Kenya | Suor Juliana Muya: “Le mie mani sono la voce di Dio”

Fonte: Vatican News
La religiosa keniana che porta la Parola di Dio alla comunità dei sordi traducendo la liturgia nella lingua dei segni
Nairobi – In una delle tante chiese parrocchiali di Nairobi, un gesto silenzioso ma potente rompe barriere invisibili: quello di tradurre la Parola di Dio attraverso le mani. È la missione di Suor Juliana Muya, religiosa del Preziosissimo Sangue, protagonista di un servizio unico per la comunità dei sordi: un ministero fatto di rispetto, inclusione e fede.
L’ispirazione è nata anni fa, quando Suor Juliana assistette a una scena dolorosa: un giovane sordo, deriso da alcuni per il modo in cui muoveva le mani, allontanarsi in silenzio e amarezza.
«Mi ero resa conto che era sordo – racconta – non riusciva a difendersi e se ne andò affranto. E io ho pensato: se solo conoscessi il linguaggio dei segni, potrei aiutarlo». Quel pensiero, da semplice inclinazione alla compassione, si trasformò in impegno autentico: la suora si iscrisse a un corso di lingua dei segni, con passione e dedizione. Ogni domenica prendeva l’autobus per raggiungere la parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe, convinta che la comunità dei non udenti avesse diritto di partecipare pienamente alla vita della Chiesa.
Dopo anni di studio e pratica, quel sogno divenne realtà: Suor Juliana fu nominata interprete liturgica, e da allora decine di Messe domenicali – anche trasmesse dalla televisione nazionale keniana – hanno reso la celebrazione accessibile ai fedeli non udenti. Le sue mani, insomma, sono diventate «la voce di Dio» per chi non può udire con l’orecchio, ma desidera ascoltare con il cuore.
Una missione tra difficoltà e grazia
Il percorso non è stato facile. Tradurre una liturgia significa affrontare vocaboli teologici complessi, trasformare musica e gesti in segni comprensibili, adattare discorsi a un linguaggio visivo. «A volte la musica può essere un ostacolo – spiega la suora – oppure il sacerdote usa un linguaggio molto elevato; devo trovare in fretta il modo per renderlo comprensibile». E se nelle celebrazioni televisive il coro canta in lingue che non conosce, a volte è costretta ad ammettere: «Non capisco» — un’ammissione semplice e umana, in un contesto di grande responsabilità.
Eppure, non è mai sola in questa missione. L’arcivescovo dell’arcidiocesi di Nairobi, Philip Anyolo, assicura il suo sostegno e quello dell’intera comunità: sacerdoti, parrocchiani, membri della comunità dei sordi — tutti collaborano affinché ogni celebrazione diventi momento di comunione reale. I parrocchiani, ad esempio, riservano i primi banchi alle famiglie con persone non udenti: un gesto piccolo ma carico di significato.
Un ponte tra silenzio e suono, esclusione e appartenenza
«Mi dico sempre che le mie mani sono la voce del Dio vivente» — afferma Suor Juliana — e con questo spirito porta avanti il suo ministero con umiltà, consapevolezza e gratitudine. Per lei, i sordi non sono «persone silenziose», ma membri vivi e attivi della comunità: capaci di ascoltare, partecipare, pregare, sperare.
Il suo lavoro ha cambiato la vita di molti. Tra questi anche un giovane di nome Paul, che grazie al suo aiuto ha iniziato un percorso di formazione come catechista e — sogna — aspirante sacerdote: una storia che testimonia quanto sia potente il gesto di ascoltare con le mani.
Per la comunità dei non udenti in Kenya, ma non solo, Suor Juliana rappresenta un ponte concreto tra fede e accessibilità, tra Chiesa istituzionale e inclusione. In un mondo dove spesso la disabilità significa isolamento, il suo ministero ricorda che la spiritualità può essere vissuta e condivisa in modi molto diversi — e che una parola d’amore può arrivare anche in silenzio.
Un invito all’inclusione nella Chiesa
Il suo esempio non resta isolato: fa parte del più vasto progetto #SistersProject, promosso da un organismo del mondo cattolico per valorizzare le religiose come protagoniste della fede attiva, attente ai bisogni concreti delle persone, capaci di ridare voce a chi è marginalizzato.
In un tempo in cui la Chiesa è chiamata a essere sempre più inclusiva e vicina alle fragilità, la storia di Suor Juliana ci ricorda che la missione cristiana non è fatta solo di parole, ma anche — e soprattutto — di gesti: di mani tese, di segni che uniscono, di presenza silenziosa. Le sue mani — dice lei — sono la voce di Dio: e a sentirla, oggi, non sono solo i fedeli udenti, ma anche chi vive nel silenzio.
Fonte e immagine
La religiosa keniana che porta la Parola di Dio alla comunità dei sordi traducendo la liturgia nella lingua dei segni
Nairobi – In una delle tante chiese parrocchiali di Nairobi, un gesto silenzioso ma potente rompe barriere invisibili: quello di tradurre la Parola di Dio attraverso le mani. È la missione di Suor Juliana Muya, religiosa del Preziosissimo Sangue, protagonista di un servizio unico per la comunità dei sordi: un ministero fatto di rispetto, inclusione e fede.
L’ispirazione è nata anni fa, quando Suor Juliana assistette a una scena dolorosa: un giovane sordo, deriso da alcuni per il modo in cui muoveva le mani, allontanarsi in silenzio e amarezza.
«Mi ero resa conto che era sordo – racconta – non riusciva a difendersi e se ne andò affranto. E io ho pensato: se solo conoscessi il linguaggio dei segni, potrei aiutarlo». Quel pensiero, da semplice inclinazione alla compassione, si trasformò in impegno autentico: la suora si iscrisse a un corso di lingua dei segni, con passione e dedizione. Ogni domenica prendeva l’autobus per raggiungere la parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe, convinta che la comunità dei non udenti avesse diritto di partecipare pienamente alla vita della Chiesa.
Dopo anni di studio e pratica, quel sogno divenne realtà: Suor Juliana fu nominata interprete liturgica, e da allora decine di Messe domenicali – anche trasmesse dalla televisione nazionale keniana – hanno reso la celebrazione accessibile ai fedeli non udenti. Le sue mani, insomma, sono diventate «la voce di Dio» per chi non può udire con l’orecchio, ma desidera ascoltare con il cuore.
Una missione tra difficoltà e grazia
Il percorso non è stato facile. Tradurre una liturgia significa affrontare vocaboli teologici complessi, trasformare musica e gesti in segni comprensibili, adattare discorsi a un linguaggio visivo. «A volte la musica può essere un ostacolo – spiega la suora – oppure il sacerdote usa un linguaggio molto elevato; devo trovare in fretta il modo per renderlo comprensibile». E se nelle celebrazioni televisive il coro canta in lingue che non conosce, a volte è costretta ad ammettere: «Non capisco» — un’ammissione semplice e umana, in un contesto di grande responsabilità.
Eppure, non è mai sola in questa missione. L’arcivescovo dell’arcidiocesi di Nairobi, Philip Anyolo, assicura il suo sostegno e quello dell’intera comunità: sacerdoti, parrocchiani, membri della comunità dei sordi — tutti collaborano affinché ogni celebrazione diventi momento di comunione reale. I parrocchiani, ad esempio, riservano i primi banchi alle famiglie con persone non udenti: un gesto piccolo ma carico di significato.
Un ponte tra silenzio e suono, esclusione e appartenenza
«Mi dico sempre che le mie mani sono la voce del Dio vivente» — afferma Suor Juliana — e con questo spirito porta avanti il suo ministero con umiltà, consapevolezza e gratitudine. Per lei, i sordi non sono «persone silenziose», ma membri vivi e attivi della comunità: capaci di ascoltare, partecipare, pregare, sperare.
Il suo lavoro ha cambiato la vita di molti. Tra questi anche un giovane di nome Paul, che grazie al suo aiuto ha iniziato un percorso di formazione come catechista e — sogna — aspirante sacerdote: una storia che testimonia quanto sia potente il gesto di ascoltare con le mani.
Per la comunità dei non udenti in Kenya, ma non solo, Suor Juliana rappresenta un ponte concreto tra fede e accessibilità, tra Chiesa istituzionale e inclusione. In un mondo dove spesso la disabilità significa isolamento, il suo ministero ricorda che la spiritualità può essere vissuta e condivisa in modi molto diversi — e che una parola d’amore può arrivare anche in silenzio.
Un invito all’inclusione nella Chiesa
Il suo esempio non resta isolato: fa parte del più vasto progetto #SistersProject, promosso da un organismo del mondo cattolico per valorizzare le religiose come protagoniste della fede attiva, attente ai bisogni concreti delle persone, capaci di ridare voce a chi è marginalizzato.
In un tempo in cui la Chiesa è chiamata a essere sempre più inclusiva e vicina alle fragilità, la storia di Suor Juliana ci ricorda che la missione cristiana non è fatta solo di parole, ma anche — e soprattutto — di gesti: di mani tese, di segni che uniscono, di presenza silenziosa. Le sue mani — dice lei — sono la voce di Dio: e a sentirla, oggi, non sono solo i fedeli udenti, ma anche chi vive nel silenzio.
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Fonte: Vatican News


