Vangelo di domenica 06 luglio: XIV domenica anno C: Luca 10, 1-12. 17-20

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30 Giugno 2025

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Luca 2
Luca 2

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LUCA 10,1-20

Quando si legge la Bibbia, bisogna ricordarsi che in essa tutti i numeri non hanno tanto un valore oggettivo, quanto invece simbolico. Il Libro della Genesi, al capitolo dieci (Gn 10,1-32), presenta la “Tavola delle nazioni”, cioè l’elenco dei Popoli creati da Dio. Tutti i capostipiti delle nazioni sono in numero di 70, multiplo perfetto del 7, sacro per eccellenza (7 x 10).

La traduzione in greco della Bibbia, quella detta dei LXX, parla invece della creazione di 72 popoli. In ogni caso “era la Bibbia greca quella che Luca, quando scrive il suo Vangelo, aveva a disposizione” (O. Da Spinetoli): quella Bibbia che afferma che i popoli creati da Dio sono 72. Per questo Luca scrive: “Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi” (Lc 10,1).

In realtà anche gli Anziani di Israele su cui scende lo Spirito di Dio sono 72, perché ai 70 Anziani radunati nella Tenda del Convegno vanno aggiunti Eldad e Medad, che erano rimasti nell’accampamento (Nm 11,25-26), come sottolineerà sempre lo Zohar, il libro più importante della tradizione cabalistica. Si osservi che il numero 72 corrisponde anche al nome di Dio (IHWH) secondo la gematria, la scienza teologica ebraica che dà un valore numerico ad ogni lettera (come avviene anche nel mondo latino, dove i numeri erano rappresentati da lettere): la somma dei valori delle singole lettere dà un numero che a sua volta definisce una persona o una cosa.

Quindi il numero 72 è al contempo simbolo di universalità e richiama il Nome santo di Dio stesso. I discepoli sono quindi inviati, secondo il simbolismo ebraico, ad evangelizzare tutte le genti. “Al di là della questione se sono 70 o 72, il significato è chiaro: la Parola data ad Israele deve raggiungere tutti i figli di Dio, tutti i popoli. E 72 (i popoli) più 12 (le tribù di Israele) fanno 84, cioè 7 volte 12: la totalità (7) degli uomini è popolo di Dio (12)!” (S. Fausti).

Anche un semplice valore numerico, per chi approfondisce con amore e passione la Sacra Scrittura, può dischiudere rivelazioni meravigliose…

“Gesù intravede la messe abbondante, i campi che biondeggiano, ma constata la scarsità degli operai che dovranno mietere. È stato così al tempo di Gesù, è stato così lungo la storia della Chiesa, è così anche oggi…! La chiamata di un missionario avviene a causa della preghiera della Chiesa, la missione deve sempre scaturire dalla preghiera (Lc 6,12-13), il lavoro della mietitura va fatto nella preghiera” (E. Bianchi).

Gesù manda i discepoli a due a due, perché vivano innanzitutto in comunione e siano l’uno sostegno per l’altro: la missione è azione di tutta la Chiesa, non di singoli. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha ribadito: “La Chiesa peregrinante è per sua natura missionaria” (Ad gentes, n. 2); ed ha invitato “ciascuna comunità… ad allargare la vasta trama della sua carità fino ai confini della terra, dimostrando per quelli che sono lontani la stessa sollecitudine che ha per coloro che sono i suoi propri membri”.

Gesù è il modello dell’apostolo che non fa vita solitaria, come gli antichi profeti: egli vive in comunità, e per la vita comunitaria ha chiesto ai suoi l’abbandono di casa, famiglia, moglie (Mc 10,28-31). Egli invia a due a due i suoi discepoli non solo per dare una testimonianza valida secondo la legge giudaica (Dt 19,15), ma proprio per dare esempio di vita fraterna. Non siamo chiamati ad una fede privatistica, né ad una testimonianza individuale. Per questo nel Vangelo e negli Atti spesso vediamo presentate coppie “celebri” di discepoli, segno di una prassi di condivisione di vita e di annuncio: Pietro e Giovanni, Giovanni e Andrea, Cleopa e l’altro discepolo, Barnaba e Paolo, Giuda e Sila, Barnaba e Marco, Paolo e Sila, Andronico e Giunia… Annunciatrice di Colui che è Amore (1 Gv 4,8), la Chiesa dovrà innanzitutto esserne segno visibile: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).

Oltre che alla vita comune nell’agape, la chiamata per la chiesa è ad una povertà radicale (Lc 10,4). L’essenza dello “stare con lui” (Mc 3,14) è essere poveri come lui (Lc 8,58): la fede è porre la nostra sicurezza solo di Dio, è affidarsi solo a lui, come gli uccelli del cielo e i gigli del campo (Mt 6,25-35), è vivere solo di lui. La povertà è vero e indispensabile sacramento, cioè segno efficace della fede in Dio. Senza povertà non c’è fede, se non a parole (At 3,4-6). I discepoli non dovranno portare con sé neanche il pane (Mc 6,8): hanno infatti “con sé sulla barca il pane unico” (Mc 8,14), Gesù Cristo stesso! Al credente, Dio basta: la missione è testimoniare questo con la propria vita.

Concludeva Papa Francesco: “Dice il Vangelo che quei settantadue tornarono dalla loro missione pieni di gioia, perché avevano sperimentato la potenza del Nome di Cristo contro il male. Gesù lo conferma: a questi discepoli Lui dà la forza di sconfiggere il maligno. Ma aggiunge: «Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). Non dobbiamo vantarci come se fossimo noi i protagonisti: protagonista è uno solo, è il Signore! Protagonista è la grazia del Signore! Lui è l’unico protagonista! E la nostra gioia è solo questa: essere suoi discepoli, suoi amici”.

Buona Misericordia a tutti!

Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.

Fonte dell’articolo

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LUCA 10,1-20

Quando si legge la Bibbia, bisogna ricordarsi che in essa tutti i numeri non hanno tanto un valore oggettivo, quanto invece simbolico. Il Libro della Genesi, al capitolo dieci (Gn 10,1-32), presenta la “Tavola delle nazioni”, cioè l’elenco dei Popoli creati da Dio. Tutti i capostipiti delle nazioni sono in numero di 70, multiplo perfetto del 7, sacro per eccellenza (7 x 10).

La traduzione in greco della Bibbia, quella detta dei LXX, parla invece della creazione di 72 popoli. In ogni caso “era la Bibbia greca quella che Luca, quando scrive il suo Vangelo, aveva a disposizione” (O. Da Spinetoli): quella Bibbia che afferma che i popoli creati da Dio sono 72. Per questo Luca scrive: “Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi” (Lc 10,1).

In realtà anche gli Anziani di Israele su cui scende lo Spirito di Dio sono 72, perché ai 70 Anziani radunati nella Tenda del Convegno vanno aggiunti Eldad e Medad, che erano rimasti nell’accampamento (Nm 11,25-26), come sottolineerà sempre lo Zohar, il libro più importante della tradizione cabalistica. Si osservi che il numero 72 corrisponde anche al nome di Dio (IHWH) secondo la gematria, la scienza teologica ebraica che dà un valore numerico ad ogni lettera (come avviene anche nel mondo latino, dove i numeri erano rappresentati da lettere): la somma dei valori delle singole lettere dà un numero che a sua volta definisce una persona o una cosa.

Quindi il numero 72 è al contempo simbolo di universalità e richiama il Nome santo di Dio stesso. I discepoli sono quindi inviati, secondo il simbolismo ebraico, ad evangelizzare tutte le genti. “Al di là della questione se sono 70 o 72, il significato è chiaro: la Parola data ad Israele deve raggiungere tutti i figli di Dio, tutti i popoli. E 72 (i popoli) più 12 (le tribù di Israele) fanno 84, cioè 7 volte 12: la totalità (7) degli uomini è popolo di Dio (12)!” (S. Fausti).

Anche un semplice valore numerico, per chi approfondisce con amore e passione la Sacra Scrittura, può dischiudere rivelazioni meravigliose…

“Gesù intravede la messe abbondante, i campi che biondeggiano, ma constata la scarsità degli operai che dovranno mietere. È stato così al tempo di Gesù, è stato così lungo la storia della Chiesa, è così anche oggi…! La chiamata di un missionario avviene a causa della preghiera della Chiesa, la missione deve sempre scaturire dalla preghiera (Lc 6,12-13), il lavoro della mietitura va fatto nella preghiera” (E. Bianchi).

Gesù manda i discepoli a due a due, perché vivano innanzitutto in comunione e siano l’uno sostegno per l’altro: la missione è azione di tutta la Chiesa, non di singoli. Il Concilio Ecumenico Vaticano II ha ribadito: “La Chiesa peregrinante è per sua natura missionaria” (Ad gentes, n. 2); ed ha invitato “ciascuna comunità… ad allargare la vasta trama della sua carità fino ai confini della terra, dimostrando per quelli che sono lontani la stessa sollecitudine che ha per coloro che sono i suoi propri membri”.

Gesù è il modello dell’apostolo che non fa vita solitaria, come gli antichi profeti: egli vive in comunità, e per la vita comunitaria ha chiesto ai suoi l’abbandono di casa, famiglia, moglie (Mc 10,28-31). Egli invia a due a due i suoi discepoli non solo per dare una testimonianza valida secondo la legge giudaica (Dt 19,15), ma proprio per dare esempio di vita fraterna. Non siamo chiamati ad una fede privatistica, né ad una testimonianza individuale. Per questo nel Vangelo e negli Atti spesso vediamo presentate coppie “celebri” di discepoli, segno di una prassi di condivisione di vita e di annuncio: Pietro e Giovanni, Giovanni e Andrea, Cleopa e l’altro discepolo, Barnaba e Paolo, Giuda e Sila, Barnaba e Marco, Paolo e Sila, Andronico e Giunia… Annunciatrice di Colui che è Amore (1 Gv 4,8), la Chiesa dovrà innanzitutto esserne segno visibile: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli, se avrete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).

Oltre che alla vita comune nell’agape, la chiamata per la chiesa è ad una povertà radicale (Lc 10,4). L’essenza dello “stare con lui” (Mc 3,14) è essere poveri come lui (Lc 8,58): la fede è porre la nostra sicurezza solo di Dio, è affidarsi solo a lui, come gli uccelli del cielo e i gigli del campo (Mt 6,25-35), è vivere solo di lui. La povertà è vero e indispensabile sacramento, cioè segno efficace della fede in Dio. Senza povertà non c’è fede, se non a parole (At 3,4-6). I discepoli non dovranno portare con sé neanche il pane (Mc 6,8): hanno infatti “con sé sulla barca il pane unico” (Mc 8,14), Gesù Cristo stesso! Al credente, Dio basta: la missione è testimoniare questo con la propria vita.

Concludeva Papa Francesco: “Dice il Vangelo che quei settantadue tornarono dalla loro missione pieni di gioia, perché avevano sperimentato la potenza del Nome di Cristo contro il male. Gesù lo conferma: a questi discepoli Lui dà la forza di sconfiggere il maligno. Ma aggiunge: «Non rallegratevi però perché i demoni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10,20). Non dobbiamo vantarci come se fossimo noi i protagonisti: protagonista è uno solo, è il Signore! Protagonista è la grazia del Signore! Lui è l’unico protagonista! E la nostra gioia è solo questa: essere suoi discepoli, suoi amici”.

Buona Misericordia a tutti!

Chi volesse leggere un’esegesi più completa del testo, o qualche approfondimento, me li chieda a migliettacarlo@gmail.com.

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