Domenica XVIII Anno C

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1 Agosto 2025

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Letture: Qo 1,2; 2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

La Prima Lettura ci interroga: “Quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole?” (Qo 1,2; 2,21-23). La Seconda Lettura ci invita a “rivestire l’uomo nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato”, nell’assoluta uguaglianza di tutti in Cristo (Col 3,1-5.9-11).

A proposito del ricco accaparratore della parabola del Vangelo odierno (Lc 12,13-21), San Basilio scrive: “Così quel tale ha ripagato il suo Benefattore. Non gli venne in mente che la natura è di tutti, non considerò che il superfluo va diviso tra i bisognosi, non fece alcun conto del precetto…: «Dividi il tuo pane con l’affamato» (Is 58,7). Non ascoltò il grido di tutti i profeti e di tutti i maestri”. E ancora: “Tu dici: «Che male faccio se mi tengo le mie cose?». Ma dimmi: quali sono le tue cose…? Se ognuno prendesse per sé solo il necessario, lasciando il di più al bisognoso, nessuno sarebbe ricco e nessuno sarebbe povero… Chi ragiona saggiamente, fa uso delle ricchezze da amministratore e non da gaudente; se le lascia, deve rallegrarsene, convinto di separarsi da beni altrui, e non comportarsi come uno che perde i propri”.

Già il Siracide aveva detto: “Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, toglierlo a loro è commettere un assassinio. Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio” (Sir 34,21-22). Per Rufino d’Aquileia, avere beni superiori al necessario equivale a “sottrarre cosa altrui mediante violenza”. Se non si soccorre il povero, lo si uccide, affermano papa Leone Magno e Abelardo.

“Il significato ultimo delle ricchezze è di aiutare quelli che vivono in miseria” (J. de S. Ana).

Scrive San Cirillo a proposito dei ricchi: “Essi sono posti per così dire quali amministratori dei poveri – ed amministratori sono detti proprio dal distribuire a ciascuno il suo”.

E Basilio: “Tu sei un ministro della bontà di Dio, sei l’amministratore dei tuoi fratelli. Non credere che tutto sia stato assegnato al tuo ventre. Considera degli altri le cose che hai nelle tue mani. Per poco tempo ti faranno felice, poi scorreranno via, svaniranno, e tu ne dovrai rendere conto dettagliatamente”.

L’insegnamento attuale della Chiesa è chiaro in questo senso, anche se ben poco ricordato: “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene, all’uso di tutti gli uomini e popoli, e pertanto i beni creati debbono secondo un equo criterio essere partecipati a tutti, essendo guida la giustizia e assecondando la carità… Perciò l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori, che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni” (Gaudium et spes, n. 69).

Paolo VI nell’enciclica “Populorum progressio” insegnava: “«Poiché quel che è dato in comune per l’uso di tutti, è ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi» (S. Ambrogio). È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario ” (nn. 22-23-24).

Afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Il diritto alla proprietà privata, acquisita con il lavoro, o ricevuta da altri in eredità, oppure in dono, non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria… La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della Provvidenza, per farlo fruttificare e spartire i frutti con gli altri” (nn. 2403-2404).

Ha ribadito Papa Francesco nella “Laudato si’”: “Il principio della subor­dinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una «regola d’oro» del compor­tamento sociale, e il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale». La tradizione cri­stiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata” (n. 95).

La Chiesa di oggi, è ancora capace di predicare questa impopolare Parola del Signore? Scriveva il cardinal Pellegrino, Arcivescovo di Torino: “É dovere di tutta la Chiesa… denunciare l’abuso del denaro e del potere, così come si denunciano (o si dovrebbero denunciare) tutti i peccati: la bestemmia, l’adulterio, il furto… Io temo che le voci profetiche del magistero in questo campo non abbiano nella predicazione e nella pastorale quotidiana la risonanza che dovrebbero avere”.

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Letture: Qo 1,2; 2,21-23; Col 3,1-5.9-11; Lc 12,13-21

La Prima Lettura ci interroga: “Quale profitto viene all’uomo da tutta la sua fatica e dalle preoccupazioni del suo cuore, con cui si affanna sotto il sole?” (Qo 1,2; 2,21-23). La Seconda Lettura ci invita a “rivestire l’uomo nuovo, che si rinnova per una piena conoscenza, ad immagine di Colui che lo ha creato”, nell’assoluta uguaglianza di tutti in Cristo (Col 3,1-5.9-11).

A proposito del ricco accaparratore della parabola del Vangelo odierno (Lc 12,13-21), San Basilio scrive: “Così quel tale ha ripagato il suo Benefattore. Non gli venne in mente che la natura è di tutti, non considerò che il superfluo va diviso tra i bisognosi, non fece alcun conto del precetto…: «Dividi il tuo pane con l’affamato» (Is 58,7). Non ascoltò il grido di tutti i profeti e di tutti i maestri”. E ancora: “Tu dici: «Che male faccio se mi tengo le mie cose?». Ma dimmi: quali sono le tue cose…? Se ognuno prendesse per sé solo il necessario, lasciando il di più al bisognoso, nessuno sarebbe ricco e nessuno sarebbe povero… Chi ragiona saggiamente, fa uso delle ricchezze da amministratore e non da gaudente; se le lascia, deve rallegrarsene, convinto di separarsi da beni altrui, e non comportarsi come uno che perde i propri”.

Già il Siracide aveva detto: “Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri, toglierlo a loro è commettere un assassinio. Uccide il prossimo chi gli toglie il nutrimento, versa sangue chi rifiuta il salario all’operaio” (Sir 34,21-22). Per Rufino d’Aquileia, avere beni superiori al necessario equivale a “sottrarre cosa altrui mediante violenza”. Se non si soccorre il povero, lo si uccide, affermano papa Leone Magno e Abelardo.

“Il significato ultimo delle ricchezze è di aiutare quelli che vivono in miseria” (J. de S. Ana).

Scrive San Cirillo a proposito dei ricchi: “Essi sono posti per così dire quali amministratori dei poveri – ed amministratori sono detti proprio dal distribuire a ciascuno il suo”.

E Basilio: “Tu sei un ministro della bontà di Dio, sei l’amministratore dei tuoi fratelli. Non credere che tutto sia stato assegnato al tuo ventre. Considera degli altri le cose che hai nelle tue mani. Per poco tempo ti faranno felice, poi scorreranno via, svaniranno, e tu ne dovrai rendere conto dettagliatamente”.

L’insegnamento attuale della Chiesa è chiaro in questo senso, anche se ben poco ricordato: “Dio ha destinato la terra e tutto quello che essa contiene, all’uso di tutti gli uomini e popoli, e pertanto i beni creati debbono secondo un equo criterio essere partecipati a tutti, essendo guida la giustizia e assecondando la carità… Perciò l’uomo, usando di questi beni, deve considerare le cose esteriori, che legittimamente possiede, non solo come proprie, ma anche come comuni” (Gaudium et spes, n. 69).

Paolo VI nell’enciclica “Populorum progressio” insegnava: “«Poiché quel che è dato in comune per l’uso di tutti, è ciò che tu ti annetti. La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi» (S. Ambrogio). È come dire che la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario ” (nn. 22-23-24).

Afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Il diritto alla proprietà privata, acquisita con il lavoro, o ricevuta da altri in eredità, oppure in dono, non elimina l’originaria donazione della terra all’insieme dell’umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria… La proprietà di un bene fa di colui che lo possiede un amministratore della Provvidenza, per farlo fruttificare e spartire i frutti con gli altri” (nn. 2403-2404).

Ha ribadito Papa Francesco nella “Laudato si’”: “Il principio della subor­dinazione della proprietà privata alla destinazione universale dei beni e, perciò, il diritto universale al loro uso, è una «regola d’oro» del compor­tamento sociale, e il «primo principio di tutto l’ordinamento etico-sociale». La tradizione cri­stiana non ha mai riconosciuto come assoluto o intoccabile il diritto alla proprietà privata, e ha messo in risalto la funzione sociale di qualunque forma di proprietà privata” (n. 95).

La Chiesa di oggi, è ancora capace di predicare questa impopolare Parola del Signore? Scriveva il cardinal Pellegrino, Arcivescovo di Torino: “É dovere di tutta la Chiesa… denunciare l’abuso del denaro e del potere, così come si denunciano (o si dovrebbero denunciare) tutti i peccati: la bestemmia, l’adulterio, il furto… Io temo che le voci profetiche del magistero in questo campo non abbiano nella predicazione e nella pastorale quotidiana la risonanza che dovrebbero avere”.

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misericordia di dio
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