione di autoreferenzialità, ribadendo che la comunità cristiana non è un “museo” né un’istituzione ripiegata, ma una realtà viva, immersa nella storia.

L’espressione è netta: non rimanere “in sacrestia”, ma abitare il mondo con uno sguardo evangelico, capace di dialogo e di responsabilità.

In questa prospettiva, la fede non è separabile dalla vita sociale: è chiamata a diventare presenza, incontro, costruzione del bene comune. Non si tratta di occupare spazi, ma di vivere una missione che nasce dal Vangelo e si traduce in prossimità concreta alle persone.

2. Le ferite del mondo interrogano la fede

Lo scenario delineato dal cardinale è segnato da profonde ferite: guerre, tensioni internazionali, povertà crescenti, migrazioni forzate, solitudini diffuse. Il mondo appare “in fiamme”, attraversato da conflitti che generano sofferenza e instabilità.

Accanto a queste crisi globali, emergono anche fragilità locali: giovani disorientati, famiglie in difficoltà, anziani soli, persone senza lavoro o senza casa. Le tragedie dei migranti nel Mediterraneo e le disuguaglianze sociali interrogano la coscienza collettiva.

Di fronte a questo scenario, la Chiesa non può restare spettatrice. È chiamata a condividere le ferite dell’umanità, a “stare dentro” la storia, riconoscendo che ciò che colpisce l’uomo riguarda anche la comunità credente. La fede, in questo senso, si misura nella capacità di farsi carico del dolore degli altri.

3. La prossimità come stile: le opere di misericordia

La risposta indicata è chiara: una Chiesa che si fa prossima. Non un’idea astratta, ma uno stile concreto che si esprime nelle opere di misericordia. È qui che il Vangelo prende forma visibile: nella cura degli anziani soli, nell’accompagnamento dei giovani, nel sostegno alle famiglie ferite, nell’accoglienza dei migranti, nell’attenzione ai poveri e a chi vive situazioni di marginalità.

Queste azioni non sono semplici interventi sociali, ma segni di una carità che rende visibile la fede. Come ricorda Zuppi, la Chiesa non cerca spazio né potere, ma si pone come “strumento” al servizio della persona, difendendone la dignità in ogni contesto.

Le opere di misericordia diventano così il linguaggio privilegiato di una Chiesa in uscita: visitare, accogliere, ascoltare, sostenere. È attraverso questi gesti che si costruisce una presenza credibile, capace di parlare anche a chi è lontano.

4. Comunità in uscita: una missione per oggi

L’invito finale è a costruire comunità autentiche, capaci di uscire dai propri confini e diventare luoghi di accoglienza e di senso. In una società segnata da solitudini e frammentazione, c’è – come sottolinea Zuppi – una vera “fame di comunità”.

Per questo, la Chiesa è chiamata a coltivare uno stile fatto di ascolto, dialogo, amicizia sociale e pazienza. Non una presenza che divide, ma che unisce; non che giudica dall’alto, ma che cammina accanto.

Essere “in uscita” significa allora abitare le periferie esistenziali, farsi compagni di strada, costruire relazioni che generano speranza. In questo cammino, le opere di misericordia non sono un’aggiunta, ma il cuore stesso della missione: il modo concreto con cui la Chiesa continua, oggi, a rendere visibile il Vangelo nella storia.

Fonte

Immagine

  • Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni

L’appello del cardinale Zuppi per una Chiesa in uscita: non restare chiusi, ma farsi presenza viva tra guerre, fragilità sociali e nuove povertà

  1. Una Chiesa che non si chiude
  2. Le ferite del mondo interrogano la fede
  3. La prossimità come stile: le opere di misericordia
  4. Comunità in uscita: una missione per oggi

1. Una Chiesa che non si chiude

Dal Consiglio permanente della Conferenza Episcopale Italiana, che si è tenuto a  Roma dal 23 al 25 marzo, emerge con forza un’immagine chiara: la Chiesa non può restare chiusa in sé stessa.

Il cardinale Matteo Maria Zuppi invita a superare ogni tentazione di autoreferenzialità, ribadendo che la comunità cristiana non è un “museo” né un’istituzione ripiegata, ma una realtà viva, immersa nella storia.

L’espressione è netta: non rimanere “in sacrestia”, ma abitare il mondo con uno sguardo evangelico, capace di dialogo e di responsabilità.

In questa prospettiva, la fede non è separabile dalla vita sociale: è chiamata a diventare presenza, incontro, costruzione del bene comune. Non si tratta di occupare spazi, ma di vivere una missione che nasce dal Vangelo e si traduce in prossimità concreta alle persone.

2. Le ferite del mondo interrogano la fede

Lo scenario delineato dal cardinale è segnato da profonde ferite: guerre, tensioni internazionali, povertà crescenti, migrazioni forzate, solitudini diffuse. Il mondo appare “in fiamme”, attraversato da conflitti che generano sofferenza e instabilità.

Accanto a queste crisi globali, emergono anche fragilità locali: giovani disorientati, famiglie in difficoltà, anziani soli, persone senza lavoro o senza casa. Le tragedie dei migranti nel Mediterraneo e le disuguaglianze sociali interrogano la coscienza collettiva.

Di fronte a questo scenario, la Chiesa non può restare spettatrice. È chiamata a condividere le ferite dell’umanità, a “stare dentro” la storia, riconoscendo che ciò che colpisce l’uomo riguarda anche la comunità credente. La fede, in questo senso, si misura nella capacità di farsi carico del dolore degli altri.

3. La prossimità come stile: le opere di misericordia

La risposta indicata è chiara: una Chiesa che si fa prossima. Non un’idea astratta, ma uno stile concreto che si esprime nelle opere di misericordia. È qui che il Vangelo prende forma visibile: nella cura degli anziani soli, nell’accompagnamento dei giovani, nel sostegno alle famiglie ferite, nell’accoglienza dei migranti, nell’attenzione ai poveri e a chi vive situazioni di marginalità.

Queste azioni non sono semplici interventi sociali, ma segni di una carità che rende visibile la fede. Come ricorda Zuppi, la Chiesa non cerca spazio né potere, ma si pone come “strumento” al servizio della persona, difendendone la dignità in ogni contesto.

Le opere di misericordia diventano così il linguaggio privilegiato di una Chiesa in uscita: visitare, accogliere, ascoltare, sostenere. È attraverso questi gesti che si costruisce una presenza credibile, capace di parlare anche a chi è lontano.

4. Comunità in uscita: una missione per oggi

L’invito finale è a costruire comunità autentiche, capaci di uscire dai propri confini e diventare luoghi di accoglienza e di senso. In una società segnata da solitudini e frammentazione, c’è – come sottolinea Zuppi – una vera “fame di comunità”.

Per questo, la Chiesa è chiamata a coltivare uno stile fatto di ascolto, dialogo, amicizia sociale e pazienza. Non una presenza che divide, ma che unisce; non che giudica dall’alto, ma che cammina accanto.

Essere “in uscita” significa allora abitare le periferie esistenziali, farsi compagni di strada, costruire relazioni che generano speranza. In questo cammino, le opere di misericordia non sono un’aggiunta, ma il cuore stesso della missione: il modo concreto con cui la Chiesa continua, oggi, a rendere visibile il Vangelo nella storia.

Fonte

Immagine

  • Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni
Card-Zuppi
Card-Zuppi

Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni

CONDIVIDI