Letture: Sir 3,19-21.30-31; Eb 12,18-19.22-24°; Lc 14,1.7-14
Il banchetto lucano
Durante il suo viaggio, Gesù spesso fa un’evangelizzazione conviviale, domestica. Il genere del convito, del simposio, permette di collegare insegnamenti diversi o disparati. Per i greci il genere del symposion è raduno di gente dotta che, dopo aver cenato, si intrattiene in conversazioni e istruzioni. Luca organizza del materiale eterogeneo con un’unità esterna ed interna. Per quanto concerne l’unità interna, tutti gli episodi o narrazioni gravitano attorno a un banchetto. L’unità esterna, invece, è puramente redazionale, sempre imperniata sul banchetto. Luca collega le varie parti anche mediante una progressione cronologica artificiosa: i commensali entrano per mangiare (v. 1); scelgono i loro posti a tavola (v. 7); per un pranzo o una cena (v. 12.16). In tutto ciò, Luca segue le norme dello stile greco classico.
Chi partecipa al banchetto
Nel Vangelo odierno (Lc 14,1.7-14), Gesù non intende dare una lezione di galateo, ma nella prima parte (vv. 7-11), prendendo lo spunto dalle buone maniere della tavola, egli trae conclusioni concernenti il Regno di Dio: la partecipazione al banchetto dipende da un invito da parte di Dio, che invita coloro che riconoscono la loro umile condizione e il loro bisogno di salvezza, come afferma anche la Prima Lettura (Sir 3,19-21.30-31).
Il consiglio che poi Gesù dà al padrone di casa (vv. 12-14) è rivoluzionario, contrario a tutti gli usi abituali. Luca enumera, come invitati, tutte le categorie di emarginati, che non potevano partecipare ad alcune cerimonie religiose del tempio e, a Qumram, non potevano far parte della comunità religiosa (Lv 21,17-21; 1 Qsa 11,4-8): questo è il comportamento nuovo. Di fronte a Dio nessuno è emarginato, ma ciascuno è prossimo.
Ma per entrare in Paradiso, “al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore”, di cui parla la Seconda Lettura (Eb 12,18-19.22-24), l’”esame di ammissione” verterà su di un’unica domanda: avremo dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, casa agli immigrati, vestiti agli ignudi, cure agli ammalati, solidarietà ai carcerati (Mt 25,31-46)?
Scrive Giovanni Crisostomo: “Il padrone e artefice dell’universo dice: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare» (Mt 25,42)… Il tuo Signore è là fuori, morente di fame, e tu ti abbandoni ai peccati di gola…! Lui va in giro intirizzito di freddo, tu ti vesti di seta e non lo guardi neppure, né gli dimostri compassione, ma anzi tiri diritto spietatamente. Quale perdono può meritare una simile condotta?”.
E Basilio: “Cosa risponderai al Giudice, tu che rivesti i muri e non vesti gli uomini? Tu che orni i cavalli e respingi il fratello coperto con miseri stracci? Tu che lasci marcire il grano e non dai da mangiare all’affamato? Tu che sotterri l’oro e non ti preoccupi di chi è strozzato dai debiti?”.
Non solo Cristo si identifica nei poveri, ma essi saranno i giudici di tutti gli uomini: saranno loro che accoglieranno o no nel Regno. Gesù lo sottolinea nella parabola dell’amministratore disonesto: “So io cosa fare – pensa l’amministratore – perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua” (Lc 16,4): e la “casa” dei poveri della parabola, precisa poi Gesù, sono proprio “le dimore eterne”: “Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9).
I cristiani, quando fanno festa, si circondano degli ultimi? Sono questi i loro migliori amici? E i loro banchetti eucaristici, le loro liturgie, sono frequentate dai poveri o dal solito giro di “gente bene”? Eppure saranno i poveri i “portinai” del Paradiso…
Scriveva monsignor Tonino Bello: “Non ci si può permettere i paradigmi dell’opulenza, mentre i teleschermi ti rovinano la digestione, esibendoti sotto gli occhi i misteri dolorosi di tanti fratelli crocifissi. Le carte patinate delle riviste, che riproducono le icone viventi delle nuove tragedie del Calvario, si rivolgeranno un giorno contro di noi come documenti d’accusa, se non avremo spartito con gli altri le nostre ricchezze”.
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Domenica XXII Anno C
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Letture: Sir 3,19-21.30-31; Eb 12,18-19.22-24°; Lc 14,1.7-14
Il banchetto lucano
Durante il suo viaggio, Gesù spesso fa un’evangelizzazione conviviale, domestica. Il genere del convito, del simposio, permette di collegare insegnamenti diversi o disparati. Per i greci il genere del symposion è raduno di gente dotta che, dopo aver cenato, si intrattiene in conversazioni e istruzioni. Luca organizza del materiale eterogeneo con un’unità esterna ed interna. Per quanto concerne l’unità interna, tutti gli episodi o narrazioni gravitano attorno a un banchetto. L’unità esterna, invece, è puramente redazionale, sempre imperniata sul banchetto. Luca collega le varie parti anche mediante una progressione cronologica artificiosa: i commensali entrano per mangiare (v. 1); scelgono i loro posti a tavola (v. 7); per un pranzo o una cena (v. 12.16). In tutto ciò, Luca segue le norme dello stile greco classico.
Chi partecipa al banchetto
Nel Vangelo odierno (Lc 14,1.7-14), Gesù non intende dare una lezione di galateo, ma nella prima parte (vv. 7-11), prendendo lo spunto dalle buone maniere della tavola, egli trae conclusioni concernenti il Regno di Dio: la partecipazione al banchetto dipende da un invito da parte di Dio, che invita coloro che riconoscono la loro umile condizione e il loro bisogno di salvezza, come afferma anche la Prima Lettura (Sir 3,19-21.30-31).
Il consiglio che poi Gesù dà al padrone di casa (vv. 12-14) è rivoluzionario, contrario a tutti gli usi abituali. Luca enumera, come invitati, tutte le categorie di emarginati, che non potevano partecipare ad alcune cerimonie religiose del tempio e, a Qumram, non potevano far parte della comunità religiosa (Lv 21,17-21; 1 Qsa 11,4-8): questo è il comportamento nuovo. Di fronte a Dio nessuno è emarginato, ma ciascuno è prossimo.
Ma per entrare in Paradiso, “al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore”, di cui parla la Seconda Lettura (Eb 12,18-19.22-24), l’”esame di ammissione” verterà su di un’unica domanda: avremo dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, casa agli immigrati, vestiti agli ignudi, cure agli ammalati, solidarietà ai carcerati (Mt 25,31-46)?
Scrive Giovanni Crisostomo: “Il padrone e artefice dell’universo dice: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare» (Mt 25,42)… Il tuo Signore è là fuori, morente di fame, e tu ti abbandoni ai peccati di gola…! Lui va in giro intirizzito di freddo, tu ti vesti di seta e non lo guardi neppure, né gli dimostri compassione, ma anzi tiri diritto spietatamente. Quale perdono può meritare una simile condotta?”.
E Basilio: “Cosa risponderai al Giudice, tu che rivesti i muri e non vesti gli uomini? Tu che orni i cavalli e respingi il fratello coperto con miseri stracci? Tu che lasci marcire il grano e non dai da mangiare all’affamato? Tu che sotterri l’oro e non ti preoccupi di chi è strozzato dai debiti?”.
Non solo Cristo si identifica nei poveri, ma essi saranno i giudici di tutti gli uomini: saranno loro che accoglieranno o no nel Regno. Gesù lo sottolinea nella parabola dell’amministratore disonesto: “So io cosa fare – pensa l’amministratore – perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua” (Lc 16,4): e la “casa” dei poveri della parabola, precisa poi Gesù, sono proprio “le dimore eterne”: “Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9).
I cristiani, quando fanno festa, si circondano degli ultimi? Sono questi i loro migliori amici? E i loro banchetti eucaristici, le loro liturgie, sono frequentate dai poveri o dal solito giro di “gente bene”? Eppure saranno i poveri i “portinai” del Paradiso…
Scriveva monsignor Tonino Bello: “Non ci si può permettere i paradigmi dell’opulenza, mentre i teleschermi ti rovinano la digestione, esibendoti sotto gli occhi i misteri dolorosi di tanti fratelli crocifissi. Le carte patinate delle riviste, che riproducono le icone viventi delle nuove tragedie del Calvario, si rivolgeranno un giorno contro di noi come documenti d’accusa, se non avremo spartito con gli altri le nostre ricchezze”.
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Letture: Sir 3,19-21.30-31; Eb 12,18-19.22-24°; Lc 14,1.7-14
Il banchetto lucano
Durante il suo viaggio, Gesù spesso fa un’evangelizzazione conviviale, domestica. Il genere del convito, del simposio, permette di collegare insegnamenti diversi o disparati. Per i greci il genere del symposion è raduno di gente dotta che, dopo aver cenato, si intrattiene in conversazioni e istruzioni. Luca organizza del materiale eterogeneo con un’unità esterna ed interna. Per quanto concerne l’unità interna, tutti gli episodi o narrazioni gravitano attorno a un banchetto. L’unità esterna, invece, è puramente redazionale, sempre imperniata sul banchetto. Luca collega le varie parti anche mediante una progressione cronologica artificiosa: i commensali entrano per mangiare (v. 1); scelgono i loro posti a tavola (v. 7); per un pranzo o una cena (v. 12.16). In tutto ciò, Luca segue le norme dello stile greco classico.
Chi partecipa al banchetto
Nel Vangelo odierno (Lc 14,1.7-14), Gesù non intende dare una lezione di galateo, ma nella prima parte (vv. 7-11), prendendo lo spunto dalle buone maniere della tavola, egli trae conclusioni concernenti il Regno di Dio: la partecipazione al banchetto dipende da un invito da parte di Dio, che invita coloro che riconoscono la loro umile condizione e il loro bisogno di salvezza, come afferma anche la Prima Lettura (Sir 3,19-21.30-31).
Il consiglio che poi Gesù dà al padrone di casa (vv. 12-14) è rivoluzionario, contrario a tutti gli usi abituali. Luca enumera, come invitati, tutte le categorie di emarginati, che non potevano partecipare ad alcune cerimonie religiose del tempio e, a Qumram, non potevano far parte della comunità religiosa (Lv 21,17-21; 1 Qsa 11,4-8): questo è il comportamento nuovo. Di fronte a Dio nessuno è emarginato, ma ciascuno è prossimo.
Ma per entrare in Paradiso, “al monte Sion, alla città del Dio vivente, alla Gerusalemme celeste e a migliaia di angeli, all’adunanza festosa e all’assemblea dei primogeniti i cui nomi sono scritti nei cieli, al Dio giudice di tutti e agli spiriti dei giusti resi perfetti, a Gesù, mediatore dell’alleanza nuova, e al sangue purificatore”, di cui parla la Seconda Lettura (Eb 12,18-19.22-24), l’”esame di ammissione” verterà su di un’unica domanda: avremo dato da mangiare agli affamati, da bere agli assetati, casa agli immigrati, vestiti agli ignudi, cure agli ammalati, solidarietà ai carcerati (Mt 25,31-46)?
Scrive Giovanni Crisostomo: “Il padrone e artefice dell’universo dice: «Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare» (Mt 25,42)… Il tuo Signore è là fuori, morente di fame, e tu ti abbandoni ai peccati di gola…! Lui va in giro intirizzito di freddo, tu ti vesti di seta e non lo guardi neppure, né gli dimostri compassione, ma anzi tiri diritto spietatamente. Quale perdono può meritare una simile condotta?”.
E Basilio: “Cosa risponderai al Giudice, tu che rivesti i muri e non vesti gli uomini? Tu che orni i cavalli e respingi il fratello coperto con miseri stracci? Tu che lasci marcire il grano e non dai da mangiare all’affamato? Tu che sotterri l’oro e non ti preoccupi di chi è strozzato dai debiti?”.
Non solo Cristo si identifica nei poveri, ma essi saranno i giudici di tutti gli uomini: saranno loro che accoglieranno o no nel Regno. Gesù lo sottolinea nella parabola dell’amministratore disonesto: “So io cosa fare – pensa l’amministratore – perché, quando sarò stato allontanato dall’amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua” (Lc 16,4): e la “casa” dei poveri della parabola, precisa poi Gesù, sono proprio “le dimore eterne”: “Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand’essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne” (Lc 16,9).
I cristiani, quando fanno festa, si circondano degli ultimi? Sono questi i loro migliori amici? E i loro banchetti eucaristici, le loro liturgie, sono frequentate dai poveri o dal solito giro di “gente bene”? Eppure saranno i poveri i “portinai” del Paradiso…
Scriveva monsignor Tonino Bello: “Non ci si può permettere i paradigmi dell’opulenza, mentre i teleschermi ti rovinano la digestione, esibendoti sotto gli occhi i misteri dolorosi di tanti fratelli crocifissi. Le carte patinate delle riviste, che riproducono le icone viventi delle nuove tragedie del Calvario, si rivolgeranno un giorno contro di noi come documenti d’accusa, se non avremo spartito con gli altri le nostre ricchezze”.
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