Myanmar | Una suora nei campi profughi

Fonte: Vatican News
In Myanmar, tra i profughi che hanno bisogno di tutto, le opere di misericordia di suor Naw Elsi e della Chiesa birmana
In Myanmar, il tempo sembra essersi fermato in un orrore senza fine. Ogni battito è scandito da bombe che cancellano interi villaggi, da incendi che divorano case e vite, e da sfollati ridotti a numeri brucianti. L’inferno si chiama guerra civile.
Un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, pubblicato il 2 settembre 2025, lancia al mondo una denuncia straziante: dal colpo di stato del 2021, l’Arakan Army — una delle organizzazioni etniche armate — ha ucciso più di 7.000 persone nello Stato del Rakhine, almeno un terzo delle quali sono donne e bambini. E il conteggio, che copre il periodo fino al 20 agosto, è solo la punta dell’iceberg.
Di fronte a questa devastazione, suor Naw Elsi non ha potuto trattenere le lacrime. Tornata nella sua città natale distrutta, ha trovato la parrocchia saccheggiata e militarizzata.
“Ora nel mio Paese nessun luogo è sicuro”, racconta con voce rotta, mentre descrive i campi profughi come spazi privati di ogni minima risorsa — dall’acqua alle cure mediche.
Tuttavia, lei non si ferma, insieme alle opere di misericordia: e con la Chiesa locale si dedica instancabilmente ai più poveri, portando aiuti concreti dove il mondo sembra aver girato lo sguardo. Per raggiungere i campi profughi e visitare con regolarità gli sfollati, si devono percorrere strade impervie e pericolose, che con la stagione delle piogge diventano fangose, ma non si perde d’animo.
Anche la Chiesa birmana continua a implorare la pace. Il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, in un messaggio pasquale ribadiva: “trasformare gli strumenti di guerra in strumenti di pace. Il potere non è dominio, ma servizio”.
In definitiva, suor Naw Elsi, il cardinale Bo, le comunità cristiane non si arrendono: le loro opere di misericordia portano cibo, acqua, conforto, protezione.
La pace è un bene fragile, ma ancora perseguito con preghiera, azione e resistenza, nonostante tutto.
Fonte e immagine
In Myanmar, tra i profughi che hanno bisogno di tutto, le opere di misericordia di suor Naw Elsi e della Chiesa birmana
In Myanmar, il tempo sembra essersi fermato in un orrore senza fine. Ogni battito è scandito da bombe che cancellano interi villaggi, da incendi che divorano case e vite, e da sfollati ridotti a numeri brucianti. L’inferno si chiama guerra civile.
Un rapporto dell’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, pubblicato il 2 settembre 2025, lancia al mondo una denuncia straziante: dal colpo di stato del 2021, l’Arakan Army — una delle organizzazioni etniche armate — ha ucciso più di 7.000 persone nello Stato del Rakhine, almeno un terzo delle quali sono donne e bambini. E il conteggio, che copre il periodo fino al 20 agosto, è solo la punta dell’iceberg.
Di fronte a questa devastazione, suor Naw Elsi non ha potuto trattenere le lacrime. Tornata nella sua città natale distrutta, ha trovato la parrocchia saccheggiata e militarizzata.
“Ora nel mio Paese nessun luogo è sicuro”, racconta con voce rotta, mentre descrive i campi profughi come spazi privati di ogni minima risorsa — dall’acqua alle cure mediche.
Tuttavia, lei non si ferma, insieme alle opere di misericordia: e con la Chiesa locale si dedica instancabilmente ai più poveri, portando aiuti concreti dove il mondo sembra aver girato lo sguardo. Per raggiungere i campi profughi e visitare con regolarità gli sfollati, si devono percorrere strade impervie e pericolose, che con la stagione delle piogge diventano fangose, ma non si perde d’animo.
Anche la Chiesa birmana continua a implorare la pace. Il cardinale Charles Maung Bo, arcivescovo di Yangon, in un messaggio pasquale ribadiva: “trasformare gli strumenti di guerra in strumenti di pace. Il potere non è dominio, ma servizio”.
In definitiva, suor Naw Elsi, il cardinale Bo, le comunità cristiane non si arrendono: le loro opere di misericordia portano cibo, acqua, conforto, protezione.
La pace è un bene fragile, ma ancora perseguito con preghiera, azione e resistenza, nonostante tutto.
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Fonte: Vatican News


