V DOMENICA DI QUARESIMA

il: 

16 Marzo 2026

di: 

giovanni 3
giovanni 3

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Gesù è la Resurrezione e la Vita

Letture: Ez 37, 12-14; Rm 8, 8-11; Gv 11, 1-45

Nella Festa della Dedicazione (Gv 10,22), in cui si celebrava IHWH, con la recita del Salmo 30, come Datore di vita, Gesù, a Betania, la “casa dell’afflizione”, proclama di essere lui stesso la vita, e ne dà segno nella resurrezione di Lazzaro, il cui nome significa “Dio aiuta” (Vangelo: Gv 11,1-45).

Gesù è il Dio della vita: è Dio che soffre di fronte alla condizione umana e che si fa ad essa solidale nel dolore (Es 2,24-25). È il Dio che si adira contro il male: il verbo “embrimasthai” (Gv 11,33.38) non indica tanto “commozione”, quanto “collera”, “ira”: la malattia non è qualcosa verso cui rassegnarsi, ma contro cui sdegnarsi, combattere, lottare. Se siamo nella sofferenza, Dio è al nostro fianco, piange con noi, si adira con noi; e interviene a darci la vita, anche se talora non come vorremmo noi: talora aspetta il “terzo giorno” (v. 6). Ma in ogni caso ogni malattia o morte è per la sua Gloria (vv. 4.40), perché egli trionferà sul male e ridarà la vita: è questa la stupenda certezza cristiana.

Il Vangelo odierno è anche un racconto esemplificativo del cammino di fede del cristiano. Ne sono tipo i discepoli, che non comprendono perché il Cristo, Figlio di Dio, debba andare a soffrire (v. 8), che non capiscono il mistero della malattia di Lazzaro e perché Gesù tardi ad intervenire (vv. 12-14): è l’obiezione del mondo, personificato dai Giudei (v. 37), su perché Dio permetta il dolore umano e non intervenga, se è Onnipotente. Ma in fondo i discepoli, per bocca di Tommaso, intuiscono il “misterium crucis”, e in qualche modo sono coloro che accettano di “andare a morire con lui” (v. 16).

Anche Marta è tipo del cristiano: avverte Gesù di essere nel bisogno (v. 3), fa esodo verso di lui (v. 20), si rivolge a lui con titoli elevati (vv. 20-21): ma la sua fede è inadeguata. Non ha ancora capito che è Gesù la vita stessa (v. 24): l’“anche ora” del v. 22, che sembrerebbe esprimere fede indiscussa, sfuma di fronte all’incredulità del v. 39: “manda già cattivo odore…”. Ma Gesù richiama il credente al cuore della fede: la Cristologia. Se accettiamo lui, abbiamo la vita eterna: chi crede in lui, vedrà la Gloria di Dio (v. 40). Marta è come noi: professiamo con la bocca che la luce e la vita sono venute nel mondo, ma il nostro cuore è ancora incerto, vacillante.

Altro modello del discepolo è Maria: è la dimensione contemplativa (vv. 2.20.32; Lc 10,39; Gv 12,3), è l’adorazione, la liturgia, la dimensione sacerdotale del credente che, pur in una fede imperfetta, porta a Dio, nelle lacrime, la sofferenza dell’uomo.

Pure Lazzaro è tipo del credente: è l’amico di Dio (v. 3), colui a cui il Signore vuole molto bene (v. 5): ma, lontano dal Cristo, si ammala e muore (vv. 21.32), si decompone (v. 39).

Gesù, per intercessione della comunità, va alla ricerca dell’uomo anche se questi non fa nulla per invocarlo: ci viene a scovare là dove siamo, scende nei nostri sepolcri, indipendentemente dai nostri meriti. E ci chiama a “uscir fuori” (v. 43) dalla nostra condizione di morti imputriditi, e ci risuscita. Ma noi spesso restiamo mummie incapaci di muoverci: Gesù ordina alla comunità di sciogliere i nostri legami e renderci capaci di “andare” (v. 44) dietro di lui, coinvolti nel mistero pasquale di morte e resurrezione.

“Nell’Eucaristia riceviamo la garanzia della risurrezione corporea…: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54). Questa garanzia della futura risurrezione proviene dal fatto che la carne del Figlio dell’uomo, data in cibo, è il suo corpo nello stato glorioso di risorto. Con l’Eucaristia si assimila… il «segreto» della risurrezione. Perciò giustamente sant’Ignazio d’Antiochia definiva il Pane eucaristico «farmaco di immortalità, antidoto contro la morte»” (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, n. 18).

Fonte

Gesù è la Resurrezione e la Vita

Letture: Ez 37, 12-14; Rm 8, 8-11; Gv 11, 1-45

Nella Festa della Dedicazione (Gv 10,22), in cui si celebrava IHWH, con la recita del Salmo 30, come Datore di vita, Gesù, a Betania, la “casa dell’afflizione”, proclama di essere lui stesso la vita, e ne dà segno nella resurrezione di Lazzaro, il cui nome significa “Dio aiuta” (Vangelo: Gv 11,1-45).

Gesù è il Dio della vita: è Dio che soffre di fronte alla condizione umana e che si fa ad essa solidale nel dolore (Es 2,24-25). È il Dio che si adira contro il male: il verbo “embrimasthai” (Gv 11,33.38) non indica tanto “commozione”, quanto “collera”, “ira”: la malattia non è qualcosa verso cui rassegnarsi, ma contro cui sdegnarsi, combattere, lottare. Se siamo nella sofferenza, Dio è al nostro fianco, piange con noi, si adira con noi; e interviene a darci la vita, anche se talora non come vorremmo noi: talora aspetta il “terzo giorno” (v. 6). Ma in ogni caso ogni malattia o morte è per la sua Gloria (vv. 4.40), perché egli trionferà sul male e ridarà la vita: è questa la stupenda certezza cristiana.

Il Vangelo odierno è anche un racconto esemplificativo del cammino di fede del cristiano. Ne sono tipo i discepoli, che non comprendono perché il Cristo, Figlio di Dio, debba andare a soffrire (v. 8), che non capiscono il mistero della malattia di Lazzaro e perché Gesù tardi ad intervenire (vv. 12-14): è l’obiezione del mondo, personificato dai Giudei (v. 37), su perché Dio permetta il dolore umano e non intervenga, se è Onnipotente. Ma in fondo i discepoli, per bocca di Tommaso, intuiscono il “misterium crucis”, e in qualche modo sono coloro che accettano di “andare a morire con lui” (v. 16).

Anche Marta è tipo del cristiano: avverte Gesù di essere nel bisogno (v. 3), fa esodo verso di lui (v. 20), si rivolge a lui con titoli elevati (vv. 20-21): ma la sua fede è inadeguata. Non ha ancora capito che è Gesù la vita stessa (v. 24): l’“anche ora” del v. 22, che sembrerebbe esprimere fede indiscussa, sfuma di fronte all’incredulità del v. 39: “manda già cattivo odore…”. Ma Gesù richiama il credente al cuore della fede: la Cristologia. Se accettiamo lui, abbiamo la vita eterna: chi crede in lui, vedrà la Gloria di Dio (v. 40). Marta è come noi: professiamo con la bocca che la luce e la vita sono venute nel mondo, ma il nostro cuore è ancora incerto, vacillante.

Altro modello del discepolo è Maria: è la dimensione contemplativa (vv. 2.20.32; Lc 10,39; Gv 12,3), è l’adorazione, la liturgia, la dimensione sacerdotale del credente che, pur in una fede imperfetta, porta a Dio, nelle lacrime, la sofferenza dell’uomo.

Pure Lazzaro è tipo del credente: è l’amico di Dio (v. 3), colui a cui il Signore vuole molto bene (v. 5): ma, lontano dal Cristo, si ammala e muore (vv. 21.32), si decompone (v. 39).

Gesù, per intercessione della comunità, va alla ricerca dell’uomo anche se questi non fa nulla per invocarlo: ci viene a scovare là dove siamo, scende nei nostri sepolcri, indipendentemente dai nostri meriti. E ci chiama a “uscir fuori” (v. 43) dalla nostra condizione di morti imputriditi, e ci risuscita. Ma noi spesso restiamo mummie incapaci di muoverci: Gesù ordina alla comunità di sciogliere i nostri legami e renderci capaci di “andare” (v. 44) dietro di lui, coinvolti nel mistero pasquale di morte e resurrezione.

“Nell’Eucaristia riceviamo la garanzia della risurrezione corporea…: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno» (Gv 6,54). Questa garanzia della futura risurrezione proviene dal fatto che la carne del Figlio dell’uomo, data in cibo, è il suo corpo nello stato glorioso di risorto. Con l’Eucaristia si assimila… il «segreto» della risurrezione. Perciò giustamente sant’Ignazio d’Antiochia definiva il Pane eucaristico «farmaco di immortalità, antidoto contro la morte»” (Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, n. 18).

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giovanni 3
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