Terra Santa | Cardinale Pizzaballa: “Senza fiducia non c’è pace”

Il Card. Pizzaballa (Fonte: Vatican News)
Da Gaza a Gerusalemme, il patriarca latino descrive una realtà devastata: la guerra non distrugge solo città, ma anche le relazioni tra i popoli
- Gaza: distruzione e sopravvivenza quotidiana
- Una terra segnata da dolore e incertezza
- La fiducia, prima vittima del conflitto
- La presenza della Chiesa accanto ai più fragili
1. Gaza: distruzione e sopravvivenza quotidiana
La situazione a Gaza resta drammatica, anche oltre i momenti più intensi del conflitto. Come racconta il cardinale Pierbattista Pizzaballa, nonostante una apparente diminuzione dei bombardamenti, si continua a morire: per attacchi mirati, ma anche per fame, freddo e mancanza di cure.
Il 96% dei centri abitati è stato distrutto, le scuole sono chiuse e i medicinali scarseggiano. «Mancano i medicinali, anche gli antibiotici di base. La gente vive letteralmente nelle fognature, nelle tende. Le scuole sono quasi tutte distrutte», denuncia il patriarca di Gerusalemme.
Non è solo una guerra combattuta con le armi: è una crisi che colpisce la vita quotidiana, rendendo impossibile anche sopravvivere con dignità.
2. Una terra segnata da dolore e incertezza
Il dramma non riguarda solo Gaza, ma si estende a tutta la Terra Santa, tra Cisgiordania e Gerusalemme. Qui il conflitto ha lasciato ferite profonde nelle persone e nelle comunità. Non c’è una visione chiara del futuro e le popolazioni appaiono disorientate, segnate da una sofferenza che attraversa ogni livello della vita sociale.
Secondo Pizzaballa, non si può nemmeno immaginare una ricostruzione senza partire dal dolore reale delle persone, dalle loro aspirazioni e dalla loro dignità.
3. La fiducia, prima vittima del conflitto
Il punto più critico, sottolinea il patriarca, è la perdita della fiducia. «La fiducia è stata la prima vittima di questa guerra», afferma con chiarezza.
Senza fiducia, parlare di pace diventa quasi impossibile: mancano le basi culturali, politiche e umane per costruirla.
Le relazioni tra israeliani e palestinesi sono profondamente lacerate e il dialogo appare lontano. La guerra, così, non distrugge solo edifici, ma anche la possibilità stessa di riconoscersi come popoli.
4. La presenza della Chiesa accanto ai più fragili
In questo scenario, la Chiesa sceglie di restare accanto alla popolazione. Non per motivi politici, ma per fedeltà ai più fragili, a chi non può fuggire.
«Dio è tra coloro che stanno morendo, che stanno male, che soffrono», ricorda Pizzaballa, sottolineando la necessita di una solidarietà concreta e di un accompagnamento delle persone.
Nonostante tutto, non mancano segni di speranza: aiuti che arrivano da tutto il mondo e gesti di vicinanza che impediscono alla disperazione di avere l’ultima parola.
In mezzo alla guerra, la presenza cristiana resta così un piccolo segno, ma colmo di umanità e di futuro possibile.
Fonte e immagine
Da Gaza a Gerusalemme, il patriarca latino descrive una realtà devastata: la guerra non distrugge solo città, ma anche le relazioni tra i popoli
- Gaza: distruzione e sopravvivenza quotidiana
- Una terra segnata da dolore e incertezza
- La fiducia, prima vittima del conflitto
- La presenza della Chiesa accanto ai più fragili
1. Gaza: distruzione e sopravvivenza quotidiana
La situazione a Gaza resta drammatica, anche oltre i momenti più intensi del conflitto. Come racconta il cardinale Pierbattista Pizzaballa, nonostante una apparente diminuzione dei bombardamenti, si continua a morire: per attacchi mirati, ma anche per fame, freddo e mancanza di cure.
Il 96% dei centri abitati è stato distrutto, le scuole sono chiuse e i medicinali scarseggiano. «Mancano i medicinali, anche gli antibiotici di base. La gente vive letteralmente nelle fognature, nelle tende. Le scuole sono quasi tutte distrutte», denuncia il patriarca di Gerusalemme.
Non è solo una guerra combattuta con le armi: è una crisi che colpisce la vita quotidiana, rendendo impossibile anche sopravvivere con dignità.
2. Una terra segnata da dolore e incertezza
Il dramma non riguarda solo Gaza, ma si estende a tutta la Terra Santa, tra Cisgiordania e Gerusalemme. Qui il conflitto ha lasciato ferite profonde nelle persone e nelle comunità. Non c’è una visione chiara del futuro e le popolazioni appaiono disorientate, segnate da una sofferenza che attraversa ogni livello della vita sociale.
Secondo Pizzaballa, non si può nemmeno immaginare una ricostruzione senza partire dal dolore reale delle persone, dalle loro aspirazioni e dalla loro dignità.
3. La fiducia, prima vittima del conflitto
Il punto più critico, sottolinea il patriarca, è la perdita della fiducia. «La fiducia è stata la prima vittima di questa guerra», afferma con chiarezza.
Senza fiducia, parlare di pace diventa quasi impossibile: mancano le basi culturali, politiche e umane per costruirla.
Le relazioni tra israeliani e palestinesi sono profondamente lacerate e il dialogo appare lontano. La guerra, così, non distrugge solo edifici, ma anche la possibilità stessa di riconoscersi come popoli.
4. La presenza della Chiesa accanto ai più fragili
In questo scenario, la Chiesa sceglie di restare accanto alla popolazione. Non per motivi politici, ma per fedeltà ai più fragili, a chi non può fuggire.
«Dio è tra coloro che stanno morendo, che stanno male, che soffrono», ricorda Pizzaballa, sottolineando la necessita di una solidarietà concreta e di un accompagnamento delle persone.
Nonostante tutto, non mancano segni di speranza: aiuti che arrivano da tutto il mondo e gesti di vicinanza che impediscono alla disperazione di avere l’ultima parola.
In mezzo alla guerra, la presenza cristiana resta così un piccolo segno, ma colmo di umanità e di futuro possibile.
Fonte e immagine

Il Card. Pizzaballa (Fonte: Vatican News)


