Quel che ha contato nella mia vita (III parte)

21 Luglio 2025

Don Vito Vacca

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Immagine creata digitalmente da spazio + spadoni

Don Vito Vacca, fidei donum della diocesi di Roma, conclude la serie di riflessioni sul comandamento di Gesù e le opere di misericordia

Anche nel servizio religioso c’è il pericolo di fare il burocrate. Un giorno un collaboratore laico mi fece una domanda:

tu lavori molto, ma dimmi sinceramente: ami le persone che partecipano in queste attività? Ci tieni più ad accogliere i fedeli come fratelli e farli sentire a casa loro e corresponsabili o a ricevere lodi perché hai fatto una bella predica? Sei più attento a mostrare una perfetta organizzazione o a favorire l’amore tra collaboratori e fedeli?

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Aveva ragione. Facevo tante attività ma trascuravo le persone, soprattutto quando non mi erano d’aiuto. Un minimo di coerenza allo spirito di Gesù mi impose di promuovere ritiri di preghiera e di condivisione tra le varie realtà della parrocchia, e di incoraggiare la comunione tra presbiteri e fedeli. La parrocchia divenne famiglia e anche le opere di misericordia erano parte della vita familiare, ma ci trovavamo sempre mancanti! Senza l’umiltà di ritrovarci mancanti rispuntavano i giudizi e le rivendicazioni.

Personalmente, una cartina di tornasole erano i collaboratori chi mi avevano preceduto: pensavo a loro con stima e gratitudine?

Mi è tornato alla mente tutto questo mentre passavo in auto davanti a quella che un tempo era la mia parrocchia, costruita con fatica e dedizione, e che ora quasi sfuggivo per il timore, fondato, di risvegliare gelosie. Mi sembrava di essere come chi ha venduto la casa materna e ora la vede da lontano consapevole di non avere nessun diritto di entrarvi.

Eppure in quella casa avevo lasciato una vera famiglia, e di essa facevano parte anche i miei predecessori che invitavo spesso in segno di comunione e continuità. Pensando a questa esperienza riflettei che nessun cristiano dovrebbe dimenticare chi lo ha preceduto, e per questo decisi di fare una visita settimanale al mio parroco di quasi cinquanta anni fa ormai novantenne, bisognoso di attenzione, ma che a suo tempo mi aveva accolto e insegnato a fare i primi passi.

Tutto ciò lo dico pensando alla parola di Gesù: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avrete amore gli uni per gli altri” (Giovanni 13,35). È una delle affermazioni più potenti di Gesù, pronunciata durante l’Ultima Cena, e dovrebbe interessare i cristiani che saranno riconosciuti come discepoli di Gesù non per la loro dottrina, per i miracoli o per l’efficienza organizzativa, ma per l’amore reciproco.

È l’amore vissuto, concreto, quotidiano, che diventa segno distintivo di chi segue Cristo, perché la comunione vera viene dallo Spirito Santo che in esso appare. La testimonianza infatti è di gran lunga superiore all’insegnamento.

Spesso si esalta il missionario come colui che fa molto e dedica il suo tempo alle attività sociali: è attivo, intraprendente, sempre disponibile a nuove avventure, ma l’essenziale nella sua vita è aver sperimentato la misericordia e la compassione di Gesù verso tutti. Anche il missionario che percorresse villaggi e città ma non avesse un vero amore non farebbe presente il Regno di Dio. È infatti possibile che uno faccia mille sacrifici per amor proprio o per sentirsi a posto o per farsi ammirare o per dovere.

È quella stessa misericordia che deve apparire nella parrocchia, dove ciascuno difende il proprio spazio, ma pochi si sentono davvero uniti dalla fede in Cristo. Per alcuni parroci l’uniformità è il segno della comunione, e l’uniformità viene imposta anche a scapito dei diversi carismi. Alcuni eliminano dei gruppi ecclesiali o cancellano attività avviate dai predecessori per imporre i programmi pastorali. Quanti carismi vengono rimossi a causa della nostra intelligenza! Ci si trasforma in pompieri che cercano di spegnere il fuoco della Pentecoste, e imporre i propri ideali di una pastorale costruita a tavolino. Ci si dimentica che l’essenziale è amare Dio e il prossimo contribuendo ciascuno con la propria originalità!

È possibile che un cristiano vada avanti anni e anni senza amare veramente la moglie o amare le persone vicine. Si può vivere anni in un convento con confratelli e andar via con un sospiro di sollievo. Nella parrocchia ti basta una parola per abbandonare la comunità con cui hai collaborato per anni. In ambienti e gruppi religiosi si può vivere fianco a fianco senza interessarsi all’altro. Si può partecipare insieme alla messa senza conoscersi, senza aiutarsi e confortarsi a vicenda. La messa o la confessione non fanno quasi niente per creare una comunione in Cristo. E la comunione sorge dall’umiltà di non credersi migliori.

Le attività e le iniziative anche ammirevoli umanamente non sono i “segni del cristiano”. Molti atei possono fare altrettanto, le prostitute possono aiutarsi vicendevolmente, i ladri possono simpatizzare gli uni per gli altri, i movimenti ideologici possono dar vita a fondazioni di beneficenza, e un movimento laico che crede nella giustizia sociale, nella solidarietà o nella dignità umana può voler incarnare questi principi in progetti concreti.

Le comunità si riducono spesso a convivenze funzionali senza una vera condivisione della vita. Purtroppo si pone tutto lo sforzo per fare bene la liturgia e osservare le rubriche, o per abbellire la chiesa o per cantare bene, e si dimentica che il Signore è nel fratello che soffre e attende un sorriso o una parola da noi.

Una comunità cristiana, invece, è il luogo dove la prossimità non è un gesto isolato, ma uno stile di vita, dove ognuno si lascia trasformare dall’altro, dove la sofferenza e la gioia altrui diventano anche le proprie, e dove il ‘noi’ prende il posto dell’io.

Qual è il distintivo del cristiano? Non è di fare tante cose, visto che è il Signore che opera, ma l’amare chi ti sta vicino. Non è essere bravo e pieno di iniziative, visto che si può percorrere il sentiero della vita senza guardare al fratello incappato nei banditi e lasciato esanime per terra: “non ho tempo! Ho altro da fare! Devo dedicarmi alle mie iniziative!”. Non conta qui essere leviti o sacerdoti o teologi, ma essere umani come quel “buon samaritano” che è Gesù per ciascuno di noi!

Tutto ciò che ho detto non sarebbe altro che moralismo se pensassimo di poterlo realizzare con le nostre politiche e la nostra buona volontà. Solo vivendo la compassione e misericordia di Gesù per noi possiamo avere la convinzione che quel che conta nella nostra vita è dare ciò che riceviamo.

Siamo noi quel poveraccio pestato dai briganti! È Gesù quel Samaritano che si ferma e si china su di noi.

Non aspettiamoci che siano altri a farlo! Neppure noi lo facciamo se non ci rendiamo conto come Gesù lo ha fatto a noi. Non dimentichiamo: Dio lo si può ricevere, non conquistare!

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