Domenica XIX Anno C

il: 

8 Agosto 2025

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XIX domenica
XIX domenica

Letture: Sap 18,6-9; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48

Il Vangelo odierno è un collage di insegnamenti diversi: non temere se siamo solo un piccolo gregge (Lc 12,32), l’invito alla condivisione dei beni (Lc 12,33-34), alla vigilanza (Lc 12,35), e ad essere amministratori “fedeli e saggi” dei beni che il Signore ci dà.

Ma c’è soprattutto una rivelazione sconvolgente, ben più della liberazione dalla schiavitù (Prima Lettura; Sap 18,6-9), un compimento inaspettato della Fede dei Padri (Seconda Lettura: Eb 11,1-2.8-19): la proclamazione di un Dio che si fa nostro servo!

Il vecchio Catechismo, alla domanda: “Per qual fine Dio ci ha creati”, rispondeva: “Dio ci ha creati per… servirlo in questa vita”. Era una concezione simile a quella di tutti i miti creazionali antichi, che vedono la formazione dell’uomo da parte delle divinità perché esse abbiamo dei servi a loro disposizione.

Questi servitori devono invocare gli dèi con suppliche e preghiere, offrendo loro ogni sorta di sacrifici: nascono così i templi, le liturgie, il sacerdozio…

Ma Gesù arriva e sconvolge tutto. Gli uomini non sono più servi di Dio: è Dio che si fa servo dell’uomo.

Gesù sbalordisce tutti lavando i piedi ai suoi discepoli (Gv 13,1-20). Al tempo di Gesù la lavanda dei piedi era un gesto che esprimeva accoglienza, umile servizio, affetto. Era usanza degli Ebrei fornire acqua a un ospite perché si lavasse i piedi: ma non si poteva esigere da uno schiavo ebreo che lavasse i piedi al padrone: questo gesto era svolto da uno schiavo pagano (1 Sam 25,41). Oppure era azione praticata dalla moglie nei confronti del marito, o dalle figlie verso il loro padre, in segno d’amore. Così i discepoli occasionalmente rendevano questo servizio al loro maestro o rabbi, come atto di devozione; e Gesù sembra alludere a questa usanza quando parla coi suoi discepoli.

Nel lavare i piedi ai discepoli, Gesù umilia se stesso e assume la forma del servo (Fil 2). Ma quello di Gesù non è solo un gesto di umiltà, ma di rivelazione, cioè, fa scorgere il volto del Dio che Gesù manifesta, del Dio cristiano. Guardando Gesù che lava i piedi, non si ha semplicemente l’esempio del servizio, ma un’icona che Maggioni chiama “del Dio capovolto”.

“Gesù capovolge l’immagine tradizionale di Dio, le dà una bellezza che stordisce: siamo stati creati per essere amati e serviti da Dio, qui e per sempre. Non sei tu che esisti per Dio, ma è Dio che esiste per te, in funzione di te, per amarti, per servirti, per conoscerti, per lasciarsi stupire da te, da questi imprevedibili, liberi, splendidi, talvolta meschini figli che noi siamo” (G. Novella).

“Dio si rivela in quello che costituisce l’aspetto più profondo della sua divinità e manifesta la sua gloria, proprio facendosi nostro servitore, lavando i piedi alle sue creature” (H. U. Von Balthasar). “Dio non è il sommo padrone che possiede tutto. Dio è il più grande povero che non possiede nulla… Ha donato tutto eternamente e non può donare di più, perché questo dono lo costituisce nel suo essere persona fondato unicamente sulla carità” (M. Zundel).

Luca ci annuncia che è al banchetto finale che si manifesterà appieno lo stupefacente amore di Dio. Non sarà un Dio, come spesso immaginiamo, che resta lì ad aspettare la glorificazione da parte degli eletti, ma Dio stesso si vestirà ancora una volta da servo e addirittura servirà a tavola i beati: “Siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,36-37).

Siamo senza parola di fronte all’eccessiva bontà del Padrone. Egli è lo Sposo che torna dalle nozze. Ci si aspetterebbe che venga trattato con ogni riguardo: è il festeggiato, a lui vanno tutte le attenzioni e gli onori. Invece questo Padrone – Sposo si mette a fare il servo e, dismesso l’abito nuziale e indossata la divisa del lavoratore, serve a tavola i suoi dipendenti.

Non è casuale che il padrone sia “lo Sposo”: la sponsalità è una delle metafore preferite dalla Scrittura per esprimere l’amore di Dio per noi. Solo un Dio amante può rifiutare il dovuto servizio degli uomini e farsi “Servo”, fino a diventare il nostro “cameriere” in Paradiso!

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Letture: Sap 18,6-9; Eb 11,1-2.8-19; Lc 12,32-48

Il Vangelo odierno è un collage di insegnamenti diversi: non temere se siamo solo un piccolo gregge (Lc 12,32), l’invito alla condivisione dei beni (Lc 12,33-34), alla vigilanza (Lc 12,35), e ad essere amministratori “fedeli e saggi” dei beni che il Signore ci dà.

Ma c’è soprattutto una rivelazione sconvolgente, ben più della liberazione dalla schiavitù (Prima Lettura; Sap 18,6-9), un compimento inaspettato della Fede dei Padri (Seconda Lettura: Eb 11,1-2.8-19): la proclamazione di un Dio che si fa nostro servo!

Il vecchio Catechismo, alla domanda: “Per qual fine Dio ci ha creati”, rispondeva: “Dio ci ha creati per… servirlo in questa vita”. Era una concezione simile a quella di tutti i miti creazionali antichi, che vedono la formazione dell’uomo da parte delle divinità perché esse abbiamo dei servi a loro disposizione.

Questi servitori devono invocare gli dèi con suppliche e preghiere, offrendo loro ogni sorta di sacrifici: nascono così i templi, le liturgie, il sacerdozio…

Ma Gesù arriva e sconvolge tutto. Gli uomini non sono più servi di Dio: è Dio che si fa servo dell’uomo.

Gesù sbalordisce tutti lavando i piedi ai suoi discepoli (Gv 13,1-20). Al tempo di Gesù la lavanda dei piedi era un gesto che esprimeva accoglienza, umile servizio, affetto. Era usanza degli Ebrei fornire acqua a un ospite perché si lavasse i piedi: ma non si poteva esigere da uno schiavo ebreo che lavasse i piedi al padrone: questo gesto era svolto da uno schiavo pagano (1 Sam 25,41). Oppure era azione praticata dalla moglie nei confronti del marito, o dalle figlie verso il loro padre, in segno d’amore. Così i discepoli occasionalmente rendevano questo servizio al loro maestro o rabbi, come atto di devozione; e Gesù sembra alludere a questa usanza quando parla coi suoi discepoli.

Nel lavare i piedi ai discepoli, Gesù umilia se stesso e assume la forma del servo (Fil 2). Ma quello di Gesù non è solo un gesto di umiltà, ma di rivelazione, cioè, fa scorgere il volto del Dio che Gesù manifesta, del Dio cristiano. Guardando Gesù che lava i piedi, non si ha semplicemente l’esempio del servizio, ma un’icona che Maggioni chiama “del Dio capovolto”.

“Gesù capovolge l’immagine tradizionale di Dio, le dà una bellezza che stordisce: siamo stati creati per essere amati e serviti da Dio, qui e per sempre. Non sei tu che esisti per Dio, ma è Dio che esiste per te, in funzione di te, per amarti, per servirti, per conoscerti, per lasciarsi stupire da te, da questi imprevedibili, liberi, splendidi, talvolta meschini figli che noi siamo” (G. Novella).

“Dio si rivela in quello che costituisce l’aspetto più profondo della sua divinità e manifesta la sua gloria, proprio facendosi nostro servitore, lavando i piedi alle sue creature” (H. U. Von Balthasar). “Dio non è il sommo padrone che possiede tutto. Dio è il più grande povero che non possiede nulla… Ha donato tutto eternamente e non può donare di più, perché questo dono lo costituisce nel suo essere persona fondato unicamente sulla carità” (M. Zundel).

Luca ci annuncia che è al banchetto finale che si manifesterà appieno lo stupefacente amore di Dio. Non sarà un Dio, come spesso immaginiamo, che resta lì ad aspettare la glorificazione da parte degli eletti, ma Dio stesso si vestirà ancora una volta da servo e addirittura servirà a tavola i beati: “Siate simili a quelli che aspettano il loro padrone quando torna dalle nozze, in modo che, quando arriva e bussa, gli aprano subito. Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà ancora svegli; in verità io vi dico, si stringerà le vesti ai fianchi, li farà mettere a tavola e passerà a servirli” (Lc 12,36-37).

Siamo senza parola di fronte all’eccessiva bontà del Padrone. Egli è lo Sposo che torna dalle nozze. Ci si aspetterebbe che venga trattato con ogni riguardo: è il festeggiato, a lui vanno tutte le attenzioni e gli onori. Invece questo Padrone – Sposo si mette a fare il servo e, dismesso l’abito nuziale e indossata la divisa del lavoratore, serve a tavola i suoi dipendenti.

Non è casuale che il padrone sia “lo Sposo”: la sponsalità è una delle metafore preferite dalla Scrittura per esprimere l’amore di Dio per noi. Solo un Dio amante può rifiutare il dovuto servizio degli uomini e farsi “Servo”, fino a diventare il nostro “cameriere” in Paradiso!

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